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WIND ROSE – ‘Stonehymn’

Il terzo full lenght del quintetto pisano può essere considerato la summa di tutte le produzioni precedenti, l’apice momentaneo della band che gli spianerà la strada per tutto l’avvenire. Purtroppo non c’è nulla di nuovo né di originale che possa far gridare al capolavoro, se non il mixing come al solito impeccabile di Simone Mularoni (DGM, Secret Sphere) che riesce a tirar fuori sangue anche dalle rape. “Annamose a pija’ Erebor” avrebbero gridato i nani se fossero stati coatti e l’idea che danno i Rose Wind è proprio questa: una band che ci fa, che prende l’immaginario tolkeniano dei nani e ci ricama sopra, lo esaspera e lo carica, proprio come farebbe un qualsiasi coatto (o, per fare un esempio più concreto, i Manowar). Questo è un difetto? Certo che no, ma i petti nudi, i calzari di pelo, i lunghi capelli, i catenacci attorno al torace nulla potranno contro la ripetitività e la noia che, ad un certo momento dei 50 minuti scarsi del disco, soffocano tutti gli entusiasmi. ‘Stonehymn’, uscito per la svedese Inner Wound Recordings, è un minestrone di tutto quanto di buono c’è nel powersymphonicfolcdwarvenoftheswordofthefireofthewind metal: richiami continui ai Blind Guardian, momenti cinematografici alla Raphsody, cori alla Modena City Ramblers sono perfettamente mescolati e amalgamati e, anche quando la batteria vira verso il death e le chitarre thrasheggiano, il tutto risulta perfettamente equilibrato e in armonia. Blind Guardian, Ensiferum, Wintersun, Turisas, Rhapsody, addirittura Alestorm, sono solo alcuni dei nomi da cui i cinque pisani saccheggiano a piene mani e solo un ingenuo giovane ascoltatore può non accorgersi che non c’è assolutamente nulla di nuovo sotto il sole: un prodotto di ottima fattura, ben costruito, ottimamente suonato e registrato ma che non lascia nulla. Solo dopo innumerevoli ascolti potrebbe tornare in mente una melodia catchy o un qualche coro da cantare tutti insieme a squarciagola in un festival estivo nella Germania Saudita, con in mano corni pieni di birra. Un futuro sicuramente luminoso e tutto in discesa (ma parlando di nani sarebbe meglio dire un futuro oscuro e tutto in miniera) ma non sarà questo il migliore album dei Wind Rose: il cammino verso Erebor è ancora lungo, ma certamente i Re sotto la Montagna poseranno presto la corona sulle loro teste. “Dietro è la casa, davanti a noi il mondo, e mille son le vie che attendon, sullo sfondo di ombre, vespri e notti, il brillar delle stelle.”

Tracklist:
01. Distant Battlefields
02. Dance of Fire
03. Under the Stone
04. To Erebor
05. The Returning Race
06. The Animist
07. The Wolves’ Call
08. Fallen Timbers
09. The Eyes of the Mountain

Line up:
Francesco Cavalieri – voce
Claudio Falconcini – chitarra
Cristiano Bertocchi – basso
Daniele Visconti – batteria
Federico Meranda – tastiere

Editor's Rating

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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