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WATAIN – ‘Trident Wolf Eclipse’

Veloce, diretto, spiazzante. Trentacinque minuti scarsi di musica in cui tutto quello che avevamo pensato di capire dell’evoluzione dei Watain fino a ‘The Wild Hunt’ vengono lacerati e spazzati via da un ululato lugubre proveniente dall’oscurità più densa. Dimentichiamoci le incursioni melodiche e le sperimentazioni di Danielsson post esaurimento nervoso: il lupo (simbolo ricorrente nell’immaginografia della band) ha ricominciato e ringhiare e lo fa attraverso incursioni thrash, brevi rallentamenti e strizzate d’occhio Black ’n’ Roll. Non che la melodia sia assente ma è scarnificata, semplificata, ripulita da tutti quegli orpelli pomposi che avevano diviso gli ascoltatori del precedente album. Anche le armonie vittoriose, la produzione eccellente, i ritornelli da accompagnare con il pugno chiuso a picchiare l’aria, i passaggi malinconici frutto dell’evoluzione stilistica dei Watain lungo questi vent’anni di carriera sono ancora lì, ma completamente ridotti all’osso. Se ‘The Wild Hunt’ era stato un album di “cuore”, scritto dopo il burnout di Danielsson e quindi, per chi ha potuto avvertirlo, pieno di tutti i sentimenti che potevano attraversare la mente del cantante-bassista, ‘Trident Wolf Eclipse’ è un album di “pancia”: fame, rabbia, denti sguainati e occhi brillanti nell’oscurità. Si apre col botto con ‘Nuclear Alchemy’, singolo brutale che aveva preceduto l’uscita dell’album di un paio di mesi, e, dopo una brevissima pausa, esplode con ‘Sacred Damnation; procede la sua discesa verso gli inferi attraverso ‘A Throne Below’, pezzo a suo modo “delicato” (se è permesso usare questo aggettivo in questi frangenti) e leggermente rallentato rispetto agli altri: l’atmosfera creata dai tritòni, dalle dissonanze e dalle aperture melodiche è grandiosa ed evocativa e ci ricorda quanto sono bravi i Watain ad essere i Watain. ‘Furor Diabolicus’ e ‘Ultra (Pandemoniac)’ sono due pezzi viscerali e malvagi, forse i più cattivi che la band abbia mai scritto e si contendono con ‘The Fire of Power’ il titolo di pezzo migliore dell’album. Sette anni abbiamo dovuto aspettare per avere tra le mani questi miseri 35 minuti di musica e probabilmente dovremo farceli bastare per minimo un altro lustro ma se una cosa è certa è che i Watain non hanno certo perso lo smalto e, al di là delle simpatie o delle critiche legate più al contesto di approccio personale che di produzione artistica, sono una delle poche bands il cui livello qualitativo di song writing è sempre una spanna sopra.

Tracklist:
01. Nuclear Alchemy
02. Sacred Damnation
03. Teufelsreich
04. Furor Diabolicus
05. A Throne Below
06. Ultra (Pandemoniac)
07. Towards the Sanctuary
08. The Fire of Power

Line-up:
E – Voce
P – Chitarra
S – Chitarra
A – Basso
H – Batteria

Editor's Rating

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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