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VÖLUR – ‘Ancestors’

La musica dei canadesi Völur è una lenta e inesorabile tormenta di gemiti, suoni dronici e stati d’animo che mutano esplorando tutto lo spettro di sensazioni che va dalla calma alla pesantezza più oscura. La proposta musicale del trio – composto dal bassista dei Blood Ceremony Lucas Gadke, dalla violinista Laura Bates e dal batterista Jimmy P Lightning – non può essere ricondotta in alcun modo a una classica metal band: non compare alcuna chitarra, sostituita dal basso, che si destreggia tra ritmo e melodia, dal violino, distorto fino all’annullamento della propria essenza, e dalla batteria, potente ed evocativa, che sospinge tutto verso lidi prettamente doom. Quattro lunghe tracce di musica struggente e ipnotica compongono ‘Ancestors’: melodie sontuose e ipnotiche, cupe e malinconiche raccontano storie di eroismo e morte di uomini coraggiosi. Gli antenati di cui parla il disco sono il corrispondenti al maschile delle Disir (antiche divinità femminili che potevano allo stesso tempo incarnare le anime delle donne morte della famiglia, le ave) con cui i Völur avevano dato inizio al racconto basato sull’antico mondo spirituale germanico che si completerà con i prossimi due full length. A soffrire di più dell’assenza di chitarre è ‘Breaker of Oaths’, traccia dal cuore folk che sfocia nella conclusiva ‘Breaker of Famine’, il pezzo più “black” del lotto. Per tutta la durata dell’album si galleggia in un’atmosfera rarefatta in cui le dissonanti linee di basso si intrecciano con profondi colpi di batteria e con la delicatezza cupa del violino. Un album non propriamente di facile ascolto ma, di sicuro, particolare e colto nella sua ricerca musicale e tematica.

Tracklist:
01. Breaker Of Silence
02. Breaker Of Skulls
03. Breaker Of Oaths
04. Breaker Of Famine

Line-Up:
Lucas Gadke – voce, basso
Laura Bates – voce, violino
Jimmy P Lightning – batteria, percussioni

Editor's Rating

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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