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VENOM INC. – ‘Avé’

Vi ricordate quando da bambini, al campetto di calcio, uno dei nostri amici se ne voleva (più spesso “doveva”) andare e portava con lui anche il pallone? Cronos si è portato via il nome della band che l’ha reso immortale. Venom. Inutile dire che – tornando a quel campetto – se si voleva giocare ancora un pallone saltava fuori e a perderci era solo colui che si era allontanato. Abaddon e Mantas hanno ancora voglia di giocare… e molta. Ora siamo cresciuti, e con gli stessi amici con i quali giocavamo a calcio da ragazzini, ci troviamo in un bar. Dicono che qui servano un ottimo cocktail. Il nome ricorda il veleno… dovrebbe essere Venom Inc. Chiediamo alla bella barista tatuata ed ecco che c svela gli ingredienti. 2/3 della line-up di ‘Welcome to Hell’ (1981), ‘Black Metal’ (1982), At War With Satan’ (1984) e ‘Possessed’ (1985) e ¾ di ‘Prime Evil’. Buono? Assaggiamo. Che questo sia, al di là del carisma e dell’importanza storico/musicale dei musicisti coinvolti, il disco solista di Mantas, è un idea che al sottoscritto non passerà mai. Composto e prodotto interamente dal mitico chitarrista, questo disco palesa diversi limiti, in primis proprio quello (forse) di essere stato concepito da un unico musicista che vuole tornare a calcare i palchi di tutto il mondo, magari conquistando nuovi adepti per il suo culto. Ecco, forse se Mantas si fosse accontentato di rendere felici solo i vecchi fan, avremmo in mano una bomba. Il problema è l’eterogeneità stilistica e qualitativa. Insomma ci esaltiamo facilmente quando sentiamo una cafonissima citazione dell’Ave Maria di Schubert prima che esploda un riff che ricorda non poco ‘Victim Of Changes’ dei Judas Priest. Il pezzo è maligno, roccioso, pregno del solismo old school dell’attempato axe-man. Anche ‘Forged In Hell’ ci da quello che vogliamo, con il redivivo The Demolition Man che sembra migliorare con gli anni, qui capace di una prestazione davvero ruggente e potente, ricordandoci per tutto il disco una versione estrema del buon Lemmy. ‘Metal We Bleed’ cita appunto i Motorhead, con una Abaddon che gioca a fare il Mikkey Dee, pedalando sulla doppa cassa come un forsennato, senza mai perdere quel “tiro” che, diciamolo, o ce l’hai o non te lo insegna nessuno, ne tantomeno puoi inserirlo in post-produzione. Questi sono veterani. Con ‘Dein Fleisch’ iniziamo a sentire qualche modernismo che insomma… non ci voleva. Il brano sembra prelevato di peso da ‘Jugulator’ e, se ai tempi non era certo quello che volevamo sentire dai Priest, figuriamoci dai Venom (Inc.). Altro pezzo che ricorda quel disco del Prete di Giuda, è la successiva ‘Blood Stained’ (così era anche intitolato il secondo brano di quel primo disco con “Ripper” Owens alla voce). Metal moderno, roccioso, cadenzato. Non è un brutto brano, solo del tutto trascurabile. Per fortuna con ‘Time To Die’ si torna a pestare come dei cazzuti fabbri. Qualche gang-vocals in stile hardcore ci spiazza, ma fondamentalmente la traccia ha un tiro davvero assassino. Speed metal purissimo con la scheggia ‘The Evil Dead’, un bel brano che scorre via che è un piacere. ‘Preacher Man’ si insinua nella scia di ‘Dein Fleisch’… e non è un complimento. Altro mid-tempo senza arte ne parte, troppo moderno, che come detto poco sopra, ci lascia in bocca quel sapore che non ci disgusta assolutamente, ma che raramente vorremmo riassaggiare. Si passa oltre. ‘War’ ? Ci piace. Tony Dolan (il demolitore) che canta in modo ispirato, Mantas che si prodiga in riff tritaossa con fill discretamente tecnici e un Abaddon che è davvero in formissima. Fraseggi classic metal e forse l’assolo più bello di questo ‘Avé’, impreziosiscono uno dei brani più incisivi del disco (anche se l’impressione è quella di sentire i Venom che giocano a fare gli Iron Maiden). Si frena ancora… e ancora si parla di flop: ‘I Kneel To No God’ è l’ennesimo mattone semi-moderno (che ricorda gli Slipknot nella combo riff/coro) che stona con i brani più veloci e ispirati. Non che la bellezza di un brano sia direttamente proporzionale alla velocità, intendiamoci, ma in questo disco “casualmente” i brani più belli sono quelli più lanciati, quelli maggiormente “motorheadiani”, quelli più ignorantemente Venom, pur mancando quella vena punky che tanto li caratterizzò e tanto influenzò generazioni di nordici musicisti pittati. Si chiude in bellezza però, con una grezzissima e violenta ‘Black N’ Roll’. Insomma, Mantas voleva accontentare tutti, e così facendo ha corso il rischio di non piacere a nessuno, ma (esiste un “ma) fortunatamente il disco contiene diversi ottimi brani che gli permettono di restare a galla. Il bilancio? Ottima produzione, bella copertina, enorme prova dei musicisti, pochi pezzi ottimi, molti belli, alcuni da dimenticare.

Tracklist:
01. Ave Satanas
02. Forged In Hell
03. Metal We Bleed
04. Dein Fleisch
05. Blood Stained
06. Time To Die
07. The Evil Dead
08. Preacher Man
09. War
10. I Kneel To No God
11. Black N’ Roll

Line-up:
The Demolition Man – voce, basso
Mantas – chitarra
Abaddon – batteria

Editor's Rating

Alberto Biffi

Alberto Biffi

Alla tenera età di 11 anni fui folgorato sulla via di Damasco da una voce divina e soprannaturale (Bruce Dickinson), che mi guidò sulla retta via del Signore (R.J. Dio). Da allora ho vagato nel mondo metal cercando la mia giusta collocazione; dapprima come groupie (ma dovetti rinunciare presto, troppo brutto e peloso), poi come musicista coinvolto in innumerevoli progetti nell'area rock lombarda ed infine come umile scribacchino digital-musicale. Già redattore per Truemetal.it, Italiadimetallo.it, Metalitalia.com, Suonidistortimagazine.it ed altre innumerevoli realtà minori ma sempre e comunque professionali ed appassionanti, mi accingo ad iniziare questa nuova entusiasmate avventura con loudandproud.it.

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