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VANDROYA – ‘Beyond The Human Mind’

Dopo il positivo debutto ‘One’ del 2013 tornano a farsi sentire i paulisti Vandroya, guidati dalla bella e brava Daísa Munhoz alla voce. Se il primo album si basava su un metal che traeva principalmente spunto da Helloween e Symphony X, questo secondo lavoro mette un po’ da parte le influenze progressive consegnando maggior spazio alla componente power e ad alcuni nuovi elementi che contribuiscono a rendere più variabili i brani. Va innanzitutto sottolineato un maggior uso di soluzioni melodiche particolarmente azzeccate che donano accessibilità e quell’imprevedibilità che mancava invece nel debutto. La stessa Daísa Munhoz cerca di sperimentare nuove melodie, come in ‘Maya’ in cui l’influenza indiana dona particolari colorazioni grazie alla capacità della cantante di restare in perenne equilibrio tra potenza e pulizia vocale. La parte del leone la fanno ovviamente gli up tempo (‘I’m Alive’ e ‘You’ll Know My Name’), con la doppia cassa sempre in evidenza, così come il lavoro delle chitarre nei passaggi strumentali. La sorpresa, come spesso capita, è posta proprio alla fine dell’album e prende le sembianze della title track, una mastodontica suite di 11 minuti in cui l’amore per il progressive metal riesplode con dinamicità e giochi armonici nella lunga parte strumentale centrale.
In conclusione un album vario, più personale e sicuramente più maturo rispetto al suo predecessore, segno evidente di una band in fase di ascesa e di gran confidenza nei propri mezzi. Tutte caratteristiche che dovrebbero permettere ai Vandroya di emergere fino al livello che loro compete. A questo punto speriamo di poterli vedere dal vivo.

Track List:
01. Columns Of Illusion
02. The Path To The Endless Fall
03. Maya
04. Time After Time
05. Last Breath
06. I’m Alive
07. You’ll Know My Name
08. If I Forgive Myself
09. Beyond The Human Mind

Line-up:
Daísa Munhoz – voce
Marco Lambert – chitarra
Gee Perlati – basso
Otávio Nuñez – batteria
Rodolfo Pagotto – chitarra

Editor's Rating

Roman Owar

Roman Owar

La folgorazione, non proprio spontanea, ebbe luogo sui campi di basket dei Ricreatori di Trieste negli anni ’80, quando chi non ascoltava Priest, Maiden e Saxon era automaticamente fuori dal gruppo. Negli anni tante cose sono cambiate, ma non l’amore per il metal tradizionale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla carta stampata nel nuovo millennio, prima sulle colonne di Flash e successivamente su Metal Maniac. Credo fortemente nell’ispirazione divina di Kai Hansen e Michael Kiske, non ho mai avuto demoni al di fuori di King Diamond e mi permetto un’unica divagazione dalla “via classica” ovvero il progressive metal. Non capisco perché chi mi conosce sostiene che io non sia obiettivo a proposito dei Kamelot.

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