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TRIVIUM – ‘The Sin And The Sentence’

I Trivium sono uno di quei gruppi della discordia. Quando si deve giudicare una band che ha deciso di incorporare nel proprio sound generi diversi come il thrash, il melodic death metal scandinavo ed il metalcore il plotone d’esecuzione è già là fuori, pronto ad impallinare questi quattro metaller americani con le carabine già fumanti dopo il colpo di prova. Ecco, ho usato il termine metaller a ragion veduta, ma questa forma moderna di metal va spiegata, e per farlo, nel corso della recensione, useremo qualche metafora. I Trivium sono una spugna che pare aver viaggiato nel tempo. Negli anni ’80, dai quali la spugna ha assorbito il riffing thrash e gli assoli al fulmicotone, ma anche nei successivi anni ’90, prendendo in prestito quei contrasti vocali tra clean e harsh vocals che hanno fatto la fortuna sia della scena estrema che di quella nu metal/metalcore. I nostri hanno incorporato nel loro sound anche i giri di chitarra del melodic death metal sostenuti da parti di batteria molto tecniche e piuttosto frenetiche, mutuate dal meglio offerto in questo ambito dalla scena estrema. Ecco, prendete tutte queste influenze, rovesciatele nel pentolone di Matt Heafy & co. e mescolate per bene cercando di dare un senso a quanto solo descritto a parole. Non una impresa facile. E’ un cocktail assai rischioso. Ed infatti gli ultimi album dei Trivium, pur contenendo alcuni pezzi davvero buoni, finivano spesso per essere un’accozzaglia di diversi stili non sempre bene assortiti. Diciamocelo, non sono tantissimi coloro che possono apprezzare certe contaminazioni quando hanno amato i generi classici, quelli puri, che anche dopo 30, 40 o 50 anni sono ancora lì, evergreen, e non senza motivo. Con tutto il rispetto, ma della scena nu metal cosa è rimasto? Abbiamo parlato di pentoloni ed allora lanciamoci nella metafora culinaria: avete mai provato la cucina fusion moderna? Ecco, se siete legati alle ricette tradizionali per partito preso allora la rifuggirete come la peste. Altrimenti provatela, se mentre lo fate continuate a pensare “bbona l’amatriciana de mamma” o i “turtlein ed me nona” difficile che questa novità vi possa conquistare ma se sgombrate la mente dai pregiudizi qualcosa potrebbe piacervi. Come le chitarre della titletrack, melodicissime nel riff iniziale e scatenate negli assoli finali, con tanto di twin guitars. Da apprezzare anche le vocals pulite di Matt Heafy, autore di una prestazione notevole. Ecco, togliete al pezzo iniziale il vocione incazzato, reminiscente di certo nu/metalcore ed avrete un ottimo esempio di thrash moderno melodico. I Trivium potevano essere, insieme ai Machine Head, tra i pochi eredi credibili dei Metallica di quest’era ma sono troppo affascinati dai suoni e dai linguaggi moderni. Badate bene, non mancano di certo i motivi d’interesse in questo album, che vede un evidente recupero di quella grinta ed energia un po’ latitanti negli ultimi lavori. C’è il thrash moderno e letale di ‘Beyond Oblivion’, l’assalto sonoro di ‘Betrayer’ e ci sono le catchy melodie della ruffiana ‘The Heart From Your Hate’, dall’evidente appeal ed intento commerciale. Certo, poi arriva quel vocione harsh un po’ senza costrutto a guastare (alcuni diranno migliorare) brani come ‘The Wretchedness Inside’ o la conclusiva ‘Thrown Into The Fire’ che saranno come la criptonite per i fans di classic metal ma i Trivium una lezione ce la insegnano comunque. Ci ricordano prima di tutto che il mondo non si può fermare. I Trivium sono una band che vuole suonare moderna, che ha preso tutto quello che ha incontrato per strada lungo il proprio cammino musicale ed ha cercato di plasmarlo creando qualcosa di aggiornato e piuttosto personale. La band merita stima per la perizia strumentale, con le chitarre sugli scudi insieme al drumming del talentuoso Alex Bent ma anche rispetto per il coraggio di portare avanti un sound che ha troppa tecnica e parti soliste del vecchio metal per dare un taglio netto col passato ma suona troppo moderno e contaminato per ottenere il riscontro dei puristi del true metal. Ed allora a chi piacerà questo album? Probabilmente a chi è aperto a tutto ed è propenso all’accettazione delle nuove contaminazioni sonore. Affido il finale della recensione ad una metafora automobilistica: Questo ‘The Sin And The Sentence’ è come un nuovo prototipo di auto, che cerca di rivedere alcune classiche carrozzerie del passato abbinandole con una motorizzazione moderna ed ipercompressa, realizzata con una tecnica all’avanguardia. Ecco, una volta provato, questo motore ruggisce in modo impressionante. Sedendo su questo moderno abitacolo ti rendi conto che il mondo va avanti e che arriveranno sempre modelli ancora più performanti. E questo bolide/disco, dai testi cupissimi ed intensi, rispecchia perfettamente un mondo che là fuori sta andando alla deriva. Non si torna più indietro dicevo. Sarà, ma al sottoscritto dopo quest’ascolto, è venuta voglia di indossare una tshirt anni ’80 e di andare a fare un giro in campagna con Daisy Duke sul vecchio Generale Lee.

Tracklist:
01. The Sin And The Sentence
02. Beyond Oblivion
03. Other Worlds
04. The Heart From Your Hate
05. Betrayer
06. The Wretchedness Inside
07. Endless Night
08. Sever The Hand
09. Beauty In The Sorrow
10. The Revanchist
11. Thrown Into The Fire

Line-up:
Matt Heafy – chitarre, voce
Corey Beaulieu – chitarre, voce
Paolo Gregoletto – basso, voce
Alex Bent – batteria

Editor's Rating

Massimo Incerti Guidotti

Massimo Incerti Guidotti

Ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: tre incarnazioni del Sabba Nero in altrettante decadi, il canto di un Dio tra Paradiso (Perduto) ed Inferno, i fiordi ed i Kamelot in Norvegia, lo Sweden Rock Festival, il Fato Misericordioso ed il Re Diamante, il sognante David Gilmour a Pompei, i Metal Gods in Polonia, uno straziante Placido Domingo alla Scala. Sono stato sommerso dal fango in Svizzera per il 'Big 4'... ma sono ancora qui. E tutti quei momenti non andranno mai perduti nel tempo, perchè: "All I Want, All I Get, Let It Be Captured In My Heart".
Modenese, metallaro, milanista, nonostante tutte le sue nefandezze, amo la vita e la possibilità che l'arte (a 360°: in primis cinema, letteratura e fumetti) mi offre di viaggiare con la mente sprigionando la mia fantasia. Basta un disco o un concerto per sentirsi in Finlandia sotto una nevicata, anche se il paese più affascinante e variopinto del mondo rimane la nostra Italia. Doom on!

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