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TRIUMVIRATE TOUR – Il report del concerto @ Officine Sonore, Vercelli – 8.04.2017

L’ultima serata del Triumvirate Tour. Un momento magico in cui nell’animo degli artisti si fondono esaltazione e tristezza. Un evento che deve essere festeggiato, specialmente perché l’ultima data corrisponde all’unica serata sul suolo italico per un tour in cui – alla faccia degli esterofili – l’unica lingua parlata è proprio l’italiano. Posso solo immaginare le ghignate sul tour bus, durante gli infiniti spostamenti tra le varie tappe che hanno costellato questo tour. Chissà se si sarà parlato più di groupies o di David Coverdale … ma questo è un mistero, ed è bene che resti tale! Ciò che invece era certo fin dall’inizio era che la data di Vercelli del Triumviarate tour doveva necessariamente essere la migliore, perché bisognava tributare il dovuto omaggio a quattro realtà del metal italiano che hanno avuto la forza di distruggere i confini e lanciarsi in quell’Europa che, almeno nel metal, non ci considera la ruota di scorta del continente. La verità è che l’accoglienza riservata dal pubblico delle Officine Sonore di Vercelli ha permesso di cancellare i bei momenti passati in Spagna o in Belgio perché l’entusiasmo e la partecipazione hanno raggiunto livelli che raramente ci capita di vedere durante i concerti nella nostra penisola.

Gli SkeleToon sono giovani, ma sanno mettere la faccia giusta quando suonano il loro power metal di evidente derivazione ottantiana. Proprio l’approccio scanzonato e divertito permette a Tomi Fooler (sempre preciso sulle tonalità più alte) e ai suoi compagni di essere perfettamente credibili, ma l’efficacia della proposta musicale non si basa solo su sorrisi e pose plastiche. E qui emerge la vera caratteristica di questi cinque musicisti che grazie a una tecnica sopraffina riescono a tenere il palco con una padronanza che manca a band di caratura ben più elevata. Enrico Sidoti si diverte a infliggere percosse terminali alle pelli del drum kit fino al momento in cui i membri di tutte le altre band salgono sul palco per distruggere letteralmente la sua batteria. Andy Cappellari è più Malmsteen dell’originale durante l’assolo di ‘Heroes Don’t Complain’ ma non riesce a trovare l’equilibrio giusto quando gli vengono legati tra loro i lacci delle scarpe. Questa è l’atmosfera dell’ultimo giorno e quindi – discorso valido per tutte le band – gli errori (spesso dovuti a ‘influenze’ esterne) fanno parte del gioco, ma gli SkeleToon hanno fatto la loro grande partita riuscendo a farsi apprezzare da chi non aveva ancora avuto occasione di ascoltare i loro due album.

I Trick Or Treat possono contare su un’esperienza sicuramente superiore e sebbene il tenore della serata faccia passare in secondo piano la tecnica, ci si accorge che brani come ‘Cloudrider’ e ‘Loser Song’ sono di altissimo livello e non solo per la riconosciuta eccellenza vocale di Ale Conti, ma anche per il lavoro delle twin guitar di Guido Benedetti e Luca Venturelli. Il clichet della performance non cambia rispetto a quanto visto in precedenza e lo scopo è celebrare l’evento con un contagioso sorriso, piuttosto che stupire con effetti speciali. L’obiettivo viene raggiunto grazie anche alle comparsate on stage di Mark Basile (‘United’) e Michele Luppi (‘Take Your Chance’ con tanto di stagediving simulato da parte del cantante). Mentre ‘Girls Just Wanna Have Fun’ rappresenta l’ultimo tentativo di aggraziarsi il pubblico femminile, la cover del pezzo rap ‘No Pago Afito’ di Bello Figo Gu è la definitiva dichiarazione d’amore nei confronti dei presenti da parte dei Trick Or Treat che riescono a sbeffeggiare le dichiarazioni che per altri scenari sono manifesto di vita. Tutto ciò non scalfisce di un millimetro la chirurgica prestazione della band che ha saputo ancora una volta offrire ai numerosissimi fan sotto il palco una razione di metallo di eccellente fattura.

Molti si domandavano quale sarebbe stato l’approccio al concerto dei DGM, vista questa atmosfera così goliardica. Ebbene, le due parti di ‘The Secret’ hanno spazzato via ogni dubbio perché i romani hanno potuto offrire fin dall’inizio il meglio nonostante l’assenza di Fabio Costantino dietro alle pelli. Marco Lancs Lanciotti ha garantito un altissimo livello di drumming, aggiungendo un tocco ancora più rabbioso alla terremotante ‘Fallen’ che ha scatenato un asfissiante pogo tra le prime file. Simone Mularoni meriterebbe un live report solo a lui dedicato per il modo in cui interagisce con la chitarra. La pulizia dei suoi assoli non è minata neppure dagli ammalianti tentativi da parte di Ale Conti di fargli bere una birra e pure la prova microfono è superata alla grande durante ‘Ghost Of Insanity’. La potenza sonora scatenata dai DGM non teme interruzioni e le comparsate di Michele Luppi durante ‘Trust’ possono solo rendere il brano ancora più speciale. Si chiude con ‘Hereafter’, impreziosita da due altri graditi ospiti come Ale Conti e Andrea Casali che, come sempre, ci lascia a bocca aperta per la sua voce.

Durante il tour le band si sono spesso scambiate il ruolo di ‘headliner’ della serata, confermando in questo modo l’approccio di fortissima coesione tra i musicisti. Questa sera gli ultimi a esibirsi sono i Secret Sphere che possono contare su una discografia ventennale e sul più particolare ‘animale da palcoscenico’ della scena italiana. Michele Luppi continua a stupire per la capacità di rendere semplice ogni passaggio, anche quello più impossibile. Ma allo stesso modo riesce a entrare spesso a gambe unite sul pubblico sapendo che la farà franca non perché porta il nome che ha, ma perché il suo gesto risulterà accettato da tutti, membri della band compresi. Fa tutto parte del gioco e il suo modo aggressivo di interagire sul pubblico è perfettamente compensato – in un rigido schema Yin e Yang – dallo sguardo di Aldo Lonobile perennemente fissato sulla sei corde che riesce ad essere tanto tagliente nei brani dalle ritmiche più serrate (‘X’ ha fatto tremare le Officine Sonore) quanto dolce nei brani più intimi (‘Lie To Me’ con Mark Basile nel ruolo di ospite speciale alla voce). La serata conferma che i Secret Sphere si trovano al punto più alto della loro carriera per cui il nuovo album in uscita a giugno potrebbe garantire il classico lancio verso orizzonti che questa band merita.

Alla fine, dopo più di 4 ore di concerto, la stanchezza viene spazzata via dai sorrisi di tutti i musicisti insieme sul palco delle Officine Sonore, consapevoli di aver dato e ricevuto il massimo e certi di aver aperto una strada che, ne siamo sicuri, verrà percorsa anche da altre band italiane.

Roman Owar

Roman Owar

La folgorazione, non proprio spontanea, ebbe luogo sui campi di basket dei Ricreatori di Trieste negli anni ’80, quando chi non ascoltava Priest, Maiden e Saxon era automaticamente fuori dal gruppo. Negli anni tante cose sono cambiate, ma non l’amore per il metal tradizionale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla carta stampata nel nuovo millennio, prima sulle colonne di Flash e successivamente su Metal Maniac. Credo fortemente nell’ispirazione divina di Kai Hansen e Michael Kiske, non ho mai avuto demoni al di fuori di King Diamond e mi permetto un’unica divagazione dalla “via classica” ovvero il progressive metal. Non capisco perché chi mi conosce sostiene che io non sia obiettivo a proposito dei Kamelot.

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