Talks

THUNDER – Jewels of the (Royal) Crown

Quando si parla di rock, i THUNDER possono a ragione essere considerati tra i migliori gioielli della corona britannica. Con ventotto anni di carriera discografica alle spalle, possono dire di aver sbagliato davvero poco, ma soprattutto di essere rimasti sempre fedeli a se stessi: ogni disco rispecchia fedelmente quello che la band era nel momento in cui è stato realizzato. Questo vale anche per il nuovo ‘Rip It Up’ (recensito qui), che ha il non facile compito di ripetere il successo dello splendido ‘Wonder Days’, disco che aveva interrotto un silenzio durato fin troppo…

thunder-2017-2

Ce la farà? Il singer Danny Bowes si dichiara fiducioso sul disco nuovo, mentre ci spiega come è stato concepito…
“(Danny Bowes) ‘Wonder Days’ arrivava dopo una pausa di sei anni, in cui la band si era di fatto fermata. E’ un disco in cui abbiamo messo tutto quello che avevamo, senza nessun tipo di calcolo. Ci siamo giocati tutto rispetto ai nostri fan, abbiamo messo nel disco tutti i trademark dei Thunder oltre a tanta voglia di far vedere che eravamo tornati sul serio. Il disco è andato bene, anche meglio di come ci saremmo aspettati. Ci siamo tolti davvero tante soddisfazioni, con le recensioni ma anche dal vivo. Per certi versi è stato naturale provare a fare qualcosa di diverso, perché non ci piace ripeterci e perché nessun nostro disco è mai stato uguale al suo predecessore. Ma abbiamo cercato di preservare lo spirito di ‘Wonder Days’ anche se in certi momenti il materiale che ha portato Luke si è rivelato abbastanza differente.”

Quali sono i punti di contatto tra i due dischi e quali invece le differenze che avete cercato di mettere in evidenza?
“La base è la stessa, e potrei dirti la stessa di sempre. I Thunder sono i Thunder, non si sono mai trasformati in qualcosa di diverso, e di certo non iniziamo ora. Abbiamo cercato di mettere in luce i nostri punti di forza, di fare ancora meglio quello che sappiamo fare. E così ci sono melodie più marcate rispetto a ‘Wonder Days’, ma anche passaggi del tutto diversi, che magari richiamano gli anni Sessanta o cose più sperimentali, alla Frank Zappa. Come per il disco precedente, abbiamo registrato in tre sessioni diverse nell’arco di sei mesi, ed in questo tempo Luke è andato avanti a comporre, venendo forse influenzato dal lavoro che man mano avevamo fatto. Abbiamo anche affidato il mix a una persona differente, proprio per avere un pizzico di freschezza in più nel suono.”

‘Rip It Up’ è stato anche l’occasione per mettersi di nuovo alla prova…
“Ogni nuovo disco è un piccolo o grande test per noi. Luke cerca sempre di scrivere canzoni diverse, oltre che migliori. Ma stavolta si è superato, e ognuno di noi ha davvero dovuto dare il meglio di sé in studio, perché le canzoni suonassero davvero nel modo migliore. Io ho avuto i miei problemi, soprattutto nei brani più melodici, che hanno linee abbastanza diverse rispetto a quanto facciamo di solito, ma lo stesso Luke ha fatto fatica a rendere quello che lui stesso aveva in testa. L’assolo di ‘No One Gets Out Alive’ ad esempio, l’ha fatto e registrato decine di volte, imprecando perché le sue dita non facevano quello che la testa avrebbe voluto!”

Ammetto che da un titolo come ‘Rip It Up’ mi aspettavo un disco più diretto e potente rispetto al suo predecessore…
“Non ha per forza con la musica, è legato solamente alla title-track. Che parla di qualcosa che ci sta molto a cuore, ovvero della tendenza di molte persone a fermarsi alle apparenze per giudicare una cosa o una persona. Dall’esterno si vede qualcosa, ma non è detto che andando sotto la superficie non si trovi qualcosa di completamente diverso. Vale per le persone, per la società, per tutto… Pensa che ancora oggi, dopo ventotto anni di carriera, c’è chi crede che i Thunder siano una band heavy metal, e che magari andiamo di notte a bruciare chiese e fare riti satanici. Se solo ci ascoltassero, scoprirebbero che siamo un gruppo rock, influenzato dal blues e dagli anni Settanta. Non diamo per forza messaggi nelle nostre canzoni, ma uno ci sta molto a cuore, ed è quello di tenere gli occhi aperti e guardare il mondo intorno, con uno spirito il più positivo possibile. Dopo ventotto anni, noi non ci siamo ancora stancati di farlo, e non vediamo motivi per cui gente con la metà nei nostri anni non dovrebbe avere la forza di farlo.”

Da sempre, Luke Morley si occupa del sogwriting completo per la band, testi compresi. Non ti sta un po’ stretto non poter cantare le tue parole?
“Sinceramente no. Perché se c’è una persona di cui mi posso fidare per i testi da cantare questa è proprio Luke: ci conosciamo da 46 anni, e da 40 anni suoniamo insieme. E’ un tempo più lungo di ogni relazione che possiamo avere avuto, di ogni tipo. Sua moglie dice sempre che siamo la stessa persona, dal punto di vista musicale. Che potrebbero farci le stesse domande separatamente e che risponderemmo sempre allo stesso modo. Può darsi, di certo tra noi c’è grande fiducia e confidenza, soprattutto a livello musicale. A livello personale siamo molto diversi invece, e questo si rispecchia nel nostro ruolo nella band. Lui si occupa di tutto a livello musicale, io mi occupo del gestire la band sotto l’aspetto del business. Sinceramente non mi interessa scrivere i miei testi, non mi è mai interessato. Mi piace cantarli, ho Luke che li scrive per me, possiamo parlare di tutto e rivedere tutto quando serve, ma non ho motivi per farlo io. Se mi propone qualcosa che non mi piace glielo dico, non sono timido. A volte lo modifica, a volte arriva con qualcosa di completamente diverso. Per lui la musica è tutto, è ossessionato dalla musica e scrive in continuazione. Da questo punto di vista non potremmo essere più diversi…”

Mi ha colpito il testo di ‘She Likes The Cocaine’. C’è qualcosa di autobiografico?
“In senso davvero stretto, no. Se parli di droghe e dintorni, credo che siamo la band più noiosa che tu possa trovare. Beviamo, questo sì. E in passato ci siamo dati da fare con le donne. Ma non con la droga, di certo nulla di pesante… Un pezzo di storia vera c’è però, ed è riferito a una tipa che aveva un locale a Londra dove andavano da ragazzi, e dove spesso venivamo band a suonare. Questa signora aveva diciamo una vita un po’ intensa, tra party e rockstar. E quando l’abbiamo ritrovata, anni dopo, abbiamo scoperto che non era cambiato nulla e che anche venti anni dopo viveva allo stesso modo. Metà della canzone è dedicata a lei, anche se il resto è puramente di fantasia.”

Torniamo sul discorso della produzione del disco e della scelta di cambiare responsabile per il mixaggio…
“Fa parte del nostro desiderio di andare sempre avanti e di cercare di metterci alla prova. Senza contare che il mix è un aspetto fondamentale della produzione di un disco, che molti alla fine sottovalutano. E’ la possibilità di avere orecchie diverse, fresche, che mettono ordine nella tua musica, magari mettendo in evidenza aspetti che altrimenti resterebbero nell’ombra. Per ‘Rip It Up’ abbiamo deciso di cambiare proprio perché volevamo qualcosa di diverso. In passato avevamo lavorato con Mike Fraser, che ci seguiva dai tempi di ‘Backstreet Symphony’ e ci conosce alla perfezione. Ottimo professionista, ma di certo non la persona con cui provare qualcosa di nuovo. Chris, il nostro bassista, aveva lavorato con Clint Murphy e ce ne aveva parlato molto bene, così abbiamo deciso di provare. Gli abbiamo fatto avere un pezzo di ‘Wonder Days’ chiedendogli di provare a mixarlo da zero, ed il risultato è stato davvero sorprendente. Non ci conosceva per nulla, e questo è stato un vantaggio. Gli abbiamo fatto fare un pezzo nuovo ed abbiamo deciso di lavorare con lui per tutto ‘Rip It Up’. E’ sorprendente come una mente fresca, libera di tutti i condizionamenti che potrebbe avere chi ci conosce da anni, sia in grado di spaziare. Per noi è stato uno shock, positivo ovviamente, la possibilità di cambiare ancora una volta le carte in tavola. Credo proprio che lavoreremo ancora con lui, e sono convinto che ci toglieremo molte soddisfazioni. Resta molto da esplorare, se non ci si impone di seguire per forza determinati schemi… Per quanto mi riguarda sono già entusiasta al pensiero del prossimo disco, anche se ovviamente di tempo ne manca ancora!”

Una vostra caratteristica che colpisce sempre è la grande stabilità della line-up: in ventotto anni avete cambiato due volte il bassista e stop…
“Siamo una razza rara, vuoi dire? Può essere, di certo siamo una band che passa molto tempo insieme, e soprattutto che ride tanto. Siamo seri, serissimi per quanto riguarda la nostra musica, che deve essere sempre il meglio che possiamo offrire. Ma su tutto il resto si scherza in continuazione. Il mondo fuori è fin troppo serio perché dobbiamo esserlo anche noi. Il nostro primo bassista aveva problemi con questo atteggiamento, e per questo se n’è andato. Il secondo era un ragazzo svedese davvero in gamba, ma fidanzato. E questo è diventato un problema quando lei lo ha costretto a scegliere se restare nella band o meno, tra lei o noi. Erano insieme da tanto, abbiamo capito la sua scelta e chissà, nella stessa condizione forse anch’io avrei fatto lo stesso… Chris è nella band da venti anni ormai, e sembra sia stato sempre con noi. Lo spirito è quello giusto, mai prendersi troppo sul serio. E non è per forza facile, perché comunque siamo tanto diversi tra noi, anche e soprattutto Luke ed io. Lui è la persona più diplomatica del mondo, io sono esattamente il contrario.”

Da sempre, offrite tantissimo materiale live, sotto forma di dischi bonus o di album dedicati esplicitamente al vostro fan club…
“Il palco è la nostra dimensione. Lo diciamo e lo crediamo da sempre, anche se ci abbiamo messo diversi anni  prima di registrare il nostro primo live, nel 1997. Quando abbiamo deciso di cerare la nostra etichetta discografica, ci siamo comprati tutto l’occorrente per registrare in ogni possibile situazione, per essere indipendenti da tutto e tutti. E per ogni tour che facciamo cerchiamo di utilizzarlo, in modo da avere sempre a disposizione materiale per eventuali bonus o versioni esclusive. Non scherzo, avrò duecento concerti completi registrati in modo professionale nel corso degli anni, e più di una volta abbiamo rifiutato buone offerte economiche per pubblicarli. Li abbiamo usati per offrire degli extra ai nostri fan, per edizioni particolari o nel caso di concerti speciali – vedi gli show che facciamo ogni anno a Natale. Alla base di tutto però resta l’onestà: non ci vedrai mai ripubblicare dischi con l’aggiunta di questo o quello solo per spingere la gente a ricomprare dischi che hanno già. Piuttosto, ed è stato il caso sia di ‘Rip It Up’ che di ‘Wonder Days’, offriamo fin dall’inizio edizioni diverse ai nostri fan, che possono scegliere la versione che preferiscono avendo già a disposizione tutto il quadro completo.”

Il rapporto con i fan è sempre stato molto stretto, e credo abbia giocato un ruolo importante nella vostra longevità come band…
“Senza dubbio. I nostri fan sono la cosa più importante, come del resto è il fatto di soddisfare loro mentre facciamo quello che sentiamo. Anni fa, a una festa organizzata da una casa discografica, ho avuto modo di parlare con Robert Palmer, che ai tempi era molto famoso, e che ha detto una cosa che mi ha illuminato. Non è difficile avere un hit, la vera difficoltà è averne un altro, ovvero ripetersi. E questo lo puoi fare solo se sei onesto con te stesso ma anche se capisci quello che il pubblico vuole da te. Tra pubblico e band deve esserci un rapporto a due vie, sul palco ma non solo. Noi siamo fortunati ad avere un pubblico che ci segue da anni, e che in genere apprezza la nostra evoluzione. Per questo ci sentiamo liberi di sperimentare e di metterci ogni volta in gioco, ma è un privilegio che non tutte le band hanno, e questo ci è chiaro.”

Nonostante questo, per due volte avete gettato la spugna, anche se sempre per poco tempo…
“Questo rientra nell’onestà estrema che abbiamo sempre avuto, tra noi e verso il pubblico. Ci sono band che si fermano senza dire nulla a nessuno, noi per due volte abbiamo ufficializzato il nostro stop, perché pensavamo fosse definitivo. Nel 2000 per la prima volta, perché ci sembrava di non trovare più spazio in un mercato dove le tendenze moderne e il grunge parevano dominare. La seconda nel 2009, tutta per colpa mia. Come ti ho detto, mi ero messo a gestire io band ed etichetta, e mi sono trovato semplicemente a non farcela più. Lavoravo venti ore al giorno, tutti i giorni, e alla fine sono esploso. Non potevo fare il cantante e il manager al tempo stesso, tanto che per un po’ abbiamo anche discusso la possibilità di trovare un altro vocalist. E qui gli altri della band hanno detto di no, che avrebbero preferito fermarsi. E così è stato, finché nel 2013 ci hanno proposto di suonare con Journey e Whitesnake, un package davvero allettante per dei vecchi rocker come noi. L’abbiamo fatto, ci siamo divertiti e abbiamo cominciato ad accarezzare l’idea di tornare, cambiando però le cose rispetto a prima. Seguo ancora il management, ma ho persone che mi aiutano, di cui mi fido, e tutto per il momento funziona al meglio.”

Chiudiamo parlando delle tue influenze personali? Da sempre sei stato paragonato a Paul Rodgers, ma ho letto che apprezzi maggiormente cantanti soul come Stevie Wonder…
“Ricordo bene la prima volta che ho sentito i Free, la voce di Paul Rodgers ha fatto vibrare in me qualcosa, il desiderio di trasmettere sensazioni con la voce, e allora non avevo nemmeno iniziato a cantare! Quello che lo rendeva così speciale per me è la capacità di trasmettere qualcosa, un sentimento o la voglia di fare qualcosa. Più che prendere tutte le note, una voce deve dare emozioni. E questo sinceramente, mi succede più spesso con cantanti soul rispetto a vocalist prettamente rock. Stevie Wonder e Mavin Gaye, per dirne un paio, mentre Paul Rodgers resta la grande eccezione in ambito rock, senza contare che oggettivamente il nostro timbro è abbastanza simile. In fondo, è il blues la musica nata per esprimere sensazioni profonde e personali, e dal blues oltre al rock è nato anche il soul, motivo per cui trovo collegamenti tra questi due mondi, senza nascondere però i miei gusti.”

Thunder-2017-3

Line-up:
Danny Bowes – voce
Luke Morley – chitarra
Ben Matthews – chitarra
Chris Childs – basso
Gary ‘Harry’ James – batteria

Discografia:
Backstreet Symphony (1990)
Laughing on Judgement Day (1992)
Behind Closed Doors (1995)
The Thrill of It All (1996)
Thunder Live (1998)
Giving the Game Away (1999)
They Think It’s All Over … It Is Now (2000)
They Think It’s All Acoustic… It Is Now (2001)
Shooting at the Sun (2003)
The Magnificent Seventh (2005)
Robert Johnston’s Tombstone (2006)
Bang! (2008)
Wonder Days (2015)
All You Can Eat (2016)
Rip It Up (2017)

 

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

Post precedente

AGGLUTINATION METAL FESTIVAL 2017 - Confermati i VENOM come headliner

Post successivo

MAJESTY - 'Rebels'