Loud Reports

UP THE HAMMERS XII – Il report del festival @ Gagarin 205, Atene – 26 + 27.05.2017

Atene val bene una messa, si potrebbe dire declinando in tema metallico una frase storica. Non scomodiamo i santi, ma è un vero e proprio rito quello che va in scena alla fine di maggio ad Atene, per l’edizione numero dodici dell’UP THE HAMMERS, festival che ha saputo portare prepotentemente la Grecia al centro dell’Europa metallica. Non che ce ne fosse bisogno a livello strettamente musicale, vista la grande passione che il pubblico greco da sempre nutre verso l’heavy metal. Ma la line-up di quest’anno ha richiamato metaller più o meno da tutta Europa, Italia per una volta compresa, e l’impressione è quella di un piccolo Keep It True – e non a caso i due festival si sono uniti in una più stretta collaborazione…

Giovedì 25 maggio – AN Club
Cominciamo con ordine, dal warm up, ormai obbligatorio per un festival di queste dimensioni. Teatro di questo succoso antipasto, l’ormai noto e familiare AN Club, situato a pochi passi dalla pittoresca e animata piazza Exarchia. Dal punto di vista musicale, il primo elemento di interesse coincide con l’apertura ufficiale delle danze e tocca ai finlandesi Satan’s Fall con il loro speed metal assolutamente ottantiano. I ragazzi sono giovani ma si fanno valere, con pezzi decisamente lineari ma proposti con una grinta decisamente olf school – ma cosa ci possiamo aspettare da una band che chiama un disco ‘Metal Of Satan’? Gli Iniquity sono la prima band greca a salire sul palco, e francamente non lasciano una grande impressione. Il loro è un heavy metal classico dalle tinte oscure, troppo anonimo per essere definito doom, oltre che francamente eseguito in modo abbastanza approssimativo. Molto meglio gli Endless Recovery con il loro thrash di stampo old school. Anche qui si parla di una band decisamente giovane, che però mostra grinta e voglia di stare sul palco, oltre che di sfruttare al meglio l’occasione di trovarsi di fronte a un pubblico internazionale. Interessanti, magari non al livello di Evil Invaders e compagnia, ma da tenere d’occhio. Suonano ben più classici i Black Soul Horde, con il loro heavy metal tradizionale, ricco di melodia e di atmosfere epiche. Tipicamente greci verrebbe da dire, e in fondo è vero. La loro esibizione convince, lasciando intravvedere qualità non indifferenti. A breve dovrebbe uscire qualcosa di nuovo, e noi terremo gli occhi aperti. Headliner di giornata sono i tedeschi Stormwarrior, che fanno onore al loro ruolo con una setlist ricca di classici, che permette una volta ancora di apprezzare l’impatto on stage della formazione di Amburgo. Lars Ramcke occupa solidamente il centro della scena, ben supportato da una band compatta nella quale spicca il bassista Yenz Leonhardt, già negli Iron Savior, oggi all’ultimo concerto per la band. ‘Iron Gods’ e ‘Iron Prayers’ sono i sipari ideali di un’esibizione intensa e ricca di energia, all’insegna del più classico speed metal germanico. L’AN Club nel frattempo si è riempito ed il pubblico è tutto per loro, a chiudere in modo ottimale questa serata di preparazione al festival vero e proprio.

Venerdì 26 maggio – Gagarin 205
Festival vero e proprio che si sposta per l’occasione presso una nuova location. Il Gagarin 205 è probabilmente il migliore live club di Atene e si rivela assolutamente adeguato alla situazione. Ampio e spazioso, con un bel palco e suoni generalmente molto curati. Unica pecca, un impianto luci non esattamente impeccabile o almeno non sfruttato al meglio. Come nel caso dei Monasterium polacchi, chiamati ad aprire la giornata con il loro doom metal epico – il bassista sfoggia una maglia dei Candlemass e non è un caso. Statici come il genere comanda, suonano praticamente al buio ma lasciano un’ottima impressione grazie a melodie sinistre ed avvolgenti, ma mai troppo ripetitive. Il loro debutto omonimo del 2016 merita di essere ascoltato. Con i californiani Resistance si attraversa per la prima volta l’Oceano: sono la classica cult-band, relativamente poco nota ma ricca di qualità, come è subito evidente sul palco quest’oggi. Con Robert Hett hanno un frontman di sostanza, oltre che estremamente convinto – vedi il nome della band tatuato a pieno petto… Il loro power/thrash metal non è forse irresistibile, ma scorre via piacevole, complice la convinzione che la band sfoggia on stage – buona anche la cover di ‘Blackout’ degli Scorpions. I Diviner riportano sul palco la Grecia, e lo fanno con una qualità sorprendente per chi non li conosce ancora. Il loro unico album ‘Fallen Empires’ è un concentrato di heavy metal melodico con un pizzico di oscurità, che ricorda vagamente la scena di Bollnas – Morgana Lefay e Tad Morose, tanto per fare due nomi… Il quintetto ateniese non si fa scappare l’occasione di colpire un pubblico internazionale e ci offre uno show di livello, in cui spicca l’esperto vocalist Yiannis Papanikolau. I Night Demon sono tra le band più attese della serata, se non altro per il livello cui ci hanno abituato con le loro esibizioni live – sono in Europa da più di un mese ormai. Suonano praticamente al buio, cosa che di certo non aiuta il lavoro dei fotografi. Ma la luce dell’heavy metal la tengono bene accesa con la loro carica debordante, che li rende di fatto una delle migliori live band del pianeta. Atene non fa eccezione, Jarvis Leatherby e i suoi compagni non tirano il fiato nemmeno per un attimo, rovesciando chili di metallo rovente addosso a un pubblico che non smette di incitarli. Chicca finale dello show, la cover di ‘Wasted Years’ degli Iron Maiden con Bobby Lucas degli Attacker al microfono. E proprio gli Attacker hanno il compito di seguire, riuscendo nell’impresa per nulla semplice di innalzare ancora il livello della serata. E qui gran parte del merito va al chitarrista Mike Benetatos, biondissimo eye catcher ma anche axeman di grandissimo spessore, accompagnato comunque da una delle band più compatte che la scena a stelle e strisce oggi sia in grado di offrire. Il loro show è intenso e coinvolgente, ancora una volta senza pause, pescando sia dall’ultimo ‘Sins Of The World’ che dal passato remoto della band – ‘The Hermit’ e ‘(Call On) The Attacker’ sono schegge impazzite di metallo fumante, oggi come trenta anni fa… Come reggere il confronto con le due band che li hanno preceduti? I Tyrant oggi lo fanno nel modo peggiore. Hanno un drummer temporaneo, e purtroppo si vede da subito. I meccanismi non funzionano, gli attacchi saltano, più volte i fratelli May si trovano a interrogarsi con gli occhi su quello che sta succedendo. Scarsa professionalità, e spiace dirlo parlando di una band da trent’anni sulla scena. Un paio di prove avrebbero evitato la figuraccia di oggi, solo parzialmente mitigata dal fatto di aver ritrovato un Glen May in ottima forma vocale. ‘Legions Of The Dead’ e ‘Too Late To Pray’ restano dei classici, ma l’esibizione di questa sera è da dimenticare, ed è un vero peccato. Facile ora spostare l’ago della bilancia per Ross The Boss e la sua rinnovata band, che noi abbiamo già avuto mododi vedere all’opera in Italia qualche mese fa. C’è grande curiosità, che però viene fugata immediatamente dalla grinta con cui l’ex-chitarrista dei Manowar e i suoi nuovi compagni di avventura affrontano il palco su ‘Blood Of The Kings’. E’ subito chiaro che i nostri fanno sul serio: Rhino è una macchina dietro le pelli, mentre Mike LePond sorprende per la naturalezza con cui riproduce parti di basso tutt’altro che lineari. Al centro della scena, Marc Lopes, che non sarà vocalmente perfetto come Mike Cotoia, ma è un frontman fatto e finito, capace di catalizzare l’attenzione del pubblico. La scaletta è quella che ci si aspetterebbe, e contiene tutti i classici dei Manowar senza particolari sorprese. Arriva anche l’inutile ‘Fighting The World’, subito dopo l’assolo di Rhino, e forse è l’unico passaggio a vuoto dell’intero show. Per il resto, davanti a pezzi come ‘The Oath’, ‘Blood Of My Enemies’ e ‘Thor (The Powerhead’) c’è davvero poco da dire. Con l’accoppiata composta da ‘Battle Hymn’ e ‘Hail And Kill’ si chiude un’esibizione intensa e coinvolgente, degno apice di una serata ricca di emozioni.

Sabato 27 maggio – Gagarin 2015
Tocca a una delle band più chiacchierate della scena europea recente aprire la seconda giornata del festival. I tedeschi Lord Vigo hanno riscosso consensi ovunque con il loro doom metal dalle inflessioni epiche, che però personalmente non mi ha colpito più di tanto. Lo stesso accade oggi, con il pubblico che pare gradire nonostante le evidenti difficoltà vocali del frontman – peraltro dotato di elmetto chiodato per tutta la prima parte dello show. Ancora Germania, ma ritmi decisamente più sostenuti, con i Blizzen ed il loro speed metal. I quattro dell’Assia non vanno troppo per il sottile, ma suonano con grinta e convinzione, offrendoci una manciata di pezzi originali senza pause o cadute di stile – non manca una buona cover di ‘Metal Gods’ dei Judas Priest. Senza strafare, i nostri convincono a livello strumentale e soprattutto mostrano di avere lo spessore per reggere anche su palchi di questo livello. Il primo highlight della giornata, almeno per noi, arriva molto presto e risponde al nome di Holy Martyr. La band di origine sarda interrompe in questa occasione un lungo digiuno live, approfittando della pubblicazione del nuovo ‘Darkness Shall Prevail’. Inizialmente un po’ statici sul palco, si sciolgono man mano anche grazie alle reazioni entusiastiche del pubblico, che mostra di non averli dimenticati. Soprattutto ‘Lakedaimon’ e ‘Spartan Phalanx’ scatenano reazioni di grande entusiasmo, ma  tutta l’ora a disposizione della band viene sottolineata da applausi e grida di incoraggiamento, con Alex Mereu a confermarsi frontman ricco di carisma. Si attraversa l’Oceano per la prima volta oggi con i Thrust. Che sono l’ennesima incarnazione della cult-band oscura, con tre soli dischi registrati nell’arco di trent’anni abbondanti. Ma come spesso accade alle band statunitensi, la resa sul palco è davvero impeccabile, e sul pubblico del Gagarin si abbatte una pioggia di robusto heavy metal dalle vaghe tinte thrash. Non è una sorpresa, sono i pezzi del classico ‘Fist Held High’ – ben cinque sui dieci in setlist – a scaldare al massimo il pubblico, anche se pure i brani più recenti non demeritano, anzi. Certo che chiudere con una traccia che si chiama ‘Posers Will Die’ è probabilmente il modo migliore per incarnare lo spirito underground del gloriosi Eighties… Unica band inglese a partecipare a questa edizione del festival, i Mythra si mostrano tutt’altro che un tributo al loro passato musicale. Vecchi sono vecchi, l’occhio non tradisce. Ma la grinta che i cinque di South Shields mostrano sul palco è qualcosa che tante band più giovani possono soltanto sognare. In particolare, il vocalist Vince High si rivela abilissimo a tenere il pubblico in mano, oltre che più che valido dal punto di vista prettamente vocale. Fatto sta che l’ora a disposizione della band britannica scorre via veloce, tra classici come ‘Overlord’ e ‘The Age Of Machine’ e brani nuovi come l’ottima ‘A Call To All’. Quello che davvero colpisce della band è l’entusiasmo che mostra on stage, davvero contagioso oltre misura. La posizione in scaletta degli InnerWish esplica in modo abbastanza chiaro lo status di una band che non solo gioca in casa, ma ha saputo crearsi un following esteso e fedele nel corso di una carriera che ormai supera i venti anni. Certo, il loro power metal di scuola europea esce un po’ dai confini sonori del resto delle band di oggi, ma poco importa. Hanno un disco nuovo omonimo fresco di stampa, a cui dedicano una porzione importante della setlist, ma la loro prestazione on stage è davvero ottima, sia dal punto di vista strumentale che vocale – George Eikosipentakis è un frontman di peso, in tutti i sensi. Spicca in particolare l’eccellente guitarwork, mentre la cover di ‘Lonely Lady’ dei Q5 strizza intelligentemente l’occhio a tutti gli amanti dello US metal più melodico. A proposito di US metal, è persino inutile ricordare qual è la band che tutti stanno aspettando. Il capiente club si riempie oltre misura per i Cirith Ungol, e curiosità e tensione sono palpabili. Ma bastano poche note per fugare ogni dubbio in merito. Chi li aveva visti in azione al Keep It True si è trovato di fronte a una band ancor più rodata e in palla, che ha regalato al pubblico ateniese uno show decisamente più compatto e intenso – non fosse altro per la prestazione davvero maestosa di Robert Garven dietro le pelli. La scaletta è più o meno la stessa, solo ogni pezzo viene suonato con convinzione e precisione ancora superiori – soprattutto Tim Baker appare visibilmente più sciolto al cento del palco, pronto a incitare un pubblico che non chiede altro che essere trascinato sui sentieri del Regno Oscuro. Jarvis Leatherby non lesina forze o entusiasmo al basso, mentre Greg Lindstrom appare molto più posato ma svolge il suo compito in modo impeccabile, quasi con stile. L’altro polo di attrazione è il chitarrista Jim Barraza, davvero impressionante per precisione e concretezza, oltre che per magnetismo animale… Classici come ‘Join The Legion’, ‘Frost and Fire’ e ‘Doomed Planet’ scuotono dalle fondamenta il Gagarin, prima di una prima serie di encore, che culmina nell’autointitolata ‘Cirith Ungol’. Concerto concluso? Nemmeno per sogno, perché alla band viene praticamente imposto un ulteriore bis, sotto forma di ‘Black Machine’, già presente nel set regolare. Coi greci non si discute, è noto, e l’ennesimo inno va a porre la parola fine a una prestazione davvero maiuscola, che va dritta nella Storia dell’heavy metal e nella storia personale di ognuno dei presenti. Uno show monumentale, che conferma in pieno quanto sia meritato l’alone di leggenda che da sempre circonda la band. Una chiusura migliore per questo weekend targato Up The Hammers sarebbe stata inimmaginabile…

Testo e foto di Sandro Buti

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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