Talks

THE DEAD DAISIES – Una bella storia

I supergruppi: gioia e dolore del passato, del presente e, stando a quanto ci raccontano David Lowy e Doug Aldritch, anche del futuro. Una band nata in sordina, che a poco a poco è stata in grado di raggiungere, tassello dopo tassello, una line-up da urlo, con membri che hanno militato nel passato in band come Thin Lizzy, Whitesnake, Mötley Crüe, Dio, Billy Idol, Ozzy Osbourne e tanti altri ancora. Dalla creazione della band sono passati solo quattro anni, ma in questo breve arco temporale i The Dead Daisies hanno pubblicato quattro album, di cui uno dal vivo, il recentissimo ‘Live & Louder’. Il loro sound è diventato via via più convincente, rinnovando i fasti del rock americano degli anni ’70. L’unico aspetto che forse poteva essere gestito meglio è collegato proprio al nome, che ricorda più un gruppo punk che una band di hard rock.
“(David Lowy) Ah ah ah, in realtà quando Jon Stevens (famoso per il periodo passato negli INXS / nda) ed io fondammo la band non avevamo nessuna intenzione di suonare musica punk! Ci piaceva il rock classico degli anni 70 e decidemmo di mettere insieme una band per registrare la nostra musica. La scrittura dei primi brani fluiva senza problemi, ma non facevamo progressi nella scelta del nome della band finché Jon non se ne uscì con l’idea The Dead Daisies. Ho cercato a lungo di rinsavirlo, ma non c’è stato verso di fargli cambiare idea! Devi sapere che parecchi anni prima Jon aveva subito una crisi cardiaca a causa della quale aveva rischiato di morire. In inglese c’è una simpatica espressione idiomatica che si usa quando una persona è sul punto di morire ed è ‘Pushing Up Daisies’ (letteralmente far crescere le margherite / nda). Siccome Jon riuscì a superare la sua crisi, disse che quella volta aveva ucciso le margherite e da questa sua battuta è nato il nome della band.”

srf17 1113rl

Tu sei australiano e Jon è neozelandese: il piano iniziale prevedeva la creazione di un progetto che restasse confinato nella terra dei canguri o il vostro sguardo puntava oltre l’oceano fin dall’inizio?
“(DL) Non c’era un piano iniziale vero e proprio. Ci siamo conosciuti grazie all’ex manager degli INXS David Edwards. Abbiamo iniziato a scrivere le nostre canzoni, abbiamo completato la line-up con degli artisti importanti e tutto il resto è accaduto in modo quasi automatico. L’Australia è un grande continente ma non ci sono tanti abitanti, per cui è un mercato piuttosto limitato e non avrebbe avuto alcun senso limitare la nostra attività a quei territori. Inoltre io vivo per almeno sei mesi all’anno a New York, per cui gli Stati Uniti sono stati il posto in cui abbiamo mosso i nostri primi passi.”

Tutte le varie formazioni che si sono susseguite negli anni sono state sempre caratterizzate dalla presenza di musicisti molto bravi e anche molto famosi. Se io sapessi suonare bene la chitarra, il fatto di essere del tutto sconosciuto azzererebbe le mie possibilità o prenderesti in considerazione la mia candidatura?
“(DL) Potrei farlo, ma non ora perché c’è Doug con noi, ah ah ah! Direi che l’elemento decisivo per la formazione della line-up è stato conoscere Marco Mendoza quando i The Dead Daisies erano in tour con i Thin Lizzy. Marco conosce veramente tante persone della scena ed è stato lui a coinvolgere nella band i musicisti che ora ne fanno parte. Quindi non è stato uno schema prefissato e mi sento veramente onorato per avere questi grandi artisti nella band.”

Concorderete con me a proposito del fatto che non è per nulla usuale che una band dopo una storia così breve come la vostra sia in grado di raggiungere un livello di notorietà tale da permetterle di suonare con Kiss, Aerosmith, Thin Lizzy, Whitesnake, ottenendo una visibilità enorme. Qual è il vostro segreto?
“(DL) Quattro anni non sono sicuramente un lungo periodo, ma impegnandosi e lavorando seriamente ci possono anche essere delle belle storie e quella della nostra band è veramente una bella storia! Ci sono anche altri fattori che possono aiutarmi a rispondere alla tua domanda e la fortuna è sicuramente uno di questi, ma non va dimenticato che le band importanti che hai citato poco fa sono sempre alla ricerca di qualità quando decidono a chi proporre il ruolo di opener, e noi ne abbiamo parecchia grazie a musicisti come Doug Aldritch, John Corabi, Marco Mendoza e Brian Tichy. L’ultimo aspetto, che non è meno importante degli altri è il management e così, grazie a dedizione, impegno ed energia si può arrivare a realizzare le nostre ambizioni.”

Come capita spesso a chi raggiunge obiettivi importanti, anche nel caso dei The Dead Daisies non mancano sicuramente i detrattori i quali sostengono che il vostro successo non è dovuto alla qualità della proposta musicale, ma al fatto che al principio della vostra carriera avevate due ex membri dei Guns N’ Roses (Richard Fortus e Dizzy Reed) senza contare la collaborazione con Slash come songwriter. Quali sono i vostri commenti?
“(DL) Ogni persona ha la facoltà di esprimere i propri commenti su argomenti cui è interessata, così come io ho il diritto di non essere minimamente interessato a commentare queste opinioni, specialmente quando lasciano trasparire un sentimento come l’invidia che non è proprio tra i più nobili del genere umano. Sarebbe peggio se non ci fossero commenti su di noi perché vorrebbe dire che la nostra presenza passa del tutto inosservata. Spesso le critiche sono le benvenute, perché ti permettono di riflettere su ciò che stai facendo, ma non devono avere finalità negative.”
“(Doug Aldritch) Credo che una delle ragioni del successo della band vada anche ricercata nella capacità di David di delegare e responsabilizzare i membri della band in tutte le fasi della creazione della musica perché ciò crea una forte unione al nostro interno. Ti posso assicurare che non è frequente che ci sia un ambiente simile in un gruppo musicale perché spesso c’è una sola persona al comando.”
“(DL) Un perfetto esempio del concetto espresso da Doug è rappresentato proprio dal modo in cui nascono i brani dei The Dead Daisies. Ognuno ha le proprie idee, le mette sul tavolo e si inizia a discutere per ottenere il risultato migliore. Nella mia carriera professionale al di fuori della musica (David Lowy è amministratore delegato del Lowy Family Group / nda) ho imparato che l’organizzazione è un elemento fondamentale per raggiungere il successo e ho cercato di seguire gli stessi principi anche nella band. In fondo le buone idee non possono essere monopolio di una sola persona e sono perfettamente convinto che i risultati migliori si realizzano in un ambiente in cui c’è forte collaborazione.”

Nel 2015 siete stati la prima band occidentale a suonare a Cuba. Questa vostra decisione vi ha sicuramente donato grandissima visibilità.
“(DL) È stata un’esperienza incredibile perché abbiamo vissuto una settimana circondati dall’affetto di persone veramente speciali. Abbiamo visitato scuole di musica e registrato dei brani assieme agli studenti, siamo stati raggiunti sul palco da musicisti locali. Sai, ci possono essere differenze di natura politica, sociale, religiosa o morale, ma alla fine la musica è un vero ponte che serve per collegare i popoli e a Cuba l’abbiamo provato sulla nostra pelle. Il titolo del nostro secondo album ‘Revolución’ è una sorta di omaggio a una popolazione che ama veramente la musica.”

In questi anni ci sono stati tanti cambiamenti nella line-up, ma quello più significativo ha portato alla fuoriuscita di Jon Stevens che aveva fondato la band assieme a te. Cos’è successo?
“(DL) Posso solo dirti che è stata una separazione assolutamente amichevole. Lui ha scelto di portare avanti la sua carriera solista e a me è rimasta la band, ah ah ah!”

Per quale ragione la scelta del suo sostituto è caduta proprio su John Corabi?
“(DL) L’unica cosa certa era che volevo continuare l’esperienza dei The Dead Daisies perché ci avevo dedicato parecchio tempo e avevo l’ambizione di vedere la mia creatura crescere. Così il management predispose una lista di possibili nuovi cantanti e John Corabi era uno di questi. Ci incontrammo una sera a cena a Los Angeles e gli proposi di venire con noi a Cuba. I risultati furono ottimi per cui la scelta fu molto facile.”

Doug, vorrei sapere se conoscevi già i The Dead Daisies prima che ti venisse offerto il ruolo di chitarrista all’inizio del 2016.
“(DA) Marco Mendoza mi aveva parlato dei ragazzi quando era rientrato a far parte della band nel 2014 e da quella volta ho iniziato a seguirli con un certo interesse. Quando ho saputo dell’ingresso di John Corabi ho pensato che fosse la persona giusta e ne ho avuto la conferma di ciò quando ho visto il video di ‘Midnight Moses’ registrato con John proprio a Cuba. Ricordo di aver mandato un messaggio a Marco per complimentarmi per come stava crescendo la band e per come riuscivano ad essere credibili e freschi. A settembre del 2015 Richard Fortus ebbe un grave incidente con la moto che gli impedì di partecipare al tour autunnale come supporto ai Kiss e Marco mi chiese se fossi interessato a prendere provvisoriamente il suo posto. In realtà ero impegnato con il tour di Glenn Hughes, per cui non mi fu possibile prendere in considerazione quella proposta. Evidentemente il destino mi ha offerto una seconda occasione perché solo pochi mesi dopo Marco mi riscrisse riformulando la proposta, ma questa volta come membro permanente perché Richard e Dizzy avevano lasciato la band per andare in tour con i Guns N’ Roses. A quel punto iniziai a parlare seriamente con David e dopo un po’ entrai a far parte della band.”

Pochi mesi dopo la tua ufficializzazione come chitarrista della band iniziarono le registrazioni del vostro terzo album ‘Make Some Noise’. Ti sei trovato a registrare materiale scritto da altri o hai contribuito alla stesura dei brani?
“(DA) Tutti i brani di ‘Make Some Noise’ sono nati dopo il mio ingresso nella band per cui ho potuto contribuire in modo completo alla loro stesura. Il mio arrivo ha coinciso con un periodo di pausa di sei settimane degli altri membri della band, dopo una lunghissima serie di date dal vivo. Quando ci siamo trovati in studio abbiamo sentito l’energia che a poco a poco fluiva e con essa le idee.”

srf17 1119rl

Senti Doug, ma è stato più facile dire di si a una band semi sconosciuta come i The Dead Daisies o più difficile dire di no a David Coverdale quando hai lasciato gli Whitesnake?
“(DA) Non si può parlare di decisioni facili o difficili perché da un lato si tratta di due scelte di vita, ma dall’altro i tempi in cui le decisioni sono maturate sono totalmente diversi. Ho lavorato tanto e bene con David Coverdale nel passato e sono molto orgoglioso di quanto abbiamo composto assieme. Quando David ha deciso di dedicare un album al periodo della sua carriera con i Deep Purple ha chiesto la mia disponibilità a trasferirmi da lui per tutto il tempo delle registrazioni. La mia priorità era però mantenere la famiglia il più possibile unita in questo momento così importante perché era da poco nato mio figlio. Abbiamo iniziato a lavorare su dei demo ma a un certo punto mi sono reso conto che lui era insoddisfatto. Ho sempre considerato David Coverdale come il mio fratello maggiore e la consapevolezza di disattendere le sue aspettative mi faceva stare male per cui mi sono reso conto che l’unica alternativa era lasciare gli Whitesnake e dedicare tutto il mio tempo alla cosa che per me era la più importante: la mia famiglia! David ha capito la mia posizione e nel maggio del 2014 ci siamo lasciati con una forte stretta di mano. Questa scelta mi ha permesso di vivere delle esperienze che ritengo tra le più importanti della mia vita, senza nulla togliere ai momenti meravigliosi trascorsi negli Whitesnake.”

Quindi, se mi permetti di riassumere, è stato necessario dire di no a David ed è stato facile dire di si ai The Dead Daisies.
“(DA) In realtà non ho mai detto di no a David Coverdale. Credo che tantissime persone, al mio posto, si sarebbero comportate esattamente come me, perché la famiglia è la cosa più importante. David ed io abbiamo pubblicato insieme 30 canzoni, due album in studio e uno dal vivo e sono orgoglioso di quanto abbiamo creato insieme, ma sono convinto che la mia scelta sia stata corretta. Molta gente mi ha chiesto quale fosse il mio problema. La mia risposta è sempre stata che se avessero un figlio capirebbero!”

Tu non sempre stato sotto la luce dei riflettori perché hai trascorso la parte iniziale della tua carriera in due band che pur essendo eccezionali da un punto di vista qualitativo non hanno mai ottenuto risultati commerciali soddisfacenti. Secondo te quali sono le ragioni che hanno azzoppato Lion e Bad Moon Rising?
“(DA) Credo che in entrambi i casi il problema principale sia stato legato allo stile musicale che non era allineato alle tendenze dell’epoca. A metà degli anni ’80 i Lion avevano raggiunto un buon seguito nella zona di LA, ma le case discografiche sembravano non rendersene conto perché non eravamo sufficientemente glam. Alla fine ricevemmo una proposta dalla Scotti Brothers e il risultato fu ‘Dangerous Attraction’, un album fortemente influenzato dai grandi gruppi hard rock come Whitesnake e Thin Lizzy. Purtroppo la casa discografica non supportò la nostra attività dal vivo in Europa e così registrammo il secondo album con delle seconde scelte perché avevamo deciso di salvare i brani migliori per un’occasione successiva. In quel periodo mi venne proposto di andare a suonare con Dio e Slaughter, ma la mia volontà era proseguire la carriera con i Lion. Sfortunatamente, pochi mesi dopo la pubblicazione di ‘Trouble In Angel City’, il nostro batterista Mark Edwards si infortunò seriamente a seguito di un incidente motociclistico e quella fu la fine dei Lion. Kal Swan ed io volevamo proseguire la nostra carriera e decidemmo di formare i Bad Moon Rising. Il primo album ebbe un discreto successo, anche grazie al tesoretto dei brani non utilizzati per ‘Trouble In Angel City’, ma purtroppo in quel periodo le band che non suonavano grunge erano destinate a un inesorabile declino. Con il terzo album cercammo di seguire un po’ la moda, ma il risultato qualitativo di ‘Opium For The Masses’ non fu soddisfacente.”

Kal Swan sembra una delle persone più difficili da rintracciare sul pianeta terra: si tratta di una missione impossibile anche per te?
“(DA) A dire il vero mi sento privilegiato, perché abbiamo recentemente negoziato l’autorizzazione a cedere i diritti su un paio di canzoni a una società di giochi e per l’episodio pilota di una nuova serie TV. Abbiamo in comune l’avvocato che segue i nostri interessi, per cui qualche volta ci incontriamo. Comunque hai ragione, Kal è uscito dal music business dopo la pubblicazione dell’ultimo album dei Bad Moon Rising e nonostante abbia ricevuto parecchie offerte per cantare su qualche album ha sempre rifiutato.”

Quanto è difficile trovare la giusta via di mezzo che permetta di restare allineati al trend imperante senza uscire in modo troppo evidente dal proprio stile musicale?
“(DL) I The Dead Daisies sono ciò che sono, seguono la propria direzione stilistica e possono suonare la musica che sentono propria e che non è minimamente influenzata da ciò che è popolare oggi. Le band che suonano il nuovo rock classico sono veramente poche e non lo fanno per una questione di moda. Se qualcuno mi chiedesse un consiglio sulle prime mosse da fare quando si crea una band gli risponderei di seguire il proprio cuore e di scrivere dei brani che possano accendere emozioni. Chi cerca di seguire il treno sbaglia in partenza, perché nel momento in cui si rende conto che sta per arrivare in realtà il treno è già passato!”

Avete pubblicato da pochissimo il vostro primo album dal vivo ‘Live & Louder’. Credete ancora nell’importanza degli album dal vivo, come si era soliti fare venti e più anni fa, o lo considerate solamente come un mezzo per mantenere vivo il nome della band?
“(DA) In verità l’album non era stato pianificato! Nell’ultimo anno abbiamo suonato tantissimo dal vivo e ci siamo resi conto della grande chimica che si è venuta a creare sul palco tra di noi. Così abbiamo deciso di registrare una ventina di serate complete per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. È stato divertente mettere assieme le canzoni provenienti da concerti diversi perché è sempre percepibile la grande energia che riusciamo a creare.”
“(DL) Ci sono anche dei brani tratti dalla serata registrata a Milano. Crediamo che durante i nostri show ci sia molto trasporto da parte del pubblico e abbiamo cercato di catturare questo sentimento privilegiando le registrazioni in cui il pubblico era più caldo.”

Cosa c’è dietro l’angolo, David?
“(DL) In questo periodo siamo molto creativi e abbiamo iniziato ad abbozzare alcune idee per qualche nuova canzone. Saremo in tour fino a metà settembre e a quel punto ci incontreremo nuovamente per creare le basi del nostro quarto album in studio che uscirà sicuramente nel 2018.”

Discografia:
The Dead Daisies (2013)
Revolución (2015)
Make Some Noise (2016)
Live & Louder (2017)

Line-up:
John Corabi – voce
David Lowy – chitarra
Doug Aldrich – chitarra
Marco Mendoza – basso
Brian Tichy – batteria

Roman Owar

Roman Owar

La folgorazione, non proprio spontanea, ebbe luogo sui campi di basket dei Ricreatori di Trieste negli anni ’80, quando chi non ascoltava Priest, Maiden e Saxon era automaticamente fuori dal gruppo. Negli anni tante cose sono cambiate, ma non l’amore per il metal tradizionale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla carta stampata nel nuovo millennio, prima sulle colonne di Flash e successivamente su Metal Maniac. Credo fortemente nell’ispirazione divina di Kai Hansen e Michael Kiske, non ho mai avuto demoni al di fuori di King Diamond e mi permetto un’unica divagazione dalla “via classica” ovvero il progressive metal. Non capisco perché chi mi conosce sostiene che io non sia obiettivo a proposito dei Kamelot.

Post precedente

LUX PERPETUA - 'The Curse Of The Iron King'

Post successivo

NATIONAL SUICIDE - Il nuovo album 'Massacre Elite' a fine settembre