Loud Reports

THE CULT – Il report del concerto @ Alcatraz, Milano – 26.06.2017

A un anno dall’uscita di ‘Hidden City’ la band di Astbury e Duffy approda a Milano per la prima delle due date italiane di supporto al disco (la prossima sarà al Pistoia Blues). Come consuetudine il concerto inizia con un regale ritardo e, nonostante sul biglietto ci sia la dicitura “+guests” non c’è nessuno di supporto: il pubblico è allo stremo dopo più di un’ora a suon di ‘The Doors’ e birra. La band apre con ‘Wild Flower’, brano presente su Electric del 1987, come la maggior parte dei pezzi in scaletta, seguita dall’imprescindibile ‘Rain’ (da ‘Love’ del 1985) che fa dimenticare agli astanti tutta l’impazienza di pochi minuti prima. Anche stavolta i Cult relegano i fotografi in un pit apposito accanto mixer ma nulla possono contro gli smartphone e le cornine alzate (queste sono calamità da arginare, altro che i flash ravvicinati). Dopo le prime due canzoni “storiche” è il turno di una new entry: il singolo ‘Dark Energy’ che, nonostante non sia conosciuto dai più, tiene comunque alti gli animi. L’Alcatraz è quasi pieno e dalle prime alle ultime file il pubblico canta, balla, incita e salta immemore dell’età anagrafica dei presenti (che si aggirava attorno ai 45 anni con punte minime di 25 e massime di 70). Dopo ‘Spiritwalker’, ‘Peace Dog’ e ‘Honey From a Knife’ tocca finalmente a ‘Sweet Soul Sister’ e tutto l’Alcatraz scoppia in un coro compatto e appagato. Astbury ha gli occhi perennemente nascosti dietro a degli occhiali scuri provenienti direttamente dal minnovecentoottantasei, ma è di ottimo umore ed elargisce cembali al pubblico come se piovesse (senza però tirarli con rabbia come successe anni fa) e qualche parola stiracchiata in italiano. E, dopo una cinquina di canzoni prese prevalentemente da ‘Love’ e dall’ultimo album, arriva il momento di ‘She Sells Sanctuary’ che esalta ed emoziona tutta la platea trascinandola verso ‘Fire Woman’ sulle cui ultime note si spengono le luci. Dopo pochi minuti di pausa la band torna sul palco per regalare gli ultimi due fuochi d’artificio pescati da Electric: ‘King country Man’ e ‘Love Removal Machine’ per chiudere la serata; Duffy lancia i suoi plettri, Astbury saluta tutti con la usuale bestemmia di commiato tanto cara ai gruppi rock stranieri, il resto della band fa gli inchini di rito e la sicurezza accompagna gentilmente gli astanti all’uscita come pecore da rimettere nell’ovile utilizzando il nastro rosso e bianco alla CSI. Ci sono ancora tante birre piene nelle mani e molti si riuniscono all’esterno del locale a scambiarsi opinioni e lamentele sulla serata appena trascorsa, a partire dal biglietto troppo caro (35 euro per un’ora e mezza di concerto di una band sola) alla quantità di gente presente (molta in verità considerando la serata sia di lunedì lavorativo e che in giro per l’Italia ci sono altri shows imperdibili). Tutti però sono d’accordo nel dire che i Cult dopo 35 anni circa di attività sono ancora ad altissimi livelli e il loro mestiere nasconde bene l’odore di muffa e le rughe che qualcuno ha intravisto all’inizio di questo concerto ineccepibile.

Foto di Luca Bernasconi

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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