Loud Reports

SLAYER – Il report del concerto @ Alcatraz, Milano – 08.06.2017

Parliamo degli Slayer. Parliamo di un gruppo che per molto nostalgici è ormai una sorta di cover band, con solo il 50% dei membri originali, per altri irriducibili invece: “Gli Slayer sono sempre gli Slayer, una certezza!”. Forse gli stessi irriducibili che da tempi immemori ed in tutto il mondo sono famosi per zittire le band di apertura, letteralmente sommerse da possenti (ed irrispettosi) cori che inneggiano agli “uccisori”. Proprio questo temiamo, quando i grandi Sadist salgono sul palco e subito i kids si prodigano nel coprirli con l’immancabile mantra coristico. Forse però, questa sera qualcosa sta girando in modo diverso. I genovesi attaccano subito con ‘Den Siste Kamp’, poche parole da parte di un emozionato Trevor ed una storica e mitica ‘Reign Of Asmat’ arriva a colpire nel segno. Una piccola magia avviene all’ Alcatraz questa sera… roba da pelle d’oca. Roba da pelle d’oca. Le voci che inneggiano agli Slayer si accordano, entrano in risonanza ed il tutto si trasforma in un emozionante “Sadist”. Pelle d’oca… l’ho già detto? Trevor dopo aver ringraziato visibilmente commosso ammette umilmente che dopo di loro suonerà il gruppo più “cattivo” di sempre (“sapete cosa succederà dopo sul palco… “). Tommy Talamanca impressiona con la sua maestria nel suonare tastiere e chitarra, dimostrandosi un virtuoso, un leader, un carismatico personaggio che da decenni è un punto di riferimento per il metal estremo (ma non solo, lo ricordiamo anche con il suo disco solista ‘Na Zapad’, pregno di sonorità etniche ed acustiche) tricolore. La sezione ritmica fa semplicemente paura, con un Andy al basso che si ritaglia spesso momenti solisti che dimostrano il suo virtuosismo, e un Alessio Spallarossa davvero stellare. Insomma i Nostri terminano un concerto sicuramente non facile tra gli applausi di un pubblico maturo, intelligente, affezionato a chi in Italia porta avanti la propria musica da anni (‘Black Screams’ è datato 1991), con passione e dedizione. Un inchino ai Sadist. Cosa diceva Trevor? Si, sappiamo cosa succederà: l’inferno in terra. Si signori, perché lo diciamo subito: stasera gli Slayer hanno spaccato. Tom Araya sale sul palco con il suo classico sorriso sornione, raggelante e rassicurante al contempo. Lui sa cosa succederà, e forse l’ha anticipato lui a Trevor. I volumi sono (al solito) quasi fastidiosi, con un Kerry King che finalmente non suona con il pilota automatico e sembra incazzato come ai bei vecchi tempi. Il piccolo e tatuato chitarrista con tanto di pesantissime catene usate come portachiavi, si prodigherà nelle sue famose “scapocciate” per tutta la sera, non risparmiando una goccia di sudore e suonando preciso e chirurgico come non mai. Partono con ‘Repentless’ e la serata l’hanno già portata a casa. La gente si ammazza letteralmente e loro macinano riff senza pietà. Cosa suonare dopo un brano relativamente nuovo? Ma una storica ‘The Antichrist’, giusto per far piangere lacrime di sangue a tutti i “vecchietti” presenti. Tom Araya non ha ancora capito la differenza tra spagnolo ed italiano, ma in fondo ce ne fottiamo, e non appena urla “Waaaaaaaaar… “ noi siamo subito pronti ad aggiungere “… Ensembleeeee”. Ed è il massacro. Esaltazione allo stato puro con il famoso fraseggio a due chitarre che caratterizza ‘Dead Skin Mask’, uno dei brani più “evil” di sempre. Volete riposarvi? Andare in bagno? Non credo, perché gli Slayer ci piazzano una bella ‘Spirit In Black’ che con i suoi stacchi, le sue accelerazioni ed i suoi assoli ci incolla al palco. Gary Holt non sostituisce nessuno. Diciamolo. Jeff Hanneman è sul palco, sempre. Gary Holt presta la sua chitarra e la sua esperienza, ed è stato sin da subito accolto a braccia aperte. Umile, professionale. Paul Bostaph si… lui sostituisce Lombardo, diamine. Che la cosa ci vada bene o meno a lui non interessa, perché Bostaph è letteralmente un mostro, lo è sempre stato ed è uno dei batteristi dal tocco maggiormente riconoscibile nel thrash metal. Per la cronaca, stasera asfalterà chiunque, anche i nostalgici. ‘Seasons In The Abyss’, ‘South Of Heaven’, ‘Reign In Blood’… ci sono tutte. Una band decisamente in palla e con le palle, nonostante gli anni che passano ed un Araya che sembra quasi un personaggio biblico, un Jeff che non c’è più e manca come non mai, un Dave che suona con altri, perché i suoi amichetti non lo vogliono più. Ricordo quella sensazione negli anni 90, quando uscendo dai concerti mi fischiavano le orecchie, avevo la maglietta strappata e contusioni ovunque. Questa sera esco dall’ Alcatraz e quando il buttafuori mi chiede: “finito?”, io riesco solo ad urlare “comeeeee?”. Sento solo fischi, e mi commuovo.

Foto di Luca Bernasconi

Alberto Biffi

Alberto Biffi

Alla tenera età di 11 anni fui folgorato sulla via di Damasco da una voce divina e soprannaturale (Bruce Dickinson), che mi guidò sulla retta via del Signore (R.J. Dio). Da allora ho vagato nel mondo metal cercando la mia giusta collocazione; dapprima come groupie (ma dovetti rinunciare presto, troppo brutto e peloso), poi come musicista coinvolto in innumerevoli progetti nell'area rock lombarda ed infine come umile scribacchino digital-musicale. Già redattore per Truemetal.it, Italiadimetallo.it, Metalitalia.com, Suonidistortimagazine.it ed altre innumerevoli realtà minori ma sempre e comunque professionali ed appassionanti, mi accingo ad iniziare questa nuova entusiasmate avventura con loudandproud.it.

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