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SATYRICON – ‘Deep Calleth Upon Deep’

Fino a oggi la carriera musicale dei Satyricon può essere suddivisa in due epoche: la prima- probabilmente quella che i fan di vecchia data considerano l’unica degna di nota – costituita dalla triade ‘Dark Medieval Times’, ‘The Shadowthrone’ e ‘Nemesis Divina’ e la seconda, da ‘Rebel Extravaganza’ in poi, quella in cui Satyr e Frost decisero di fare la loro entrata trionfale nel nuovo millennio impiegando riff rock molto orecchiabili costruiti su ritmiche martellanti e moderne. Con ‘Deep Calleth Upon Deep’ i Satyricon abbandonano ancora una volta i confini della loro zona comfort avventurandosi in composizioni più libere e inaspettate. I quattro minuti e passa della title track, pezzo scelto come singolo, non rendono abbastanza l’idea del cambiamento in atto nel sound della band: il marchio black ‘n’ roll è ancora ben presente nel ritornello catchy come nella cruda batteria anni ’80. Qui, come in altri pezzi dell’album in questione, vengono impiegati strumenti inusuali come il mellotron, il violoncello, il violino ma per cogliere tutte le piccole sorprese che Satyr e Socio hanno infilato qua e là si ha bisogno di molteplici ascolti durante i quali, come sollevando uno strato dopo l’altro, è come se tutte le caselle andassero al loro posto e venisse alla luce il disegno originario. Qua e là si notano rimandi alla carriera passata della band come ad esempio la familiarità di ‘The Ghost Of Rome’ con ‘The Age Of Nero’  o di ‘Dissonant’ con ‘Rebel Extravaganza’ ma tutto è rimpastato in una chiave molto progressive, più complessa ma non eccessivamente pesante. L’album non ha paura di essere prolisso e le canzoni fluiscono per tutto il tempo necessario come ‘To Your Brethren In The Dark’ o ‘Black Wings And Withering Gloom’, sette minuti e spicci di sfuriate old style in cui il buon vecchio Frost ha messo veramente tutto quello che poteva. L’album si chiude con ‘Burial Rite’, il pezzo più settantiano del lotto: oscuro e claustrofobico, richiama i cari vecchi Black Sabbath. Registrato tra Oslo e Vancouver all’inizio del 2017 e mixato da  Mike Fraser (l’uomo dietro alla consolle in ‘Thunderstruck’ degli AC/DC che aveva già lavorato con i Satyricon per ‘Now, Diabolical’), ‘Deep Calleth Upon Deep’ è il nono album della band, venuto alla luce dopo 3 anni di lavoro in cui la band ha messo tutta se stessa per cercare di creare qualcosa che fosse il simbolo di un’evoluzione durata quasi trent’anni e allo stesso tempo di rottura con quello stesso passato. Nei quarantatré minuti di durata l’impronta dei Satyricon è ancora ben visibile ma il salto ormai è stato fatto: una nuova era è appena cominciata.

Tracklist:
01. Midnight Serpent
02. Blood Cracks Open The Ground
03. To Your Brethren In The Dark
04. Deep Calleth Upon Deep
05. The Ghost Of Rome
06. Dissonant
07. Black Wings And Withering Gloom
08. Burial Rite

Line-up:
Satyr (Sigurd Wongraven) –  voce, chitarra, tastiere, basso
Frost (Kjetil Haraldstad) – batteria

Editor's Rating

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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