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SATYRICON – L’abisso chiama l’abisso

A quattro anni dal disco omonimo e a due da ‘Live At The Opera’, tornano i Satyricon con ‘Deep Calleth Upon Deep’ (qui, i dettagli), il loro attesissimo nono album in studio che uscirà il prossimo 22 settembre su Napalm Records. Nell’attesa dello show del 7 ottobre a Bologna – nell’ambito del tour europeo che seguirà l’uscita del full lengh – abbiamo fatto una lunga chiacchierata telefonica con Kjetil-Vidar “Frost” Haraldstad, storico batterista della band, che si è mostrato disponibile a rispondere a tutte le nostre curiosità riguardo un album che, come di consuetudine, dividerà gli ascoltatori.
Ciao Frost, benvenuto sulle pagine digitali di Loud and Proud!
“(Frost) Piacere mio!”

Nell’ info-sheet ho potuto leggere una dichiarazione di Satyr in cui diceva che ‘Deep Calleth Upon Deep’, il vostro album in uscita a settembre per la Napalm Records, sarà l’inizio di qualcosa di nuovo oppure la fine di tutto. Onestamente, ascoltando l’album non ho avuto una sensazione così apocalittica quanto più l’idea che questo sarà un ulteriore passo nella vostra personale evoluzione. E tu cosa ne pensi?
“L’atmosfera di questo album è completamente diversa da qualsiasi cosa noi abbiamo fatto fino ad ora, è qualcosa di molto, molto oscuro, spirituale e colmo di energia. Anche le canzoni stesse sono differenti da qualsiasi cosa i Satyricon abbiano mai suonato: non c’è nulla che mi ricordi gli album precedenti. C’è un attitudine diversa, una passione differente, uno spirito differente anche nella loro creazione. C’è stato un lungo percorso dall’ultimo album, ci abbiamo lavorato per quasi tre anni, per tirare fuori ognuna delle otto tracce in modo che fosse perfetta e unica”Satyricon2017
Oggi
 c’è anche gente che rimpiange ‘Rebel Extravaganza’ dimenticando che quando uscì questo capolavoro fu capito solo da pochissime persone. Probabilmente sono le stesse persone che ascoltando il singolo ‘Deep upon calleth deep’ hanno avuto il coraggio di dire che sembra una copia sbiadita di ‘Now Diabolical’.
“Direi loro che non hanno ascoltato bene la canzone. “DUCD” è un pezzo molto particolare e molto molto profondo. Magari avrebbero avuto bisogno di ascoltarlo più volte prima di dare un giudizio ma non sono io a dover convincere le persone che hanno un punto di vista sbagliato, né che il loro è un parere affrettato. Come ho già detto e ribadito, l’album è per noi qualcosa di diverso da qualsiasi nostro precedente lavoro, ogni canzone è diversa dalle altre, nelle nostre intenzioni ognuna doveva avere la giusta espressione e spero di essere riusciti nell’intento.”

Penso che sia un album “multistrato” fatto di riff essenziali e ritmiche marziali ma anche di un intricato lavoro di arrangiamento: a ogni ascolto puoi togliere uno strato, come una cipolla, e trovare qualcosa di nuovo, una sorpresa, come ad esempio violini e clarinetti, per non parlare della presenza del sassofonista e tenore Håkon Kornstad. Avete deciso di inserire queste particolarità dopo ‘Live At The Opera’ ?
“E’ una domanda che ci hanno fatto in molti. ‘Live At The Opera’ fu un riarrangiamento di canzoni nate per chitarra, basso e batteria attraverso la collaborazione con il Norwegian Opera Choir. Abbiamo riarrangiato i nostri brani storici in maniera sperimentale, gli arrangiamenti dei cori sono stati composti soltanto per quello spettacolo. Su ‘Deep Calleth Upon Deep’  non è stata una decisione presa fin dall’inizio di inserire cori e strumenti particolari, anzi, è stata una nostra scelta far sì che per la maggior parte del tempo fossero i nostri strumenti abituali ad essere presenti e inserire strumenti sinfonici e cori solo in piccole parti.”

Vorrei parlare con te di ‘Black Wings And Withering Gloom’: sette minuti di black metal old school in cui la batteria esegue in incessante lavoro.  Puoi parlarmene?
“Ho provato ad entrare nello spirito di ogni canzone, fosse essa più epica o più spaventosa, più progressive, più o meno groovy. ‘Black Wings And Withering Gloom’ è una canzone che richiede molta intensità. Satyr mi ha comunicato il suo desiderio riguardo a come voleva che la canzone uscisse fuori, molto potente e ampollosa, e spero di esserci riuscito.”

Proprio nel mezzo tra ‘Black Wings And Withering Gloom’ e ‘The Ghost of Rome’, due canzoni con impresso a fuoco il marchio dei Satyricon, avete deciso di infilare ‘Dissonant’, un brano veramente molto particolare. Puoi spiegarmi il perché di questa scelta?
“Penso che dovremmo chiederlo a Satyr, non me la sento di poter rispondere in sua vece. Posso dirti che quando scegliamo la disposizione delle canzoni in un album è molto importante che le canzoni stesse scorrano bene l’una dietro l’altra, sia che esse abbiano un’atmosfera simile, sia che creino un forte contrasto tra di loro come in questo caso. Possiamo solo fare delle congetture…”

Gia che ci siamo parliamo di ‘The Ghost Of Rome’: questo pezzo mi ricorda una musicalità molto mediterranea, anzi ti direi proprio molto italiana. E’ una cosa ricercata o è venuta da se?
“Non so dirtelo… penso sia una cosa non voluta. Magari cercando un approccio melanconico e oscuro il risultato è stato quello di creare qualcosa di mediterraneo, con un aura diversa. E’ una canzone su cui abbiamo lavorato molto, forse proprio questo intenso lavoro ha portato al risultato finale che hai sentito tu.”

E riguardo al concept, ho letto che la frase ‘Deep Calleth Upon Deep’ è presa da una frase di un Salmo della Bibbia. Puoi dirmi qualcosa di più?
“‘Un abisso chiama un altro abisso’ è una dichiarazione che descrive molto bene l’essenza della musica dei Satyricon e il valore di tutta l’arte. Qualsiasi cosa tu ascolti, tu legga, tu guardi  e tenti di capire ti lascia sempre qualcosa dentro e allo stesso tempo prende un pezzetto di te. Volevamo comunicare al cuore di chi avrebbe ascoltato la nostra musica; coloro i quali ascolteranno le nostre canzoni devono essere pronti ad esplorare le profondità del loro cuore. Non è possibile ascoltare questo album alla leggera, rimanendo ad un livello superficiale; c’è qualcosa di profondo e solenne e bello nell’atmosfera dell’album, che va capito e assimilato.”

Una domanda che mi sta particolarmente a cuore riguarda la copertina. Come mai avete deciso di utilizzare l’opera di Edvard Munch “Todeskuss”, il bacio della morte? Non è una copertina usuale per una band black metal.
“Era l’ultima immagine di un catalogo d’arte. Più che con il concept penso sia connesso allo spirito dell’album, alle sue vibrazioni. E’ un’immagine tutto sommato semplice e diretta, allo stesso modo elegante che rispecchia molto bene la poetica dell’album.”

Siete tornati con la Napalm Records. Ricordo che foste tra i pochi a rimanere con la Roadrunner dopo che Monte Conner se ne andò perché vi avevano rassicurato che l’etichetta avrebbe investito sui Satyricon. Fu veramente così?
“Sì, lo facemmo perché era vero. Poi le cose sono cambiate, nel tempo ci sono stati alcuni aspetti della collaborazione che non ci sono più andati bene, noi volevamo alcune cose per andare avanti e loro non potevano più concedercele.“

Una domanda al di fuori del disco. Oggi è sempre più difficile trovare grandi bands. Ci sono molti progetti che durano uno o due album ma sembra che nessuno abbia voglia di sputare sudore e sangue per qualcosa che amano. Puoi fare qualche nome di qualche band ( o progetto appunto) che potrebbe diventare la “ NEXT BIG THING” nell’ambito del black metal?
“Purtroppo no, ma vorrei tanto. ”

Ultimamente è molto frequente trovare nel black metal dei rimandi al progressive anni ’70. E’ un impressione mia o anche in questo vostro ultimo album c’è n’è molto?
“Amo molto la musica anni ’70 ed è una delle mie maggiori fonti di ispirazione. Posso dirti che ‘Deep Calleth Upon Deep’ deve  molto al prog in termini compositivi ma anche concettualmente. Ha una musicalità intrigante, eccitante e profonda; possiede quell’epicità tipica della musica progressive.”

In una vecchia intervista Satyr disse che dopo il tour che seguì ‘The Age Of Nero’ non avrebbe più affondato un tour promozionale così estenuante, ma ho visto che l’uscita del disco verrà seguita da molte date…
“Saranno quattro settimane di tour in Europa, se non sbaglio. Ovviamente fare un tour corto significa poter tenere alto l’entusiasmo e quindi dare al pubblico degli show memorabili. Quando si iniziano ad aggiungere date su date, la stanchezza si fa sentire e anche lo spettacolo ne risente.  Satyr, ovviamente, vorrebbe che ogni show fosse speciale, vorrebbe dare al pubblico sempre qualcosa di bello da ricordare, per questo preferirebbe limitare il numero delle date.”

Allora ci vediamo a Bologna per la data Italiana!
“Certamente, ti aspetto!”

Discografia:
Dark Medieval Times (1994)
The Shadowthrone (1994)
Nemesis Divina (1996)
Rebel Extravaganza (1999)
Volcano (2002)
Now, Diabolical (2006)
The Age of Nero (2008)
Satyricon (2013)
Deep Calleth Upon Deep (2017)

Line-up:
Satyr (Sigurd Wongraven) – voce, chitarra, tastiere, basso
Frost (Kjetil Haraldstad) – batteria

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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