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SAMAEL – ‘Hegemony’

Dividiamo questa recensione in due grosse parti: la prima sarà pura immaginazione, la seconda fredda filosofia. Immaginate, quindi. Immaginate. Visualizzate la potenza visionaria di Stanley Kubrick che impattò contro le nostre menti con la scena del monolito nero. Immaginate una colonna sonora. Ora provate a pensare all’antico Egitto, agli schiavi che osservavano i faraoni palesarsi di fronte alla piramide, con i volti celati da sontuose maschere. Immaginate una colonna sonora. Ancora? Pensate ai sacrifici umani delle civiltà precolombiane, ai bambini Incas sacrificati sulla cima del vulcano Llullaillaco, nella provincia di Salta (Argentina). Pensate a quei sacerdoti così potenti e temuti e… ancora una volta, immaginate una colonna sonora. Ora, quella colonna sonora potete ascoltarla: si tratta di ‘Hegemony’ nuovo disco delle oscure divinità aliene chiamate Samael. Torna quindi il grande Vorph e la sua band di re e imperatori, tornano coloro che hanno seguito in modo occulto la storia della musica estrema, passando dalla terrestre, edonistica (dal greco antico ἡδονή, edoné, “piacere”) ‘Baphomet’s Throne’ alla futuristica ‘Telepath’ passando da ‘Jupiterian Vibe’, anello di giunzione tra percussioni tribali e spazio siderale. Dei. Divinità. Alieni. Ma forse sono la stessa cosa. Ecco allora che tornano i Samael con quel senso di netta superiorità nietzschiano, la fredda epicità in grado di farci sentire così piccoli al cospetto della loro musica. Volontà di potenza secondo la quale ogni azione ha come fine ultimo l’autoaffermazione. Questo ci trasmette ogni nota del gruppo svizzero, così sicuro di se, di essere l’unico vero dio di se stesso che ogni brano di questo disco appare come un’affermazione della propria superiorità. La musica è quella alla quale i Samael ci hanno ormai abituati ma non assuefatti: industrial metal (estremo), dove ancestrali reminiscenze black metal vengono cyber-izzate e portate nello spazio. Davvero credete che Satana risieda all’inferno? E davvero credete che l’inferno sia “a sud del Paradiso” come ci insegnavano gli Slayer? Friedrich Wilhelm Nietzsche affermava che il corpo è l’unica realtà esistente, mentre il mondo della morale e della religione sono solo ombre irreali. Asseriva che al mondo esistono più idoli che realtà, e sono proprio questi idoli che fanno imboccare la strade della décadence (ossia tutto ciò che imbriglia l’istinto e limita la forza vitale racchiudendola entro limiti angusti) e dalla quale non si può tornare indietro. Quindi nessun Inferno e nessun Paradiso per i Samael, ma solo il presente, la fisicità della loro musica, il loro essere metal senza per seguirne nessuno schema, nessun dogma. Si passa dalla severa, marziale e marziana ‘Hegemony’ alla potentissima ‘Red Planet’, dal flavour death metal e dall’appeal epico e pomposo. Disturbante come un suono dallo spazio, criptica come un codice binario è la splendida ‘Black Supremacy’, prima che esploda in un ritornello che si tatuta nel nostro cervello come un codice a barre identificativo e spersonalizzante del nostro Io. Stupende le chitarre di ‘Land Of The Living’, che non si limitano a seguire la doppia cassa della drum machine con accordi distorti, ma creano una dinamica che innalza (anche) questo brano a un livello superiore. Si torna al concetto di superiorità. Si torna a Nietzsche e ai quattro grandi errori commessi dall’uomo nella storia: il primo è aver scambiato la casusa con l’effetto, e sono stati sopratutto i cristiani a farlo, creando il concertto illusorio dell’essere e, quindi, anche di Dio. Il secondo consiste nella falsa causalità, il terzo nell’immaginare cause che in realtà non esistono. La musica dei Samael ci fa sentire piccoli e impotenti e da un certo punto di vista ci fa sentire al sicuro. Possiamo abbandonarci, godere dell’oblio dato dal potere altrui, dal toglierci ogni responsabilità. Un pezzo come ‘Dictate Of Transparency’ con le sue ritmiche forsennate, la componente elettronica sempre presente e dominante e l’inconfondibile voce del leader, ci spinge a chiudere gli occhi e godere di riflesso del potere altrui. ‘Rite Of Renewal’ è puro industrial metal, sono i Rammstein meno tamarri e kitch dopo una lezione di satanismo filosofico.  Il brano ‘Samael’ non può essere che un manifesto d’intenti: tastiere magniloquenti, elettronica, epicità, riffing mai scontato e sempre fantasioso e cambi di tempo che ci muovono come dei fantocci in mano ad un burattinaio. Passiamo dal muoverci danzando su ritmi sinuosi al fare headbanging sfrenato e autolesionista. Ma non dipende da noi, non scegliamo noi con i Samael. Dimenticavo… dimenticavo il quarto errore (per il pluri-citato filosofo tedesco) del genere umano: la convinzione del libero arbitrio. Non siamo liberi di scegliere, mai, nonostante le nostre illusioni. E non siamo liberi di scegliere se apprezzare i Samael o meno. Loro si impongono, stop.

Tracklist:
01. Hegemony
02. Samael
03. Angel Of Wrath
04. Rite Of Renewal
05. Red Planet
06. Black Supremacy
07. Murder Or Suicide
08. This World
09. Against All Enemies
10. Land Of The Living
11. Dictate Of Transparency
12. Helter Skelter
13. Storm Of Fire

Line-up:
Vorph – chitarra, voce
Mak – chitarra
Drop – basso
Xy – tastiere, programming

Editor's Rating

Alberto Biffi

Alberto Biffi

Alla tenera età di 11 anni fui folgorato sulla via di Damasco da una voce divina e soprannaturale (Bruce Dickinson), che mi guidò sulla retta via del Signore (R.J. Dio). Da allora ho vagato nel mondo metal cercando la mia giusta collocazione; dapprima come groupie (ma dovetti rinunciare presto, troppo brutto e peloso), poi come musicista coinvolto in innumerevoli progetti nell'area rock lombarda ed infine come umile scribacchino digital-musicale. Già redattore per Truemetal.it, Italiadimetallo.it, Metalitalia.com, Suonidistortimagazine.it ed altre innumerevoli realtà minori ma sempre e comunque professionali ed appassionanti, mi accingo ad iniziare questa nuova entusiasmate avventura con loudandproud.it.

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