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SACRED OATH – ‘Twelve Bells’

Il bello e il brutto dell’autoproduzione. ‘Twelve Bells’, disco numero otto per i classic metaller del Connecticut, è uscito formalmente lo scorso maggio. Ma ha girato molto poco, e le stesse recensioni sono state piuttosto rare. Autoproduzione significa anche promozione fatta in casa, si sa. Per questo vale la pena di parlarne, anche ora. Perché la band ha una sua storia alle spalle, esiste dalla metà degli anni Ottanta, e perché da allora si è ritagliata un following magari piccolo ma certo dedicato. Che apprezza l’heavy metal classico della formazione guidata dal chitarrista Rob Thorne (che all’anagrafe fa Volpintesta), sempre ricco di melodia, nonché di creatività. Volendo fare i pignoli, ai Sacred Oath è sempre mancato il classico “killer instinct”, la capacità di centrare un vero e proprio hit, che avrebbe fatto fare loro un certo salto di qualità. Qualche pezzo degli anni Ottanta forse, ma la produzione più recente della band si è sempre fatta apprezzare, ma raramente è andata oltre la buona impressione del momento. Lo stesso accade con ‘Twelve Bells’, disco molto curato a cominciare dall’elegante digipack, ricco di brani ben riusciti, come la potente title-track, la diretta ‘Demon Ize’ e l’epica e variegata ‘The Last Word’. Ma anche di passaggi parzialmente a vuoto, vedi ‘Well Of Souls’, che alterna momenti intensamente melodici a passaggi fin troppo moderni. Nel suo complesso, l’ottava fatica dei Sacred Oath si lascia ascoltare, e certo non deluderà nessuno dei fan della band. Ma non credo nemmeno gliene porterà di nuovi. Un disco solido, pur senza troppi highlight.

Tracklist:
01. New Religion
02. Twelve Bells
03. Fighter’s Heart
04. Bionic
05. Never And Forevermore
06. Demon Ize
07. Well Of Souls
08. Eat The Young
09. No Man’s Land
10. The Last Word

Line-up:
Rob Thorne – voce, chitarra
Bill Smith – chitarra
Brendan Kelleher – basso
Kenny Evans – batteria

Editor's Rating

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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