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SABATON – ‘The Last Stand’

Anche questa volta i Sabaton restano fedeli al loro marchio di fabbrica, dedicando tutti i testi del nuovo album a episodi di guerra. Esiste una sottile linea rossa che lega i brani tra di loro ed è rappresentata dagli eroismi militari nelle circostanze in cui una particolare postazione andava difesa. La storia è bella e potrà anche essere avvincente, ma ovviamente non ha nulla a che fare con la realtà. I guerrieri delle Termopili, piuttosto che i difensori di Saraievo o i soldati della settantasettesima divisione durante la battaglia di Argonne non godevano infatti dell’invincibilità che tocca da anni il gruppo svedese. E anche questa volta la tattica per la vittoria è sempre la stessa e sarebbe da folli cambiarla, visto il successo di pubblico che gli album precedenti hanno assicurato ai Sabaton. Chi ama il quintetto svedese, ancora alle prese con l’ennesimo cambio di formazione poco prima dell’uscita di un album, troverà in ‘The Last Stand’ esattamente ciò che cerca: grandiose atmosfere, cori semplici ma roboanti, riffoni potenti e un modo di cantare altamente espressivo. Si dice che la ripetitività non aiuti, ma Joakim Brodén – anche questa volta principale songwriter della band – non sembra essere d’accordo, ripresentando la stessa strategia che tante soddisfazioni ha dato nel recente passato. Ecco quindi i nuovi classici ‘Last Dying Breath’, ‘The Lost Batallion’ e ‘The Last Stand’ che rappresentano alla perfezione la capacità dei Sabaton di suonare epici pur essendo semplici e orecchiabili. È probabile che ‘The Last Stand’ non venga preso a titolo di esempio per rappresentare l’apice compositivo della band, ma va riconosciuto che nell’album sono utilizzati con estrema sagacia tutti gli elementi del passato e qualche piccola innovazione, come le cornamuse di ‘Blood Of Bannockburn’ che ne fanno già un classico ancora prima della pubblicazione. Una sorta di matrimonio combinato tra arte e successo, assicurato dal marchio di fabbrica più inconfondibile: la voce calda e potente di Joakim Brodén.

Una possibile pecca va trovata nella ridotta durata dell’album (solo 37 minuti) ma ‘The Last Stand’ sembra un album scritto pensando agli enormi successi che la band ottiene dal vivo e alla fama sempre crescente che li rende stelle di livello assoluto della scena musicale svedese. In questo ruolo di ‘Vasco Rossi meets IKEA’ i Sabaton vanno quindi sul sicuro e pubblicano un album che non deve necessariamente osare, ma che deve piacere a vecchi e nuovi fan, pieno di canzoni che suonino alla grande dal vivo. Non passano infatti inosservate le accelerazioni inattese di ‘Rorke’s Drift’ e specialmente di ‘Hill 3234’ che infilzeranno tanti cuori di loro (ex) detrattori. Continuità, non innovazione, ma non dico niente di nuovo e, nel caso dei Sabaton, ciò rappresenta esattamente l’obiettivo ricercato.

PS: ma sono solo io a sentire i Demon nella conclusiva ‘The Last Battle’?

Tracklist:

01. Sparta
02. Last Dying Breath
03. Blood of Bannockburn
04. Diary of an Unkown Soldier
05. The Lost Battalion
06. Rorke’s Drift
07. The Last Stand
08. Hill 3234
09. Shiroyama
10. Winged Hussars
11. The Last Battle

Line-up:

Joakim Brodén – Voce
Pär Sundström – Basso
Thobbe Englund – Chitarra
Chris Rörland – Chitarra
Hannes Van Dahl – Batteria

 

Editor's Rating

Roman Owar

Roman Owar

La folgorazione, non proprio spontanea, ebbe luogo sui campi di basket dei Ricreatori di Trieste negli anni ’80, quando chi non ascoltava Priest, Maiden e Saxon era automaticamente fuori dal gruppo. Negli anni tante cose sono cambiate, ma non l’amore per il metal tradizionale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla carta stampata nel nuovo millennio, prima sulle colonne di Flash e successivamente su Metal Maniac. Credo fortemente nell’ispirazione divina di Kai Hansen e Michael Kiske, non ho mai avuto demoni al di fuori di King Diamond e mi permetto un’unica divagazione dalla “via classica” ovvero il progressive metal. Non capisco perché chi mi conosce sostiene che io non sia obiettivo a proposito dei Kamelot.

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