Loud Reports

ROCK ON FEST 2017 – Il report del festival @ Parco del Serravalle, Empoli – 05.08.2017

In Italia i festival metal open air ad ingresso gratuito sono merce rara. In questi primi giorni di agosto, chi non può godere del refrigerio di un tuffo in mare (come la nostra Fabiana Spinelli) o della maggiore ventilazione in alta quTta (come il nostro Roman Owar), è alle prese con una delle estati tricolori più calde ed afose di sempre. L’idea stessa di stare all’aria aperta, sotto il sole, a temperature percepite elevatissime potrebbe spaventare in molti. Ma la Toscana è terra di personaggi straordinariamente ingegnosi, da Leonardo a Giotto. Da Giotto a Guiotto il passo, almeno dal punto di vista anagrafico, è davvero breve ed è proprio Luca Guiotto, il fondatore dello storico programma radiofonico di hard & heavy a 360° Loud ‘n’ Proud (attivo dal 1986), il presentatore di questo happening del metallo organizzato all’interno dell’accogliente parco di Serravalle di Empoli. Ma dicevo dell’ingegno toscano. Il tendone sotto il quale suonano le bands è sufficientemente alto da fornire un’adorabile ombra su tutta la pedana di legno dalla quale l’audience può assistere allo show sotto il palco. Una costruzione tanto semplice quanto efficace, di certo supervisionata anche dall’altro organizzatore Claudio Pino, l’altra storica voce del Loud ‘n’ Proud radiofonico, che si è dilettato negli ultimi anni e con un certo successo anche nella organizzazione di concerti come il festival “And Still Rockin’ On!” o nella produzione di dischi. Il Rock On Fest, oltre che dal dinamico duo di “Loud’n’Proud” è organizzato anche da Qua’ Rock, l’associazione socio-culturale nata su iniziativa del chitarrista Gabriele Bellini. Il ricavato degli incassi derivanti dal lavoro del bar e di ristorazione è stato interamente devoluto a favore della Pubblica Assistenza di Empoli.

I primi a salire sul palco del Rock On Fest 2017 sono i Darking, ed è un inizio davvero positivo. La band si distingue per una tecnica esecutiva di buon livello, con la chitarra di Agostino Carpo (ex Domine) ed il basso di Matteo Lupi davvero sugli scudi. Davvero degna di nota anche la voce di Mirko Miliani, un vocalist piuttosto rilassato nelle movenze on stage ma in possesso di una voce in grado di raggiungere e tenere tonalità davvero alte. Due sono gli album dei Darking fin qui pubblicati, il secondo, ‘Steal The Fire’, è stato rilasciato dalla Jolly Roger Records due anni fa. Davvero ottima la sua titletrack, tra i chiari rimandi alla vergine di ferro ed un flavour epico sempre sostenuto dalle ritmiche incalzanti. Dal nostro punto di vista, un concerto di buon livello, anche all’inizio di un festival, è sempre un buon incentivo all’acquisto di un album o a fare la conoscenza più approfondita di una delle tante formazioni metal nostrane di valore ancora troppo poco conosciute. Eccellente partenza per il festival grazie ai Darking.

Si rimane in ambito old school con l’heavy metal roboante dei No Remorse, che qua e là mostra una marcata matrice hard rock. I brani sono perlopiù veloci e trascinanti con le due chitarre che rendono il sound particolarmente corposo. Il compito di sostenere la parte ritmica e compattarsi al meglio con la sezione ritmica spetta alla sei corde di Sandro Paoli mentre quello di lasciarsi andare agli assoli di chitarra ed alle pose plastiche da chitarrista navigato compete ad Aldo Tesi, che al termine di ogni brano lancia sul pubblico i suoi plettri ispirati ad Eddie. Ok, non tutti i soli sono irreprensibili ma il guitar tone di Tesi è davvero buono e la band, pur con un sound piuttosto derivativo, ha la sua qualità migliore nell’impatto e nella capacità di trascinare l’audience. Durante lo show dei No Remorse ci divertiamo anche se pensiamo che la temperatura e la difficoltà di cantare brani dalle tonalità spesso piuttosto alte non abbiano aiutato in quest’occasione la voce graffiante di Maurizio Muratori. Tra le cose migliori citiamo due estratti dal recente EP ‘Wolves’, e cioè ‘Metal Queen’ e ‘Titanium’, con quest’ultima che ci ricorda una commistione riuscita tra i Judas Priest e certo power metal battagliero. Un’altra esibizione positiva.

I JMP (Jam Movie Project) sono l’ultimo progetto musicale del virtuoso della chitarra elettrica Gabriele Bellini, qui accompagnato alla batteria dal bravo Michel Agostini e dalla voce lirica di Claire Briant Nesti. La vocalist è stata lanciata sulla scena metal nazionale proprio da Gabriele quando è stata scelta come cantante degli storici Hyaena. Uno degli highlights dello show di debutto di Claire negli Hyaena (all’Acciaio Italiano di Modena del 2016) fu una rivisitazione della colonna sonora di Phenomena. Da allora Claire ha deciso di lasciare gli Hyaena e con Gabriele è nata questa collaborazione. L’idea di fondo è quella di lavorare su basi atmosferiche dal fascino incontestabile, quelle di alcune delle più belle soundtracks di sempre, e di farle coesistere con vocalizzi lirici e parti di chitarra e batteria metal. In pratica una commistione tra colonne sonore, heavy metal e canto lirico. L’idea di fondo è davvero interessante ed il sottoscritto, grande appassionato di opera, ha apprezzato sia il coraggio che la scelta delle colonne sonore. Oltre alla rielaborazione di tracce esistenti di film come ‘Mad Max’ e ‘Sin City’ è stato eseguito un lungo medley che ha visto i suoi momenti migliori quando ha toccato il thriller capolavoro ‘Profondo Rosso’ e durante l’omaggio al Maestro Ennio Morricone con la sua grandiosa ‘C’era Una Volta il West’. Ecco, dove i JMP potrebbero lavorare è proprio in una selezione di composizioni che includano già parti originali che si prestano ad essere cantate o che magari forniscano qualche sporadica linea vocale. Il rischio nel presentare quaranta minuti di vocalizzi lirici in un contesto tipicamente heavy metal è sempre molto alto. L’inserimento di linee vocali testuali alternato agli inevitabili ed eccellenti vocalizzi di Claire potrebbe rendere il sound dei JMP decisamente più digeribile anche ad un pubblico più ampio. I Jam Movie Project hanno meritato gli applausi dei presenti, il loro progetto è davvero interessante.

Con l’ingresso sul palco degli Etrusgrave arriva ovviamente on stage anche quello di una leggenda della scena metal italiana, il chitarrista e leader della band Fulberto Serena, un personaggio che con i primi due storici album di studio dei Dark Quarterer, alla fine degli anni ’80, ha contribuito in modo fondamentale alla composizione di due autentici capolavori mondiali dell’epig metal a tinte progressive. Gli Etrusgrave non potevano che seguire il solco di quei due monumenti dell’heavy metal tricolore, a partire dallo splendido disco di debutto ‘Masters Of Fate’ qui subito omaggiato all’inizio dello show. Dietro al microfono si disimpegna il bravissimo Tiziano “Hammerhead” Sbaragli. Vederlo cantare con pantaloni (fortunatamente non attillati) e gilet di pelle con queste temperature ha già di suo qualcosa di eroico e farlo declamando linee vocali così epiche e passionali di certo è un ideale connubio all’eccellente tappeto sonoro fornito dalla band. Detto che Fulberto Serena ha dimostrato di possedere ancora tutto il suo tocco, nonostante qualche minima sbavatura e che l’apporto al basso di Luigi Paoletti è stato solidissimo, fa una certa tenerezza vedere dietro alle pelli il giovanissimo Stefano Giuggioli. Chiaramente dotato di buona tecnica il ragazzo ogni tanto qualche piccola comprensibile esitazione la manifesta quando sembra quasi attendere un cenno o il termine di un assolo più lungo del solito. Minuzie, che non vanno ad inficiare minimamente lo show degli Etrusgrave, con l’emozione che si fa purissima ed ha il suo apice nei dieci minuti di storia dell’epic metal di ‘Colossus of Argil’ dal disco di debutto dei Dark Quarterer che proprio quest’anno compie tre decadi di vita. Ecco, se non avete mai visto Fulberto Serena e la sua band dal vivo, o non ne conoscete i lavori discografici, vi suggeriamo di caldamente di rimediare, magari seguendo l’ordine di pubblicazione. La storia dell’epic metal passa anche da Piombino.

I Tossic sono stati presentati da Luca Guiotto come una commistione tra l’heavy metal e l’irriverente Vernacoliere, giornale tipico toscano che fa uso massiccio di quel linguaggio colorito e sboccato tipico di una certa satira e toscanità. Ogni concerto dei Tossic, altre a fornire una robusta dose di heavy metal che fa del groove e della melodia i suoi tratti distintivi, fornisce tutta una serie di piccoli sketch oltre ad elargire le solite lyrics demenziali che hanno reso la band piuttosto nota nei suoi 30 anni di onorata carriera. Il frontman Alessandro Artigiani, in arte “mazza”, in tal senso si dimostra personaggio di una spontaneità eccezionale, subito in grado di intrattenere e divertire tutti i presenti. Al termine di ‘Irradio’, brano che menziona frequentemente “Radio Maria” (il dotto testo dice che Radio Maria ha un segnale che becca pure in galleria), il caso vuole che salti completamente l’impianto elettrico on stage per qualche secondo. Le battute ovviamente si sprecano e l’aver “toccato” la Vergine Santissima appare l’ovvia causa dietro all’improvviso ed inspiegabile guasto tecnico. Per pulirsi la coscienza i Tossic suonano il loro brano più “igienico”, quello da loro dedicato ad un detergente intimo maschile, il ‘Favosan’. L’introduzione del brano è dedicata a tutti gli appassionati di scienze mediche, con un’elucubrazione su come ogni parte dell’apparato genitale maschile presenti un PH dalle caratteristiche diverse. Dopo eserci fatti una cul-tura notiamo che a fianco della batteria, c’è un’insolita sporta. Avendo già visto i Tossic dal vivo sappiamo a cosa andremo incontro. Il motivo viene svelato solo al termine del set, quando il frontman presenta l’ultimo brano dello show come quello “con i gadgets”. “Cazzi Di Pane” è un classico della band da trent’anni, da qualche parte onlie è disponibile un breve filmato del fornaio chiamato tutte le volte a sfornare del pane del.. insomma ci siamo capiti, proprio con quella forma lì… Chissà la sua felicità quando gli si presenta “mazza” davanti. C’è chi lancia le bibbie al pubblico (gli Stryper) con la speranza di folgorare sulla via di Damasco almeno un ateo o miscredente metallaro e chi, invece, gli da mangiare (il pane è fresco) o comunque riesce a farlo ridere. E di questi tempi la cosa ci pare già un grande successo. Grandi Tossic.

I Crying Steel sono alla loro seconda partecipazione consecutiva al Rock On Fest. L’indisponibilità del chitarrista JJ Frati ha costretto la storica formazione bolognese a ricorrere all’apporto di Max Scarcia alla sei corde. Il chitarrista dai copiosi riccioli ha avuto una settimana per cercare di imparare i pezzi in scaletta e tutto sommato il sacrificio ha certamente pagato. E’ mancato un pizzico di quel sincronismo ritmico che di solito contraddistingue il guitar work dei Crying Steel, ovviamente influenzato dalla leggendaria coppia di asce dei Priest Tipton-Downing ma Marco ha portato per l’occasione in dote il suo rock touch. Alla voce, anche se le le linee vocali del nuovo album sono state registrate dall’affermato vocalist inglese ex TNT Tony Mills, dal vivo c’è Mirko Bacchilega a disimpegnarsi dietro al microfono. Il discorso sul background musicale vale ancora di più per Mirko, che pur disponendo di tutte le note necessarie per cantare i pezzi dei Crying Steel non cerca di imitare Halford esprimendosi con la sua voce sporcata da quell’attitudine street metal tipica di bands come gli L.A. Guns o i primi Cinderella. Fortunatamente Mirko porta con sé anche quel carico di energia e personalità tipico del frontman hair metal, unito ad una notevole grinta e voglia di integrarsi al resto della band. La scaletta privilegia un mix di pezzi veloci, come ‘Raptor’ e ‘Thundergods’ a quelli più tipicamente hard rock come ‘Shut Down’ e ‘Rockin’ Train’ che sono quelli che questa incarnazione della band rende al meglio dal vivo. Il finale dello show dei bolognesi è un omaggio alla leggenda dell’heavy metal toscano, la Strana Officina, con una ‘Metal Brigade’ suonata con grande passione che non ha mancato di esaltare gli spettatori presenti. Al solito grande l’apporto della sezione ritmica formata da Angelo Franchini al basso (celebri i suoi moviment on stagei) e Luca Franchini alle pelli, senza dimenticare le pose plastiche dell’altro storico membro storico, il chitarrista Franco Nipoti. I Crying Steel dal vivo sono sempre una garanzia.

Lo ammetto, nessuno concerto di questa card solleticava la nostra curiosità come questo atteso ritorno sulla scena dei veneziani Dark Lord. Per chi ancora non li conoscesse, i Dark Lord, la formazione fondata dal chitarrista Alex Masi insieme all’allora batterista Sandro “Red” Bertoldini si era resa protagonista, tra il 1983 ed il 1988, prima di sciogliersi in seguito alla prematura scomparsa del frontman Emanuell Jandee di due EP di valore assoluto (il primo, datato 1983, orientato verso sonorità epic metal è quasi introvabile se non a prezzi molto alti) ed il secondo, ‘State Of Rock’, rilasciato nel 1985, è influenzato dalla NWOBHM. L’unico LP pubblicato dalla band, uscito nel 1988 con il subentrante Alex De Rosso alla sei corde si addentrerà verso lidi più hardrock. La grande domanda è quindi: come suonano i Dark Lord nel 2017? Prima di tutto decisamente bene, con la sei corde di Alex Masi che rapisce da subito occhi ed orecchie. Le sonorità della band si rifanno ora ad un hard rock chitarristico davvero sopra le righe, che ha una sua chiara influenza nel sound dei Van Halen ma con una sua personalità forte. La partenza è davvero con il botto grazie alla titletrack dell’EP ‘State Of Rock’, uno di quei pezzi che aspettavo con ansia. L’ugola di Sandro ‘Red’ Bertoldini si conferma potente e ruvida al punto giusto, adatta ad un repertorio hard rock. Dopo un paio di brani Red annuncia l’intenzione della formazione di pubblicare presto un nuovo album, attualmente in preparazione. La scaletta scelta dalla formazione farà felici gli amanti dell’EP ‘State Of Rock’, visto che la formazione, oltre alla citata titletrack esegue anche la straordinariamente incisiva ‘Killing Your Enemy’ e l’altrettanto carica ‘Shoot Your Gun’. Purtroppo il resto della setlist privilegia totalmente la presentazione di brani nuovi di zecca che faranno parte del nuovo album del gruppo. Dal punto di vista tecnico Alex e Red hanno assemblato una formazione davvero solidissima grazie all’apporto al basso di Dave Simionato e di Tony T. dietro alle pelli. La speranza è quella che la band, oltre a pubblicare un nuovo album di studio dal potenziale altissimo, venga incontro anche alle richieste dei fans di eseguire anche del materiale dal primo, indimenticabile EP, anche se la vena epica di quelle canzoni e la voce alla Dio del vocalist originale Gable Nalesso verranno, nel caso, probabilmente riarrangiate, com’è giusto che sia, per piegarsi alla sensibilità dell’attuale reincarnazione della band. I Dark Lord sono tornati, meno epici ma più rock che mai, come la splendida cover finale dei Van Halen di ‘Runnin’ With The Devil’ ci ha dimostrato. A presto per la trascrizione di una breve ma interessante intervista totalmente improvvisata con un disponibilissimo Alex Masi al termine di questo show sul nuovo corso dei Dark Lord. Ne sentiremo delle belle. They’re back!

Tribù: “gruppo umano fortemente coeso sulla base della comune accettazione di una peculiare combinazione di consuetudini, riti, tradizioni linguistiche e culturali”. Questa definizione di “tribù”, un po’ semplificata ad hoc, pubblicata sul Nuovo De Mauri, calza quasi a pennello per i componenti della Bud Tribe, gli headliners di questa edizione 2017 del Rock On Fest. Vedere sul palco il mitico frontman Daniele “Bud” Ancillotti, il fratello “Bid” al basso, il talentuoso Leo Milani alla chitarra e quello stantuffo inesauribile di Dario Caroli alle pelli, regala ai tanti accorsi principalmente per loro emozioni forti a profusione. La Bud Tribe è tanto coesa da sembrare un unico corpo, o se mi permettete l’immagine un po’ sdolcinata, un unico grande cuore che batte all’unisono con quello di tutti coloro che condividono la stessa passione per l’heavy metal più puro. Quello trascinante e melodico dell’ opener ‘Black Widow’, graziata dalla bellezza senza tempo della timbrica del Bud, è essenzialmente un richiamo della foresta del grande capotribù. Per i successivi settantacinque minuti non esisteranno più divisioni tra gli uomini, solo la condivisione di un amore puro, quello che affonda le sue radici musicali tanto nell’heavy rock settantiano dei Sabbath quanto, se non soprattutto nella NWOBHM di Judas Priest, Saxon e compagnia bella, ovviamente riletta con la sensibilità dei musicisti della Bud Tribe. L’omaggio alla Strana Officina con ‘Camelot’. brano inciso in studio dalla Bud Tribe su ‘Eye Of The Storm’, ci ricorda come forse sia proprio Leo Milani, tra tutti gli ottimi chitarristi che hanno collaborato con il Bud in tutti questi anni, quello con lo stile chitarristico più simile a quello del compianto Fabio Cappanera (con Roberto e Marcellino sempre nel cuore). Assistere alla scena di Bud e Leo, abbracciati ed intenti a danzare per il palco sulle note di ‘Rock’n Roll Tribe’ non ha prezzo come non ce l’hanno i brividi lungo la schiena procuratici da un altro pezzo da novanta come ‘Non Finirà Mai’. In tal senso, un’altra splendida scena è anche vedere il frontman degli Etrusgrave “Hammerhead” cantare ogni singola parola del testo a fianco del palco. Una scena che fa pensare che, dopotutto, per contenuta e provinciale che possa apparire a volte, una fottutissima scena metal in questa paese c’è ancora e questo Rock On Fest, nato come una piccola scommessa, VINTA, ce lo ha dimostrato. Dopo la conclusiva ‘Dark Knight’, aggiunta alla setlist per venire incontro all’entusiasmo incontenibile generato dalla Bud Tribe, Claudio Pino ha ricordato la grandezza del Bud, che è stato il solito inarrestabile carismatico trascinatore nonostante la perdita della cara mamma Angelina (alla quale era stata dedicata una sentita versione di ‘Keep Rockin’ On’). Ormai l’avrete capito. Con il Rock On Fest la scena metal ha battuto un fuoricampo. Nell’attesa, magari, di battere un martello il prossimo anno.

Foto di Luca Guiotto

Massimo Incerti Guidotti

Massimo Incerti Guidotti

Ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: tre incarnazioni del Sabba Nero in altrettante decadi, il canto di un Dio tra Paradiso (Perduto) ed Inferno, i fiordi ed i Kamelot in Norvegia, lo Sweden Rock Festival, il Fato Misericordioso ed il Re Diamante, il sognante David Gilmour a Pompei, i Metal Gods in Polonia, uno straziante Placido Domingo alla Scala. Sono stato sommerso dal fango in Svizzera per il 'Big 4'... ma sono ancora qui. E tutti quei momenti non andranno mai perduti nel tempo, perchè: "All I Want, All I Get, Let It Be Captured In My Heart".
Modenese, metallaro, milanista, nonostante tutte le sue nefandezze, amo la vita e la possibilità che l'arte (a 360°: in primis cinema, letteratura e fumetti) mi offre di viaggiare con la mente sprigionando la mia fantasia. Basta un disco o un concerto per sentirsi in Finlandia sotto una nevicata, anche se il paese più affascinante e variopinto del mondo rimane la nostra Italia. Doom on!

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