Loud Reports

ROCK FEST BARCELONA – Il report del festival @ Parc De Can Zam, Santa Coloma de Gramenet (ES) – 15 + 17.07.2016

Avevamo sentito parlare tanto e bene di questo festival giunto alla sua terza edizione. Così, grazie anche a una lista di gruppi invitati veramente stellare, noi di Loud And Proud abbiamo deciso di trasferirci per tre giorni in Catalogna, tra Pan con Tomate, Butifarra, Cerveza Estrella Damm e tanta buona musica.

Il Rock Fest Barcelona in realtà ha luogo a Santa Coloma de Gramenet, praticamente un sobborgo della capitale catalana, che per tre giorni si trasforma nella capitale della musica metal spagnola (o catalana, fate come credete…)  grazie a questo evento, capace di richiamare nell’ospitale parco Can Zam più di 22.000 persone al giorno. Il parco è enorme, non mancano – fortunatamente – ampie zone dove è possibile ripararsi dal sole, anche se il fondo è prevalentemente composto da terra e sabbia per cui a volte appaiono le classiche nuvole di polvere. L’idea semplice ma geniale consiste nel fatto di coprire la zona antistante i due enormi palchi, situati uno a fianco dell’altro, con un’enorme distesa di un tessuto molto resistente, inchiodato al suolo che quindi evita la formazione della polvere nel punto più frequentato dal pubblico. L’organizzazione ha lavorato molto bene nell’allestimento di una marea di punti di ristoro, sia di bevande sia di cibo a prezzi veramente interessanti! Tantissimi gli stand adibiti alla vendita di merchandising di ogni tipo, mentre si poteva fare sicuramente di più per quanto riguarda la vendita di materiale musicale – anche se questa carenza è una caratteristica abbastanza tipica dei festival spagnoli. Il sole, ovviamente, è stato il padrone incontrastato durante il festival, ma fortunatamente la temperatura ha superato il livello di guardia solo in alcuni frangenti, nei quali è stato molto apprezzato l’intervento della security che ha spesso innaffiato il pubblico con delle pompe.

Di seguito la cronaca del festival redatta a sei mani dai nostri inviati: Roman Owar,  Martino Brambilla Pisoni e Sandro Buti.

VENERDI’ 15 LUGLIO

L’ingrato compito di aprire la terza edizione del Rock Fest Barcelona tocca a una giovanissima band locale, i NONSENSE. Non saprei se è più per l’emozione (sono proprio di Santa Coloma) o per l’inesperienza, ma il ruvido metalcore con evidenti influenze punk tratto dal loro debut ‘Another Way To Escape’ non lascia un gran segno. Un applauso comunque per aver tenuto il palco con orgoglio perché a quell’età non è mai facile esibirsi durante eventi di questa importanza (RO).
Con gli ORPHANED LAND facciamo un salto al di là del Mediterraneo, più precisamente in Israele. E’ proprio da questa splendida terra che arrivano le numerose influenze folk che troviamo nelle canzoni dei cinque ragazzi di Tel Aviv, ben miscelate con un prog metal a volte sinfonico (“All Is One”),ed altre più estremo (“Ocean Land”). La tradizionale “Norra El Norra” chiude uno show liturgico, musicalmente ed emotivamente perfetto e che per quasi un’ora ci ha permesso di viaggiare per deserti, dune e spiagge a ridosso del Sahara. (MBP)
Fa quasi specie vedere i GRAVE DIGGER esibirsi a quest’ora ma tant’è. Il bill è di livello davvero alto, e a Chris Boltendahl e ai suoi becchini oggi tocca un ruolo abbastanza defilato. Che però i nostri riescono a onorare con una setlist che mostra intelligenti richiami al passato, a partire dall’opener ‘Headbangin’ Man’ fino alla conclusiva ‘Rebellion’, passando per l’immortale inno ‘Heavy Metal Breakdown’. Esibizione compatta la loro, per una band apparsa di nuovo in palla rispetto alle volte più recenti, con un Axel Ritt ispirato e sempre al servizio dei brani. (SB)
Il Portogallo per un giorno conquista la Spagna: i MOONSPELL infatti mettono a ferro e fuoco le assi del palco del Barcelona Rock Fest con uno show intenso ed incendiario come pochi, nonostante l’orario di esibizione non esattamente “vampiresco”. Il nostro licantropo Fernando Ribeiro arringa ed ipnotizza la folla con incantesimi musicali come ‘Alma Mater’, ‘Opium’ e ‘Night Eternal’, classici immortali della band e che contribuiscono a mantenere quell’aurea di misticismo che da anni accompagna la band lusitana. (MBP)
Si cambia totalmente genere perché i DRAGONFORCE vogliono confermare anche sul palco del Barcelona Rock Fest che si trovano in un momento di gran forma. Senza voler togliere nulla agli incredibili funambolismi della coppia d’asce più veloce del metal, il valore aggiunto di questa line up è sicuramente rappresentato dal giovanissimo Marc Hudson che non fa rimpiangere il carismatico ZP Theart. Sappiamo perfettamente cosa aspettarci dal gruppo inglese e va riconosciuto che dal vivo la loro velocità assurda risulta piacevole e divertente. Herman Li e Sam Totman suonano i loro strumenti su un palchetto rialzato e vengono spesso raggiunti anche dal tastierista Vadim Pruzhanov con il suo keytar. I fan apprezzano la folle cascata di note durante ‘My Spirit Will Go On’ e ‘Heroes Of Our Time’ che confermano uno show positivo. Precisi, veloci ma indubbiamente un po’ ripetitivi anche se ‘Through The Fire And Flames’ continua ad essere un gran bel pezzo (RO).
Quello dei CORONER è uno degli show più attesi dell’intero weekend, anche di show inteso come spettacolo ne offrirà ben poco. I tre svizzeri, per l’occasione accompagnati da un tastierista aggiuntivo, sono praticamente immobili sul palco e lasciano parlare la musica, come sempre di altissima qualità. Sugli scudi in particolare il chitarrista Tommy Vetterli, davvero personale nel suo stile oltre che sempre efficace. Setlist abbastanza contemporanea la loro, con l’eccezione dell’antica ‘Masked Jackal’, esplicitamente dedicata da Ron Royce a Donald Trump, e della conclusiva ‘Grin’. Pochi fronzoli, tanta sostanza.(SB)
I TYKETTO rappresentano uno dei pochi elementi di gioia per gli amanti delle sonorità hard rock e c’è grossa attesa per poter godere della riproposizione integrale della gemma ‘Don’t Come Easy’ pubblicato esattamente 25 anni fa. Danny Vaughn, a dispetto degli anni che passano, è in forma fisica smagliante e la sua voce affronta senza imprecisioni gli ostacoli rappresentati dalle varie ‘Sail Away’ e ‘Walk On Fire’. Notevole l’interazione con il pubblico che apprezza particolarmente le frequenti frasi in spagnolo. L’esaltazione del front man non riesce però a coinvolgere gli altri musicisti sul palco che, forse a causa del caldo, svolgono il loro compito senza particolare slancio. L’attesa è tutta per l’inno ‘Forever Young’ cantata da tutti i presenti e che chiude lo show (RO). Lo sbalzo sonico rispetto allo stile dei tedeschi HEAVEN SHALL BURN è dirompente ma realizza proprio la finalità del festival di assicurare copertura a tutti i sottogeneri del metal. Il loro deathcore è suonato a un volume forse esagerato. Marcus Bischoff non si trova probabilmente nella giornata migliore della sua carriera, ma il suo trasporto incondizionato risulta contagioso al punto che i fan davanti al palco continuano ad aumentare durante la performance della band che fa dell’energia il vero punto di forza di un sound tanto distruttivo quanto perfettamente calibrato a livello tecnico (RO).
Altro cambio radicale di sonorità con i MAGO DE OZ, prima formazione iberica di peso a giocare in casa, anche la provenienza madrilena non è esattamente un vantaggio da queste parti. Non sono una band come le altre, e ci tengono a farlo vedere con una setlist davvero particolare, che con ‘Satania’ e ‘Finis Terra’ – questa suonata con Manuel Seoane ospite alla chitarra – piazza in apertura e chiusura due brani da un quarto d’ora l’uno, per rinunciare a un hit assoluto come ‘Fiesta Pagana’. Ma si sa, a Txus e compagni piace uscire dagli schemi, ed il pubblico resta sempre e comunque dalla loro parte, sottolineando con calore singola nota in arrivo da un palco davvero affollato. Nonostante qualche difficoltà vocale, Zeta si mostra padrone della situazione, forte anche dell’ottimo supporto di Patricia Tapia – su ‘Finis Terra’ ma anche su ‘Astaroth’. Da notare il solito finale “cabron” con un mega fallo danzante in mezzo ai musicisti sul palco! (SB)
Tempo di thrash metal con i KREATOR. La solita lezione di violenza condotta stasera da Petrozza & co. non lascia prigionieri ed al grido di ‘Phobia’, ‘Hordes Of Chaos’ e la seminale ‘Endless Pain’ sono numerosi i circle pit ed i wall of death che si scatenano sul suolo catalano, sotto la guida spietata di un Mille Petrozza dall’alone luciferino. Intensità, fiamme sparate quasi ad ogni canzone, sudore, tecnica sopraffina e rabbia: così sono i concerti dei Kreator e così vogliamo che siano!! Macchina da guerra!! (MBP)
Continuo a pensare che ogni fan della musica metal dovrebbe conoscere MICHAEL SCHENKER e tutti i lavori della sua discografia a cavallo tra anni 70 e 80. Mentre calano le prime ombre della sera, sale sul palco la storia, perché la scaletta sarà riservata proprio a quella parte della carriera del sessantunenne chitarrista di Hannover. La strumentale ‘Into The Arena’ ci catapulta indietro negli anni ma Gary Barden non è neanche lontanamente in grado di raggiungere le note più alte delle varie ‘Rock My Nights Away’ e ‘Let Sleeping Dogs Lie’. Ad ogni modo è giusto che a interpretarli ci sia lui, che è stato il cantante originale del gruppo in quegli anni. Schenker, al solito, tende a concentrarsi sulla chitarra, creando scale dalle colorazioni sempre diverse e non dà troppo peso all’interazione con il pubblico. La magia che esce dalla sua sei corde ci ripaga di qualche sguardo in meno. Dopo la riproposizione dei brani più famosi dei primi tre album degli MSG arriva il regalo ai fan, con le cover di ‘Coast To Coast’ degli Scorpions e di ‘Rock Bottom’ e ‘Doctor Doctor’ degli UFO. Spettacolo (RO)!
Highlight chiama highlight, e sull’altro palco tocca ai BLIND GUARDIAN. Non esattamente una band nota per la spettacolarità del suo live show, anche se si vede che i bardi di Krefeld hanno lavorato sodo su questo aspetto. Non tanto sulle scenografie, ancora una volta molto scarne, quanto sui giochi di luce e – cosa decisamente più importante – sulla compattezza musicale. Partono con la lunga ‘The Ninth Wave’, non esattamente un brano immediato, ma con ‘Script For My Requiem’ e ‘Time Stands Still (At The Iron Hill)’ riescono a coinvolgere il pubblico in modo decisamente più intenso. Hansi Kursch appare in buona forma, anche se è il coinvolgimento della gente di Barcellona il vero spettacolo – come sempre su ‘The Bard’s Song’, ma anche in altri momenti, come nella conclusiva ‘Valhalla’. Forse non saranno mai un’eccezionale live band, ma è indubbio che lo show offerto dalla formazione tedesca sia ricco e coinvolgente, e per questo accolto in modo ottimale dal pubblico catalano. (SB)
Non me ne vogliano i fan della vergine di ferro, ma per chi scrive KING DIAMOND è certamente l’evento principale della tre giorni catalana, con la villa nell’oscurità che poco a poco si palesa innanzi ai nostri occhi. Lo show si svolge con i tempi di un’esibizione teatrale suddivisa in tre atti. Prima la carriera solista del cantante danese, poi un tuffo tra le sulfuree note dei Mercyful Fate (con una ‘Melissa’ da brividi) per poi chiudere con il tema forte della serata, la riproposizione integrale del capolavoro ‘Abigail’. King Diamond conferma tutto quello di buono che si è detto di lui da quando è ritornato a cantare dopo l’operazione al cuore. Le sonorità scritte 30 e più anni fa non sono sicuramente le più semplici da riproporre, ma il cantante prende tutte le note nel modo migliore. Non manca la cura per gli aspetti visivi e teatrali, attraverso l’interazione con lo spettacolare Andy La Roque e con Mike Wead – a dire il vero piuttosto impreciso – e specialmente con gli artisti che interpretano i ruoli chiave della terrificante storia. Nel momento in cui il prete fa il suo ingresso sul palco, King lo accoglie con il dito medio in buona evidenza, scatenando l’ilarità dei presenti. Tra un air guitar con il famoso porta-microfono fatto di ossa e gli inquietanti ghigni verso il pubblico, lo show si avvia al termine, ovviamente con la fine – temporanea – di Abigail sotto i colpi di martello dei cavalieri neri. Uno show intenso, in cui l’attenzione per la componente visiva non ha assolutamente abbassato il livello dell’energia. A quando un concerto in Italia? (RO)

SABATO 16 LUGLIO

Il sabato si apre con le due band britanniche che stanno accompagnando in tour gli Iron Maiden. Tocca prima ai WILD LIES ed al loro hard rock dalle tinte moderne, caratterizzato da melodie marcate e da qualche improvviso sprazzo di energia. Il pubblico li accoglie con curiosità – al basso c’è il figlio di Adrian Smith, ma anche con una certa indifferenza, e la loro esibizione in fondo non lascia un gran segno sui presenti. (SB)
Più di sostanza appaiono i THE RAVEN AGE, che vedono in formazione il figlio di Steve Harris, George, alla chitarra. Anche qui si parla nella sostanza di hard rock, anche se le atmosfere sono più cupe, ai confini del gothic. La maggiore esperienza della band on stage si vede, ma anche per loro la risposta del pubblico si limita all’applauso di circostanza. Ed è quasi un peccato, perché certi fraseggi chitarristci non sono poi malvagi. Ma non si può certo dire che, come del resto chi li ha preceduti, abbiano fatto breccia nel cuore dei presenti. (SB)
I finnici BATTLE BEAST avevano partecipato all’edizione dell’anno scorso e sono stati richiamati a furor di popolo anche nel 2016. Un chitarrismo esasperato, pose plastiche, potenti melodie, tanta velocità e Noora Lohuimo, una front woman che non sta mai ferma ma che non riesce con la propria grinta a coprire evidenti limiti di voce. Un set divertente, incentrato sui brani del recente ‘Unholy Savior’. Tutti i cliché ottantiani vengono perfettamente rappresentati e il pubblico – nonostante il caldo – partecipa in modo convinto. Quello che sembra mancare è l’attitudine e una dose di genuinità, gli elementi necessari per dare quel tocco che ancora manca alle varie ‘Out On The Streets’ o ‘Fight, Kill Die’. Un gruppo che sembra fatto apposta per i fan più giovani: bene così (RO)!
Con i LEIZE si torna in Spagna, o giù di lì. La formazione di origine basca ha una storia importante alle spalle, ma è ancora molto attiva sulla scena, con il suo heavy metal classico e piuttosto elementare, che però si rivela ideale ad essere proposto su un palco. Anche con loro non c’è spazio per fronzoli di alcun tipo, è la musica che parla, e pezzi come ‘A Fuego’ e ‘Buscando Mirando’ vengono ricevuti in modo più che positivo da un pubblico che si sta facendo via via più numeroso. (SB)
Parlando di pochi fronzoli e tanta sostanza, non si può non pensare anche agli ARMORED SAINT, che arrivano ad innalzare decisamente il livello musicale di questa giornata. E con loro si può andare sul sicuro, anche e soprattutto per il grande carisma di John Bush, che in pochi secondi cattura completamente l’attenzione del pubblico di Santa Coloma con il suo intenso stageacting – scende dal palco, si arrampica sulle casse a lato e via dicendo… Pezzi vecchi e nuovi si alternano nella setlist di una band che non è mai scesa a compromessi sulla qualità, e oggi si vede. ‘Win Hands Down’, ‘March Of The Saint’, ‘An Exercise in Debauchery’… tutti i pezzi funzionano alla grande, con Jeff Duncan e Phil Sandoval a impartire la consueta piccola grande lezione chitarristica, e Joey Vera a rappresentare il contraltare di Bush in tema di spettacolo. Show assolutamente intenso, e non c’era da aspettarsi altro. (SB)
Per certi gruppi esibirsi durante un festival rappresenta una delle peggiori sciagure musicali cui si possa andare incontro. Più di una volta gli UNISONIC hanno dimostrato di far parte di questa categoria poco invidiata. I molteplici impegni di Kiske con Avantasia, le distrazioni di varia natura di Hansen, il lavoro in studio di Denis Ward (sta producendo il nuovo album dei Krokus) mi fanno pensare a una di quelle giornate storte. Il tecnico del suono vuole dare il suo personale contributo per affondare lo show perché i suoni sono semplicemente indecifrabili. Gli strumenti iniziano ad andare nella direzione giusta proprio sul ritornello di ‘For The Kingdom’ ed è in quel momento che Kiske prende in mano lo scettro del comando per non abbandonarlo più durante tutta l’esibizione. Hansen se la ride e cerca sempre il contatto con il cantante mentre Ward, nascosto dietro un’infinita barba bianca, e Mayer se ne stanno più defilati. I brani che rendono di più – non solo dal vivo – sono quelli più rapidi come ‘Your Time Has Come’ che Kiske interpreta senza fare una piega. Ma è in occasione delle immortali canzoni degli Helloween scritte da Hansen che arriva la scossa definitiva per il pubblico. Alla fine tutti soddisfatti, ma resto dell’idea che vederli durante i loro concerti sia un’altra cosa (RO).
Dal vivo gli OVERKILL non sbagliano mai si potrebbe dire, ed in fondo anche oggi è quello che succede. Anche se la band di Bobby ‘Blitz’ è apparsa altre volte in forma probabilmente migliore. Qualche imprecisione chitarristica non impedisce alla band di creare il solito devastante wall of sound, grazie anche all’ottimo lavoro dietro le pelli di Eddy Garcia, chiamato a sostituire il drummer titolare Ron Lipnicki. Da ‘Armorist’ in avanti, gli Overkill ci offrono il consueto best of, ricco di classici vecchi e nuovo, condotto da un Blitz spiritato come sempre. Grandi cori, accenni di mosh, massicce dosi di energia sopra e sotto il palco: questa la sostanza di uno show comunque riuscito, che ha visto il pubblico di Barcellona accogliere alla grande pezzi come ‘Feel The Fire’, ‘Ironbound’ e l’accoppiata conclusiva ‘Elimination’ e ‘Fuck You’. Che dire? Una certezza, e di sicuro non è una novità. (SB)
Che per i BARON ROJO l’immagine conti meno di zero, è cosa ormai assodata. Ma certo, fa specie vedere una vera leggenda come loro esibirsi senza nemmeno lo straccio di un backdrop. Prima cosa degna di nota, il ritorno – temporaneo? – di Angel Arias al basso, in un ruolo comunque defilato rispetto a Carlos ed Armando De Castro, che come sempre si dividono parti vocali e chitarristiche. Non sono certo gli hit che mancano loro, ed avere una sola ora a disposizione porta a scelte dolorose. Non possono mancare ‘Las Flores Del Mal’ e ‘Cuerdas De Acero’ anche se, come da copione, è l’inno ‘Resistirè’ a generare i maggiori consensi. Poca forma come sempre, tanta sostanza, e anche una comunicazione ridotta al minimo. Ma i Baron Rojo sono così, prendere o lasciare. E’ la storia che parla per loro, e in questo caso, lo fa da quasi trentacinque anni, quindi in modo molto chiaro. (SB)
Sugli IRON MAIDEN si possono fare tutte le considerazioni del mondo e ogni aspetto del loro successo attuale potrà essere confutato da svariati tipi di ‘ma’. Quello che conta è che sono una leggenda vivente della musica heavy metal e che ogni loro concerto si trasforma in una lezione, come se Harris e soci volessero farci capire perché a distanza di quasi 40 anni loro sono ancora qui, a questi livelli. Per farlo è necessaria tanta energia fisica e la voglia di dare sempre il massimo, due aspetti che non sono mai mancati alla band inglese, ma non deve mancare la cura maniacale nei dettagli, la grinta, la precisione dei musicisti e l’alone di mistero che avvolge Steve Harris che se non ha fatto un patto con il demonio deve veramente essere stato clonato tanti anni fa. Poco conta se la scaletta è incentrata al 50% su un album che ha creato una scissione netta tra estimatori e detrattori perché l’altra metà è stata scritta prima che gran parte del pubblico di Santa Coloma nascesse e questo abisso temporale non separa, ma unisce le anime che pulsano davanti ai capolavori di ‘The Number Of The Beast’ come davanti ai brani più recenti. Dickinson è in forma smagliante e non pare trovare pace all’interno del palco pur correndo da una parte all’altra e salendo dietro alla batteria di Nico. Continuo a non capire cosa ci faccia Janick Gers sul palco, visto che è l’unico a essere perennemente fuori giri, ma probabilmente è solo un mio problema. Per quanto riguarda i singoli brani, pollice in alto per ‘The Red And The Black’ e per le forti emozioni scatenate da ‘Blood Brothers’, brano dal contenuto molto adatto al periodo che stiamo vivendo. La scenografia, al solito, è fantastica e viene da sorridere a pensare alle prime interpretazioni di Eddie da parte di un roadie con la maschera calata sulla faccia, quando si guarda all’enorme figura gonfiabile che si agita dietro al palco durante la conclusiva ‘Iron Maiden’. Non c’è niente da fare: i Maiden sono irraggiungibili (RO)!
Anche i LOUDNESS partecipano al Rock Fest per la seconda volta consecutiva. L’energia e la melodia della discografia ottantiana della band giapponese colpisce ancora oggi. Il piccolo grande uomo Minoru Nihara non avrà un accento ‘British’ al 100% ma è l’unico in grado di dare la giusta luce a brani storici come ‘Heavy Chains’ e ‘S.D.I’. Ma canzone dopo canzone ciò che emerge è la figura colossale di Akira Takasaki, che domina il palco con i suoi incredibili virtuosismi alla sei corde. L’accoppiata ‘Got To Be Strong’ e ‘Eve To Dawn’, tratta dagli ultimi due album dei Loudness, lascia un po’ perplessi perché stilisticamente non hanno molto in comune con la produzione degli anni ’80. Ci si rifà totalmente con il riff di ‘The Law Of Devil´s Land’ ed è tutta un’altra musica, lo capisce anche Takasaki che forse ripensa ai 20 anni persi in esperimenti al limite del metalcore (RO).
La conferma dei RATA BLANCA è stata decisiva nel farmi scegliere questo festival in un weekend davvero ricco di impegni musicali. La possibilità di rivedere in Europa la formazione argentina imperdibile, a maggior ragione dopo un disco top come ‘Tormenta Electrica’. Le file si serrano davanti al palco, con una concentrazione impressionante di sudamericani, chiamati forse anche da un minimo di nazionalismo. Lo show della band, va detto, supera ogni aspettativa: i Rata Blanca si rivelano compatti e potenti on stage, capaci di filare via come treni ma anche di aprirsi su melodie clamorosamente ottantiane, ai confini tra hard rock e class metal. Al centro della scena Walter Giardino, guitar hero totale e padrone assoluto del palco, sempre pronto a inondare il pubblico di note ma anche capace di tracciare melodie davvero portentose. Suo partner in crime, un Adrian Barilari in forma altrettanto smagliante, sia sui brani più recenti che sui classici che arricchiscono la seconda parte dello show: ‘Guerrero Del Arco Iris’, ‘Mujer Amante’ e ‘La Leyenda del Hada y el Mago’, con le loro melodie magiche. Successo totale,su tutti i fronti, e speriamo che questo possa spingere i rocker di Buenos Aires più spesso sul vecchio continente. (SB)
La lunghissima e intensa giornata sta per volgere al termine, ma manca ancora lo show della metal queen DORO e si sa già che ci sarà da divertirsi. Infatti, nonostante l’ora tarda, lo spazio davanti al palco è gremito, con i fan impegnati ad accaparrarsi le migliori posizioni. Solo Doro Pesch è capace di scatenare quell’energia sincera con la sua presenza, tra un headbanging e l’altro. Il resto lo fanno le canzoni di trentacinque anni di carriera, ben suddivise tra il periodo Warlock e la sua carriera solista, e una band che interpreta con precisione i brani pur interagendo con il pubblico in modo continuo. ‘Revenge’ consuma le ultime energie dei presenti consolidando quel rapporto complice che solo lei riesce a creare in ogni suo concerto grazie al suo modo particolare di essere energica e simpatica allo stesso tempo. L’inno ‘All We Are’ chiude uno show del quale si sapeva già tutto prima dell’inizio ma che riesce a stupire ed esaltare come se fosse la prima volta (RO).

DOMENICA 17 LUGLIO

La domenica si apre con i catalani ALYANZA ed il loro ruvido thrash metal, che spesso e volentieri sfocia su territori più estremi. Non sono dei novellini, e l’esperienza sul palco su vede anche se l’orario non è per forza dei più felici – anche per qualche problema tecnico che ritarda di una buona ora l’apertura dei cancelli. La violenza sonora di pezzi come ‘We Are Dead’ e ‘Revolution’ rappresenta comunque una sveglia brutale per chi inizia ad avvicinarsi al palco. (SB)
Sono pronto a scommettere che gli ECLIPSE saranno la prossima ‘big thing’ almeno in campo hard rock. Il loro atteggiamento sul palco e la loro capacità di scrivere brani vincenti senza dimenticare mai che la musica che suonano deve essere hard and heavy, fa della band svedese l’archetipo perfetto del gruppo emergente. Erik Mårtensson deve aver studiato molto chi ha calcato i palchi prima di lui, ma riesce a esprimersi nel ruolo di frontman con una naturalezza devastante. Ovviamente la fiducia riposta in brani come ‘I Don’t Wanna Say I’m Sorry’ e ‘Blood Enemies’ rende il compito della band più semplice, ma bisogna saper anche interagire con l’audience e il giovane cantante è un maestro anche in questo aspetto poiché dopo un paio di canzoni riesce a far fare al pubblico tutto ciò che vuole. Gli Eclipse sono giovani, ambiziosi ed energici, se n’è accorto anche chi non li conosceva! (RO)
Ancora hard rock, ma di stampo nettamente differente con gli irlandesi THE ANSWER, che ci tengono subito a far sapere al pubblico che loro a Barcellona sono di casa – ci hanno registrato un disco e hanno suonato più volte da queste parti. Pare che Cormac Neeson sia stato preso in esame tra i possibili sostituti di Brian Johnson negli AC/DC, e di certo è uno che sa stare sul palco anche se ha un’attitudine smaccatamente Seventies. Tra Led Zeppelin e Bad Company, con un tocco southern che non guasta mai, la band ci offre un rigenerante viaggio nel passato, verso le origini del rock più viscerale, celebrando da un lato il decennale dell’esordio ‘Rise’, dall’altro offrendo un’anticipazione del nuovo ‘Solas’, che uscirà nel prossimo autunno.  (SB)
Per un gruppo doom, non credo ci sia contraddizione più forte che esibirsi in pieno sole. Ma i CANDLEMASS sono più forti delle convenzioni, e l’hanno dimostrato più volte nel corso della loro storia. Per la prima volta li vedo con Mats Leven alla voce, e la curiosità non è poca. Assolutamente soddisfatta da una prestazione intensa e coinvolgente, rispettosa dei classici ma al tempo stesso personale.  Arrivano pezzi da ogni fase della storia della band, che mostra di aver ritrovato una buona forma, soprattutto nel gioco continuo tra i due chitarristi – con Mappe Bjorkman a supportare in modo adeguato il solismo di Lasse Johansson. Manca ancora Leif Edling, ancora una volta sostituito da Per Wiberg al basso, ma quello che colpisce in positivo è la ritrovata armonia della band, capace di convincere con classici come ‘Crystall Ball’, ‘At The Gallow’s End’ e la conclusiva ‘Solitude’. (SB)
Tocca ora ai CICLONAUTAS, fino a oggi per il sottoscritto dei perfetti sconosciuti. Hanno due dischi alle spalle, all’insegna di un hard rock corposo, che mette assieme i Black Sabbath settantiani con inflessioni blues. Una sorta di Kyuss in salsa iberica, che dal vivo però mostra comunque buona sostanza, oltre che una discreta presenza scenica, nonostante la formazione a tre. Si fanno ascoltare, e questo è già abbastanza per un pubblico, invero non numerosissimo, che mostra di gradire. (SB)
In un soleggiato pomeriggio estivo a Barcellona cosa può esserci di più rinfrescante di un concerto degli OBITUARY? La leggendaria band statunitense è colpevole oggi di aver creato un vero e proprio massacro, provocato dai numerosi poghi e wall of death, dirette conseguenze della riproposizione di macigni come ‘Slowly We Rot’, ‘Chopped In Half’ e ‘Turned Inside Out’. Il buon frontman John Tardy soffre come un matto per il caldo e si vede… Ma riesce a tenere in pugno una folla scatenata per un’ora grazie al death metal sporco, grezzo e fangoso che ha reso celebre il gruppo della Florida. (MBP)
Esibizione di spessore quella del guitar-hero Chris IMPELLITTERI, complice anche la presenza dell’istrionico e bravissimo singer Rob Rock. La sei corde non ha segreti per questo prestigiatore dello strumento e dalle sue dita escono le note che disegnano canzoni come ‘Speed Demon’, ‘Warrior’ ed il classico ‘Stand In Line’. Tecnica al servizio della buona musica: purtroppo molti musicisti (nati magari un po’ più a nord) pare si siano scordati questo assioma. Show da applausi! (MBP)
35 anni di storia, di thrash metal, sudore e passione: questi sono gli ANTHRAX oggi. La band guidata dal traghettatore Scott Ian ci dà un’altra lezione di metal, scaricando sullo scatenato audience tonnellate di decibel ed elettricità. La voce di Belladonna è ancora una garanzia, così come la terremotante sezione ritmica. Poco male se i nuovi pezzi come ‘Evil Twin’ o ‘You Gotta Believe’ sembrino un po’ buttati lì… Ci pensano le immortali ‘Got The Time’, e soprattutto la doppietta conclusiva composta da ‘Antisocial’ e ‘Indians’ a stendere i pochi superstiti rimasti dopo un’ora di sudato e goduto thrash metal. 35 anni ed ancora sembrano dei ragazzini, band incredibile! Immortali! (MBP)
Cosa aspettarsi nel caldo pomeriggio catalano? Esatto, un drakkar collocato in mezzo al palco. Che è già un bel modo per farsi volere bene dai numerosi fan, se poi ci aggiungiamo i soliti corni, barbe rosse e lunghissime e la batteria montata sulla già citata nave vichinga capiamo perché il concerto degli AMON AMARTH si preannunci fin da subito speciale. La terremotante ‘Pursuit Of Vikings’ apre le danze e da lì sarà un’ora di travolgente death metal svedese riversato sulle masse grazie al carisma del singer Johan Hegg e di mazzate sui denti come ‘Death In Fire’ , ‘Guardians Of Asgaard’ e la conclusiva ‘Twilight Of The Thunder God’. I cinque svedesi sono arrivati, hanno visto ed hanno conquistato…niente di più semplice! (MBP)
C’era curiosità per questo ennesimo ritorno del nome THIN LIZZY, riesumato per l’occasione da Scott Gorham e dai suoi compagni per una serie di festival estivi. Se alle tastiere fa capolino Darren Wharton, il resto della line-up è una sorta di raggruppamento all star, con Scott Travis dei Judas Priest alla batteria e Tom Hamilton degli Aerosmith al basso. Serve una formazione del genere per rendere omaggio a uno dei più grandi rocker della storia? Forse no, ma l’esibizione della band è nel complesso convincente, con Scott Gorham e Damon Johnson impegnati a dividersi il centro della scena con le loro sei corde. Ricky Warwick è un frontman di razza e si sa, ma appare un po’ frenato, quasi intimidito rispetto a quando si esibisce con i Black Star Riders – come pure il drumming di Travis non è esattamente adatto ai classici della band . La scelta dei pezzi è ottima, e non potrebbe essere altrimenti. Da ‘Jailbreak’ in avanti, pubblico di Barcellona riceve in regalo una serie continua e impressionante di hit immortali – l’inattesa ‘Dancing In The Moonlight’, l’epica ‘Emerald’… Sul palco vengono proiettate immagini di Phil Lynott e copertine dei dischi passati, per rafforzare ulteriormente l’idea di tributo che sta dietro a queste esibizioni. ‘Black Rose’ è forse il pezzo hard rock più bello mai concepito da mente umana, e la chitarra di Damon Johnson gli rende oggi onore nel modo migliore – oltre a Phil, anche lo spirito di Gary Moore aleggia sul palco. Con ‘Whisky In The Jar’ si chiude un concerto sicuramente convincente, ma per certi versi non esattamente “caldo”.  (SB)
Commette un errore chi, nel 2016, assiste a un concerto dei WHITESNAKE pretendendo di provare le stesse emozioni di 15 o più anni fa! Il problema non sono le canzoni, ne tantomeno l’attuale line up della band, ma la voce del frontman, l’immenso David Coverdale, una delle ultime star assolute della musica dura. Tra qualche alto e parecchi bassi, Coverdale riesce a tenere il palco con onore, aggiustando le linee vocali dei brani a quello che la sua ugola può dare. Fatta questa dovuta premessa, devo dire che il concerto dei Whitesnake al Rock Fest mi è piaciuto! La scaletta è una pioggia di classici tratta esclusivamente dai mitici album degli anni ’80, i musicisti sul palco sono di prim’ordine e dispongono di una voce potente (almeno Beach e Luppi) per dare una mano nei cori a Coverdale, sono ineccepibili da un punto di vista tecnico, al punto che Aldridge potrebbe tranquillamente suonare da solo la sua batteria per un’ora e nessuno avrebbe nulla di cui lamentarsi. Coverdale, da parte sua, continua a giocare la carta del carisma e del suo status di stella assoluta che non può essere messa in discussione per il suo passato e interpreta i suoi brani nel modo migliore possibile. Le parole passano e alla fine restano le canzoni perché le varie ‘Fool For Your Loving’, ‘Crying In The Rain’, ‘Is This Love’ e ‘Still Of The Night’ saranno amate da tutti per sempre (RO).
La scritta sul backdrop a fondo del palco dei TWISTED SISTER mette i brividi, perché ‘Forty And Fuck It’ può voler dire solo una cosa, a meno che non si tratti di una mossa di marketing. Le parole di Dee Snider durante lo show sembrano confermare il contenuto del messaggio perché il cantante si scaglia contro quelle band che dichiarano il tour di addio per poi continuare a suonare e registrare album per svariati anni. I nomi li conosciamo tutti! Se i Twisted Sister dovessero veramente sciogliersi sarebbe un vero peccato perché ancora oggi, come sempre, sono una tra le band più esaltanti dal vivo e la ricetta è sempre la stessa: grandi canzoni e il migliore frontman della scena mondiale. Il sessantunenne cantante di New York continua ad avere la stessa contagiosa carica che ha contraddistinto tutta la sua carriera e il suo incedere contagia in modo incredibile il pubblico. Il resto della band – forse – ha perso un po’ dello smalto che caratterizzava gli show post reunion ed è probabile che la morte di AJ Pero (fa impressione vedere Mike Portnoy dietro alle pelli) abbia un po’ acuito il desiderio di pensionamento da parte di qualche membro. Quindi il trasporto che proviamo nell’ascoltare – forse – per l’ultima volta dal vivo brani immortali e divertenti come ‘We’re Not Gonna Take It’ e ‘I Wanna Rock’ ci fa vivere il momento con ancora più enfasi, senza dimenticare la potenza di ‘Burn In Hell’ e ‘Under The Blade’ e la triste e dolce ballad ‘The Price’. Possiamo solo aggiungere una cosa: i Twisted Sister potranno anche ritirarsi, ma ‘You Can’t Stop Rock’n’Roll’ (RO)!
Il festival si può chiudere solamente con una band di peso e di spessore internazionale: chi meglio degli SLAYER quindi? I thrasher californiani ci presentano una scaletta molto varia che, oltre agli immortali classici, pesca dall’ultimo ‘Repentless’ con la title-track e ‘When The Stilness Comes’ e ‘You Against You’, dall’evitabile ‘World Painted Blood’ e dai successi degli anni ’90 come ‘God Hates Us All’ . Parlavamo dei pezzi che hanno marcato a fuoco il nome della band nella storia: non tardano ad arrivare infatti le bombe al tritolo ‘War Ensemble’, ‘Mandatory Suicide’ e la preistorica ‘Fight Till Death’, prima che un calmo Tom Araya presenti – rivolgendosi in spagnolo al pubblico in delirio – la cantilenante ‘Dead Skin Mask’, seguita a ruota da ‘Seasons In The Abyss’ e ‘South Of Heaven’. La coppia d’asce King-Holt è potente e chirurgica sull’eterna ‘Raining Blood’, mentre Bostaph picchia che più non si può nella conclusiva ‘Angel Of Death’, song simbolo della band e come sempre dedicata al mai troppo compianto Hanneman. Show veramente adrenalinico e potente, come ci si aspetta da chi ha fatto la storia del thrash e del metal in generale. Pollice altissimo! (MBP)

Report a cura di Roman Owar (RO), Martino Brambilla Pisoni (MBP), Sandro Buti (SB)

Foto per gentile concessione Barcelona Rock Fest

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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