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ROBERT PEHRSSON’S HUMBUCKER – Keep The Flame Burning

Non neghiamolo, l’immagine fa molto. Ma ci sono casi in cui è la sostanza a vincere, a mani basse. E per fortuna in questo genere non mancano. Prendiamo Robert Pehrsson ad esempio, e il suo progetto Humbucker. Poca, pochissima comunicazione. Tanta, tantissima sostanza. Uno splendido debutto omonimo nel 2013, un sequel altrettanto riuscito sul finire di questo 2016 con ‘Long Way To The Light’ (qui la nostra recensione). Siamo andati a stuzzicare il chitarrista svedese per farci raccontare qualcosa di più…

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‘Long Way To The Light’ è il tuo secondo disco. Hai lavorato in modo differente rispetto al debutto?
“Tra un disco e l’altro mi sono fatto il mio studio personale. Così ho potuto registrare e produrre chitarre e voci da solo, a casa. E ho tenuto in mente fin dall’inizio che voglio assolutamente suonare questi pezzi dal vivo, quindi può essere che gli arrangiamenti di questo secondo disco siano un po’ più semplici rispetto al primo. Il lavoro sui pezzi in senso stretto è stato più o meno lo stesso.”

La prima impressione è quella di sonorità ancora più varie…
“Grazie, è qualcosa che mi fa molto piacere sentire. Cerco sempre di offrire varietà a chi mi ascolta. Ma cerco anche di mantenere il suono della band coerente e per certi versi lineare. A volte può non essere facile, ma è qualcosa che cerco sempre di avere in mente quando lavoro sulla musica.”

Ancora una volta, ti sei circondato di amici per le registrazioni del disco. Come li scegli?
“Non è questione di sceglierli o meno. Siamo amici anche al di fuori della scena musicale. Ci troviamo e facciamo altre cose, che non hanno nulla a che vedere con la musica. Quello che solitamente succede è che, se mi serve supporto, chiedo e basta. E ovviamente, ricambio il favore ogni volta che uno di loro abbia la stessa necessità. E’ una vera fortuna avere vicino tanti amici così capaci musicalmente.”

Alcuni dei musicisti che hanno collaborato al disco sono stati coinvolti anche nel songwriting. Qual è stato il loro contributo?
“Mi piace pensarla così. Ognuno di loro porta qualcosa che io non sarei in grado di fare da solo, perché ogni compositore è unico, come del resto ogni musicista. Alla fine, avere più teste che lavorano su un disco lo rende più interessante per l’ascoltatore. Ed è anche più divertente per me, perché mi dà l’occasione di collaborare con musicisti diversi. Scrivere e registrare un disco può anche essere noioso, se lo fai da solo. E’ un modo per dare al progetto un’aura più di band vera e propria, senza contare che mi piace il materiale che scrivono!”

Come era stato già nel primo disco, i Thin Lizzy si confermano una delle tue più evidenti influenze. Che cosa di loro ti piace particolarmente?
“Tutti i tipi di musica e tutte le band mi possono influenzare, in un modo o nell’altro. Quello che apprezzo da sempre dei Thin Lizzy è la grande varietà dei loro dischi. E amo particolarmente sia il modo di cantare di Phil Lynott che la sua capacità di scrivere testi. Erano una band davvero unica, sotto ogni aspetto. Avevano una grande sostanza nei loro testi, non sempre ma spesso. Ed è sempre un piacere ascoltarli, anche dal punto di vista di un chitarrista.”

Quali altre band pensi che abbiano un’influenza su di te, come musicista e compositore?
“Più divento vecchio, più mi trovo ad ascoltare musica diversa. E per questo posso trovare ispirazione da cose anche molto differenti tra loro. la stessa cosa vale per i testi. Di solito le cose che mi colpiscono sono quelle che mi sembrano sincere, e che provo piacere ad ascoltare. E ci sono alcuni artisti che hanno un posto speciale nel mio cuore, come Neil Young, Fleetwood Mac, Tom Petty & The Heartbreakers e i Dinosaur JR, solo per fare qualche nome. Tutte band e artisti che sono davvero speciali per me.” 

Hai alle spalle diverse esperienze, anche molto diverse tra loro. Hanno influenzato in qualche modo il tuo approccio alla musica?
“Direi di no. Di solito lavoro in modo molto classico, e questo vale per tutte le band di cui ho fatto parte. Scrivo, registro dei demo molto scarni, registro il disco, provo e poi suono dal vivo. Non c’è altro, e non usiamo nessuna tecnologia moderna in tutto questo processo. Anche dal vivo, non ci sono tracce di supporto, registrazioni o cose del genere. Facciamo dischi nello stesso identico modo in cui si facevano negli anni Settanta.”

Ma ti aspettavi le reazioni entusiastiche che il primo disco ha raccolto ovunque nel mondo?
“Assolutamente no, è stata una vera sorpresa, e molto piacevole. Sono davvero soddisfatto di quello che è successo, e anche un poco orgoglioso. Come sono orgoglioso di questo nuovo lavoro.”,

Una curiosità personale, perché hai scelto questo monicker – il Humbucker è un tipo di pick-up per chitarra – per questo tuo progetto?
“Credo sia stato Nicke (Andersson, già in Entombed e Hellacopters, che su vari pezzi del disco ha anche suonato basso e batteria /nda) a proporre il nome, se ricordo bene. Avevo una lista di nomi per la band, ma o esistevano già o non erano poi così buoni. Solitamente, suono chitarre Gibson. Negli ultimi dieci anni più o meno, ho suonato delle Les Pauls, che sono tutte dotate di pickup Humbucker, e quindi il nome mi sembrava ci stesse.”

Finora sei stato abbastanza selettivo in termini di apparizioni live. Pensi che si potranno intensificare in futuro? Hai qualcosa in programma in questo senso?
“Ci sono diversi motivi dietro alla scelta obbligata di suonare poco. Il primo è che è difficile essere pagati abbastanza da coprire le spese, ed è una realtà con cui dobbiamo convivere. Certo, mi piacerebbe poter suonare più spesso, in particolare ora che c’è un nuovo disco da spingere.” 

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Le foto sono di Kristian Ekeblom

 

Discografia:
Robert Pehrsson’s Humbucker (2013)
Long Way To The Light (2016)

 

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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