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RHAPSODY OF FIRE – Il report del concerto @ Castello di San Giusto, Trieste – 29.07.2017

Il Castello di San Giusto è una delle principali attrazioni turistiche di Trieste e tra le altre cose è spesso utilizzato per celebrare i matrimoni civili. Potrete quindi immaginarvi la sorpresa delle novelle spose nel vedere la piazza del foro romano, sottostante al castello, invasa da loschi figuri di nero vestiti. Nel lasciare il compito di tranquillizzare le giovani fanciulle ai loro mariti entriamo nel dettaglio dei fatti per ricordare che stiamo parlando della prima serata del Trieste Summer Rock Festival, quella, tanto per intenderci, dedicata alle sonorità più potenti. Il delicato compito di rompere il ghiaccio spetta ai Fist Of Rage che, senza perdere tempo prezioso in manfrine e convenevoli, scaricano addosso ai già numerosi presenti la loro proposta musicale incentrata sull’hard rock settantiano opportunamente rivista con frequenti inserti più moderni. Emerge immediatamente la spiccata personalità del cantante Piero Pattay che non convince solo per la sua somiglianza vocale con Eric Martin, ma specialmente per il modo dominante di tenere il palco. La proposta musicale del sestetto è personale e variegata, realizzando alla perfezione il compito di accendere gli animi dei presenti. Nella set list trovano spazio alcuni brani tratti dal loro primo album ‘Iterations to Reality’, ma va sottolineata la coraggiosa scelta di presentare il brano ‘Heaven on Their Minds’ tratto dalla colonna sonora del film Jesus Christ Superstar. Prestazione convincente dei Fist Of Rage che ottengono applausi a scena aperta alla fine del breve set. Si passa poi ai Teodasia che si presentano davanti al pubblico triestino con una formazione che si potrebbe definire sperimentale e che vede la conferma di Alberto Gazzi al basso e Francesco Gozzo alle tastiere, mentre il seggiolino dietro alla batteria è riservato a Jacopo Tini. La variazione principale vede però Chiara Tricarico, che già aveva lavorato con la band come corista, prendere il possesso del microfono alla luce dell’assenza obbligata di Giacomo Voli. La parte iniziale del set è purtroppo funestata da alcuni problemi alle spie sul palco e la band non riesce a rendere al meglio. Le cose migliorano nettamente con ‘Temptress’ anche perché Chiara si trova più a suo agio sulle tonalità del brano composto per la voce di Priscilla Fiazza. Non si può dire lo stesso per i brani tratti da ‘Metamorphosis’, sui quali la cantante appare un po’ in difficoltà. Così ‘#34’ e ‘ Idols’ suonano in modo molto diverso rispetto alla versione originale, pur mantenendo tutta la loro magia. Si chiude in modo positivo con ‘Hollow Earth’ che presenta evidenti similitudini con i Nightwish e permette a Chiara di esprimersi al meglio. Non è facile valutare la performance della band veneta, viste le difficoltà di natura tecnica e di formazione, per cui rimandiamo il giudizio al prossimo concerto. Un breve sguardo verso l’entrata del Cortile delle Milizie permette di valutare come il numero dei presenti sia sensibilmente cresciuto, superando nettamente le 1.500 unità. D’altronde l’attesa per la prima performance in assoluto dei Rhapsody Of Fire con la nuova formazione non ha solo portato al Castello di San Giusto tanti triestini, ma è stata una buona causa per richiamare a Trieste fan provenienti da tutta Italia, e non solo. L’immenso back drop illuminato da potenti luci si adatta alla perfezione all’ambiente medioevale in cui ci troviamo e ‘In Principio’ è la perfetta intro per guidarci in questa nuova fase della band. ‘Distant Sky’ apre a sorpresa la set list e ci permette di osservare che il nuovo cantante Giacomo Voli è in gran forma e prende tutte le note con estrema facilità. Ci si catapulta nel periodo della ‘Emerald Sword Saga’ con ‘Dargor Shadowlord Of The Black Mountain’ e  ‘March Of The Swordmaster’ che viene cantata da tutti i presenti. Con il passare dei minuti la carica dei musicisti sul palco continua ad aumentare anche grazie al supporto incondizionato proveniente dal pubblico. Alex Staropoli sbuffa come sempre dietro alle tastiere, ma esamina con occhio vigile la performance dell’osservato speciale Giacomo Voli durante ‘Into The Legend’, brano potentissimo che per le varie vicissitudini sofferte dalla band nell’ultimo anno è stata suonata dal vivo pochissime volte. Le complesse melodie sono replicate in modo fedele all’originale anche grazie all’eccellente lavoro alla sei corde di Roby De Micheli che trova il tempo di sorridere verso i propri concittadini anche durante le parti più complesse. Un ampio striscione che recita ‘Trieste is the land of immortals’ anticipa l’inizio del brano forse più noto del debut ‘Legendary Tales’ del 1997, accolto da un’ovazione da parte dei presenti. ‘Holy Thunderforce’ è un altro classico e la seconda new entry nella band, il batterista Manu Lotter, si dimostra in grado di non sfigurare davanti al nome di chi, prima di lui, era seduto al drum kit dei Rhapsody Of Fire. È il momento di rallentare leggermente i ritmi e ‘Wings Of Destiny’ è la canzone perfetta per questa finalità. Sul palco continua a regnare una grande armonia, con tanti sorrisi tra i musicisti e il pubblico. Chiaro segnale che la band sta affrontando questa fase della propria carriera con totale fiducia nei propri mezzi. Tra i brani presenti su ‘Legendary Tales’, quello che più mi aveva colpito era stato ‘Flames Of Revenge’ per l’equilibrio creato tra una potenza devastante e una semplicità di base riassunta in una melodia efficace. Il brano dal vivo ha un effetto dirompente e mantenerlo al di fuori della set list per il prossimo tour dei Rhapsody Of Fire sarebbe una follia, anche perché la band dimostra di divertirsi a suonarlo. Dopo due pregevoli assoli di chitarra e batteria che consentono al pubblico di prendere fiato e di cercare di dissetarsi (impresa titanica alla luce dell’unica spina di birra prevista per la serata / nda) le sonorità si fanno più pesanti con ‘When Demons Awake’ che vede Alessandro Sala presentare la sua personalissima interpretazione dell’esistenza del moto perpetuo con quel suo continuo movimento circolare sul lato destro del palco. Che questo concerto rappresenti una ‘Dawn Of Victory’ è l’augurio che tutti i presenti fanno idealmente ai Rhapsody Of Fire, unendosi a Giacomo durante il ritornello da pelle d’oca. È sempre sgradevole fare paragoni tra diversi artisti, ma se è impossibile pretendere che chi è nella band da poco più di sei mesi replichi  la presenza scenica di un personaggio che calca i palchi mondiali da 25 anni, si deve sottolineare che il timbro di Giacomo Voli si adatta molto bene ai brani della set list, riuscendo addirittura ad assicurare ulteriori aperture sulle tonalità più elevate. Il cantante sembra invece non trovarsi completamente a proprio agio nei brani dalle tonalità più basse come ‘Reign Of Terror’. Il ricordo di Sir Christopher Lee vive nelle note di ‘The Magic Of The Wizard Dream’, omaggiato nel modo dovuto da Giacomo Voli e dai suoi compagni immediatamente prima del vero inno assoluto dei Rhapsody Of Fire, quella ‘Emerald Sword’ che manda definitivamente knock out il caldissimo pubblico triestino, fiero di incitare la band che ha portato nell’Olimpo del metal la propria città. Il concerto ha sancito che questa formazione, pur guardando con rispetto il glorioso passato, è consapevole di poter ambire a traguardi ancora più elevati perché la tranquillità e la complicità che regnano sul palco sono elementi che nel passato non si vedevano spesso a un concerto dei Rhapsody Of Fire. C’è chi sta girando il mondo celebrando l’addio alle canzoni che hanno segnato un’epoca. Fino a quando i Rhapsody Of Fire suoneranno con questa energia, le sinfonie delle terre incantate continueranno a riecheggiare in tutto il mondo, per la gioia di chi adora questi venti anni di musica!

Testo e foto di Roman Owar

 

Roman Owar

Roman Owar

La folgorazione, non proprio spontanea, ebbe luogo sui campi di basket dei Ricreatori di Trieste negli anni ’80, quando chi non ascoltava Priest, Maiden e Saxon era automaticamente fuori dal gruppo. Negli anni tante cose sono cambiate, ma non l’amore per il metal tradizionale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla carta stampata nel nuovo millennio, prima sulle colonne di Flash e successivamente su Metal Maniac. Credo fortemente nell’ispirazione divina di Kai Hansen e Michael Kiske, non ho mai avuto demoni al di fuori di King Diamond e mi permetto un’unica divagazione dalla “via classica” ovvero il progressive metal. Non capisco perché chi mi conosce sostiene che io non sia obiettivo a proposito dei Kamelot.

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