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PORTRAIT – Il vascello nero

La verità è che una malvagia macchia oscura si sta espandendo sul mondo e il suo fulcro ha origine nella cittadina di Kristianstad, nel serafico sud della Svezia. È qui che i Portrait hanno mosso i loro primi passi una decina di anni fa, illuminati dalle oscure visioni musicali del loro mentore King Diamond. La parte iniziale della loro carriera è stata dedicata a metabolizzare e far propri gli insegnamenti del grande cantante danese. Ma, come deve sempre accadere, arriva il momento in cui il cucciolo cresce e decide di seguire il proprio istinto. Questo istante trova la propria realizzazione musicale in ‘Burn The World’ (trovate qui la nostra recensione), album che ci presenta una band molto più sicura dei propri mezzi rispetto al passato e sembra che i fan percepiscano il momento importante.
“(Per Lengstedt) Siamo reduci dal release party di ‘Burn The World’ che abbiamo organizzato a Kristianstad proprio la scorsa settimana. Abbiamo provato solo tre volte prima del concerto, ma nonostante ciò lo show è stato devastante! Questa è la miglior formazione che i Portrait abbiano mai avuto, ormai non ci sono più limiti! Non abbiamo suonato tutto il nuovo album. Abbiamo deciso di suonare solo quattro brani e poi abbiamo dedicato un po’ di spazio ad altri brani come ‘Lily’, una canzone epica di ‘Crossroads’ cui ci sentiamo molto legati. Il locale era molto piccolo, ma in questa parte della Svezia la scena metal è veramente ridotta all’osso.”

Tu sei originario di Hasslö, una piccola isola nell’area di Karlskrona, cosa ti ha spinto a diventare un cantante di musica metal?
“Non è stato per niente facile perché nella mia città non ci sono neppure dei posti in cui suonare. Ho iniziato come chitarrista in una band thrash, ma nessuno voleva cantare e così è toccato a me. Ci ho messo un po’ di tempo a sviluppare delle tecniche di canto che mi permettessero di esprimermi in modo decente, ma alla fine la band si è sciolta. Un po’ di tempo dopo mi è stato proposto di entrare a far parte degli Headless Cross, una cover band dei Black Sabbath. Per me non era così semplice replicare le stile di cantanti così diversi tra loro come Ozzy, Dio e Tony Martin, ma si tratta di un’esperienza che ricordo ancora oggi con grande piacere. Se non fosse stato per gli Headless Cross, probabilmente nel 2008 non mi avrebbero proposto di entrare nei Portrait.”

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Ma veniamo ai giorni nostri e al vostro nuovo album. A tuo modo di vedere quali sono le sensazioni che gli ascoltatori possono percepire durante l’ascolto di ‘Burn The World’?
“Si tratta di un album molto dinamico anche perché ogni canzone tratta di tematiche particolari che spero possano regalare differenti emozioni a chi l’ascolta, come un viaggio che tocca tanti paesi diversi. In realtà non esiste un unico messaggio perché ‘Burn The World’ non è un concept album. Se ci pensi ci sono tante canzoni veloci o velocissime e con un brano come ‘Martyrs’ spiazziamo tutti perché è un mid tempo dalla melodia piuttosto marcata, ma nella parte centrale abbiamo inserito un break rabbioso perché nessuno deve dimenticare che sta ascoltando i Portrait! Ci piace l’idea di stupire chi ci ascolta perché nessuno si sarebbe immaginato un break di quel tipo all’interno di un brano quasi commerciale. I primi dati di vendita sono stupefacenti, perché siamo entrati tra i primi cento album nelle classifiche di vendita tedesche. È la conferma che i fan apprezzano questa evoluzione della nostra musica.”

Sei stato coinvolto nel processo di scrittura dei testi delle canzoni?
“Non particolarmente. Quello è un aspetto che è stato seguito quasi integralmente da Christian Lindell. Io mi sono dedicato principalmente alla stesura delle melodie.”

La musica è in qualche modo influenzata dai testi? Te lo chiedo perché le atmosfere sono molto cupe e pesanti.
“Nel 90% dei casi Christian scrive come prima cosa i testi per cui l’atmosfera dei vari brani è sicuramente influenzata dai testi.”

A tuo modo di vedere c’è un vero motivo per cui sia il caso di bruciare veramente il mondo?
“Il mondo è andato oltre tutti i limiti, in tutti i campi. Le notizie che ci arrivano da tutto il mondo sono terribili. Tutto dovrebbe iniziare di nuovo, da capo! La canzone è un richiamo a liberarci da tutte le cose marce e corrotte che si trovano attorno a noi per farci capire che dobbiamo andare in un’altra direzione.”

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Qual è invece il significato del titolo ‘Likfassna’? Credo sia un termine svedese.
“In realtà è un antica parola svedese che ormai non è più usata e esprime il concetto di essere maledetti. Il testo tratta del modo in cui le anime dei morti influenzano la vita dei vivi. La canzone è stata scritta dal nostro batterista Anders Persson.”

Ma siamo sicuri che Anders non sia in realtà una piovra? Suona troppo rapidamente per essere umano!
“Ah ah ah, ti assicuro che è umano al 100%! E durante il release party a Kristianstad ha addirittura esagerato perché ha suonato alcuni brani in modo ancora più veloce rispetto all’album. A mio modo di vedere troppo veloce e ciò mi ha creato qualche problema perché il mio modo di cantare prevede dei continui cambi di tonalità e facevo veramente fatica a stare dietro alla base ritmica.”

Sull’album compare Kevin Bower degli Hell in veste di ospite speciale: come è nata questa collaborazione?
“Siamo veramente onorati per la sua partecipazione. Ci conosciamo dai tempi di ‘Crimen Laesae Majestatis Divinae’ e ci eravamo sempre ripromessi di dare un po’ di spazio alle sue tastiere in qualche nostra canzone. Ci siamo resi conto che c’erano dei brani di ‘Burn The World’ in cui mancava qualcosa e abbiamo chiesto a Kevin di darci una mano. Ha creato l’intro e ha dato una dimensione aggiuntiva a vari brani con le sue tastiere ma anche con degli arrangiamenti creati per l’occasione.”

Credi che ci sia spazio per assicurare una presenza maggiore alle tastiere nel futuro?
“Direi di si, perché siamo veramente soddisfatti dell’atmosfera che creano, ma ciò non vuol dire che la potenza delle chitarre si ridurrà.”

Nei crediti dell’album sono menzionati solo tre membri della band. Tutto ciò vuol dire che i problemi di formazione che vi hanno colpiti nel passato sono ancora presenti. Per quale ragione avete tutte queste difficoltà nel mantenere una formazione stabile?
“Non saprei, ma la cosa importante è che l’attuale line-up sia stabile nel futuro. Effettivamente ci sono sempre stati dei problemi all’interno della formazione, fin dal momento in cui sono entrato nella band. In alcuni casi si è trattato di problemi familiari, in un altro caso si sono verificati dei contrasti di natura personale. Quando abbiamo iniziato le registrazioni per ‘Burn The World’ abbiamo pensato che quello non era il momento giusto per inserire delle nuove persone nella band e così abbiamo registrato tutto l’album in tre. Nelle settimane successive abbiamo confermato gli ingressi di Robin alla chitarra e di Fredrik al basso.”

Fin dai vostri primi passi siete stati accostati ai Mercyful Fate per una serie di reali punti in comune. Qual sarebbe la tua reazione nel caso in cui questo paragone venisse fatto ancora oggi? Proveresti orgoglio o rabbia?
“Rabbia, perché chi ribadisce ancora oggi queste similitudini dimostra di non aver ascoltato ‘Burn The World’! Ti dirò di più, non è mai stata nostra intenzione essere dei cloni dei Mercyful Fate anche se nel nostro primo album, con Philip Svennefelt alla voce, c’era qualche punto di contatto. Successivamente i Portrait hanno saputo delineare sempre di più il proprio stile che si è manifestato in modo evidente proprio in ‘Burn The World’. Volendo essere pignoli ci possono essere somiglianze di impostazione nei bridge di alcuni brani, come in ‘Mine to Reap’, ma si tratta di episodi e non di un tentativo di clonare un’altra band. Comunque questi paragoni stanno iniziando a stancarmi! In rete c’è chi si diverte a pubblicare commenti che non portano nulla di nuovo anche se sarebbero altre le band da citare come cloni dei Mercyful Fate! Ci sentiamo molto più vicini al metal old school e a band come i Judas Priest.”

Abbiamo citato due band molto importanti, ma quante possibilità ci sono di arrivare al loro livello di fama?
“L’aspetto cruciale consiste nel crederci! Non arriveremo mai alla fama e alla bravura dei gruppi citati in precedenza, ma la cosa importante consiste nell’indirizzare tutte le proprie energie nella realizzazione dell’obiettivo. Probabilmente resterà un sogno, ma non potremo mai rimpiangere il fatto di non averci provato.”

Per diventare veramente importante una band deve suonare spesso dal vivo e i Portrait negli ultimi due anni si sono esibiti solo due volte. Quali sono le ragioni di questo apparente mancato interesse verso i concerti?
“In occasione del nostro ultimo concerto del 2015 in Belgio avevamo dichiarato che non ci saremmo più esibiti dal vivo per un periodo abbastanza lungo perché volevamo dedicare tutto il tempo necessario al nuovo album che, stando alle nostre previsioni, sarebbe dovuto uscire a fine 2016. Purtroppo si sono verificati i problemi di formazione di cui abbiamo parlato in precedenza, senza contare che Anders, Christian ed io siamo diventati padri per cui abbiamo dedicato parecchio tempo alle nostre famiglie. Quindi l’ultimo break ha una ragione molto chiara.”

Si tratta quindi di un’abitudine che pensate di poter cambiare nell’immediato futuro?
“Assolutamente sì e a tal proposito posso anticipare che stiamo completando l’organizzazione di un primo mini tour per promuovere ‘Burn The World’ e dovremmo essere in grado di fare un comunicato ufficiale la prossima settimana. Il tour inizierà a metà novembre e toccherà parecchie città della Germania. Purtroppo non è più così facile per noi imbarcarci in tour estensivi perché non possiamo lasciare le nostre famiglie per lunghi periodi. Quindi ci saranno più tour che però dovranno necessariamente essere più corti. Abbiamo una gran voglia di portare ‘Burn The World’ in giro per l’Europa e ci piacerebbe suonare anche in Italia.”

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Quando ti esibisci dal vivo sei solito portare una croce rovesciata al collo. Questo simbolo per te ha un significato particolare?
“A dire il vero l’ultima volta che ho cantato con la croce al collo è stato proprio in occasione del concerto del 2015 in Belgio. Negli ultimi due concerti del 2017 non avevo alcun simbolo. Comunque non c’è nessun significato particolare perché si tratta di un elemento scenico che si adatta bene ai testi trattati nelle nostre canzoni. Può darsi che nel futuro io possa indossare nuovamente la croce rovesciata, ma non è sicuramente un aspetto importante.”

Fate parte di quel vasto movimento di giovani band svedesi dedite al metal tradizionale (RAM, Enforcer, Screamer, Air Raid) che hanno esordito nella prima decade del nuovo millennio. Qual è il rapporto tra di voi? C’è più concorrenza o fratellanza?
“No, posso solo dire che tra di noi c’è la massima fratellanza. L’ambiente è molto positivo, indipendentemente dal genere suonato. Gelosia e invidia sono emozioni che non hanno alcun senso nel nostro ambiente.”

Discografia:
Portrait (2008)
Crimen Laesae Majestatis Divinae (2011)
We Were Not Alone – EP (2014)
Under Command – Split (2014)
Crossroads (2014)
Burn The World (2017)

Line-up:
Per Lengstedt – voce
Christian Lindell – chitarra
Robin Holmberg – chitarra
Fredrik Petersson – basso
Anders Persson – batteria

Roman Owar

Roman Owar

La folgorazione, non proprio spontanea, ebbe luogo sui campi di basket dei Ricreatori di Trieste negli anni ’80, quando chi non ascoltava Priest, Maiden e Saxon era automaticamente fuori dal gruppo. Negli anni tante cose sono cambiate, ma non l’amore per il metal tradizionale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla carta stampata nel nuovo millennio, prima sulle colonne di Flash e successivamente su Metal Maniac. Credo fortemente nell’ispirazione divina di Kai Hansen e Michael Kiske, non ho mai avuto demoni al di fuori di King Diamond e mi permetto un’unica divagazione dalla “via classica” ovvero il progressive metal. Non capisco perché chi mi conosce sostiene che io non sia obiettivo a proposito dei Kamelot.

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