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PORTRAIT – ‘Burn The World’

Può una forma artistica incutere paura? Se si pensa al cinema (i film di Dario Argento o George Romero) o ai romanzi (Stephen King su tutti) la risposta è sicuramente positiva e ci sono degli esempi validi anche nella pittura, come nel caso delle sconvolgenti Pinturas Negras di Goya. E nella musica? Tralasciando i generi più estremi, nel passato ci sono stati vari tentativi ben riusciti di creare inquietudine utilizzando l’udito come unico mezzo di attacco. Quando il lettore CD ha sputato fuori per la prima volta il promo di ‘Burn The World’ degli svedesi Portrait, mi sono reso conto che avevo vissuto momenti di pura ansia perché quest’album non lascia scampo, a partire dalla guasta effige di copertina opera del visionario Adam Burke. La title track ti si avvolge attorno in modo subdolo per poi iniziare a stringere con una ritmica che non può essere di questo mondo e ti rende totalmente inerme davanti alla valanga di note dissonanti che piovono da ogni dove, esaltate dal malato falsetto di Per Lengstedt. Per tutta l’eternità! L’influenza black dei Dissection risulta evidente (‘Flaming Blood’) anche per la presenza di Set Teitan in veste di ospite, ma si amalgama alla perfezione con quell’onnipresente tocco di metal classico che è la solida base su cui si poggiano tutte le tracce dell’album. Da sottolineare anche l’azione chirurgica di Kev Bower degli Hell che regala passaggi tastieristici di immensa oscurità. Dopo anni e anni passati a studiare le sulfuree visioni musicali dei Mercyful Fate, in questa occasione i Portrait procedono a passo sicuro, superando con decisione gli insegnamenti del loro massimo mentore King Diamond, ma senza restarne stritolati. ‘Burn The World’ è un album claustrofobico, disturbante, inquietante e multiforme specialmente nelle parti strumentali, ma nonostante questo mare di complessità la malvagia linea musicale è perfettamente chiara, una volta accettato il dogma che il terrore è senza fine e può arrivare in qualunque momento (l’infernale break strumentale dell’apparentemente innocua ‘Martyrs’). La chitarra di Christian Lindell è il perfetto falso amico perché in certe occasioni riesce a svelare una via di scampo, quanto meno fino al momento in cui ci si trova innanzi all’abisso creato da vorticosi riff. È proprio il suono delle sei corde a essere il principale elemento di contatto con i primi due lavori dei Mercyful Fate e questo particolare suono esalterà tutti coloro che sono legati al metal più tradizionale. Una nota particolare per l’incessante lavoro dietro alle pelli di Anders Persson che in base alla performance su ‘Likfassna’ dovrebbe essere un’entità multitentacolare antropomorfa. Ma non si vive di sola brutalità e i Portrait risultano credibili non solo quando si muovono a velocità disumane, ma anche nei mid tempo che appaiono tra le pieghe dei brani e nella breve traccia strumentale ‘Further She Rode’ grazie a un uso sempre intelligente delle melodie, per quanto sia lecito parlare di melodia a proposito di un gruppo che immagina il mondo messo a ferro e fuoco. ‘Burn The World’ è tutto questo, ma è specialmente un album intelligente, onesto e ispirato che ci presenta la versione più dinamica e potente dei Portrait, mai sentiti a questi livelli nel passato.

Tracklist:
01. Saturn Return (Intro)
02. Burn the World
03. Likfassna
04. Flaming Blood
05. Mine to Reap
06. Martyrs
07. Further She Rode
08. The Sower’s Cross
09. To Die For
10. Pure of Heart

Line-up:
Per Lengstedt – voce
Christian Lindell – chitarra
Robin Holmberg – chitarra
Fredrik Petersson – basso
Anders Persson – batteria

Editor's Rating

Roman Owar

Roman Owar

La folgorazione, non proprio spontanea, ebbe luogo sui campi di basket dei Ricreatori di Trieste negli anni ’80, quando chi non ascoltava Priest, Maiden e Saxon era automaticamente fuori dal gruppo. Negli anni tante cose sono cambiate, ma non l’amore per il metal tradizionale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla carta stampata nel nuovo millennio, prima sulle colonne di Flash e successivamente su Metal Maniac. Credo fortemente nell’ispirazione divina di Kai Hansen e Michael Kiske, non ho mai avuto demoni al di fuori di King Diamond e mi permetto un’unica divagazione dalla “via classica” ovvero il progressive metal. Non capisco perché chi mi conosce sostiene che io non sia obiettivo a proposito dei Kamelot.

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