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PALLBEARER – At The Mountains Of Madness

Ne hanno fatta di strada i PALLBEARER. Sono partiti da Little Rock, Arkansas, carichi di tanta passione e di un suono cupo, che si è fatto via via più personale. La trafila è stata quella classica: un demo, il contratto con una piccola label specializzata, ed ora il passaggio a un’etichetta del calibro della Nuclear Blast. In tutto ciò, il suono della band non si è fatto più accessibile, anzi. Piuttosto, si è aperto a nuove influenze, ancor più malinconiche e introspettive, tanto che la definizione di doom metal band ora appare un po’ riduttiva per loro. Di questo, e di tante altre cose, abbiamo parlato con il bassista Joseph D. Rowland…

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Partiamo dall’artwork che avete scelto per ‘Heartless’, davvero molto particolare…
“Particolare è un aggettivo che ci piace, proprio perché cerchiamo di fare le cose alla nostra maniera. Non ci piace seguire i cliché, e soprattutto non vogliamo che la gente sappia già che cosa aspettarsi da noi. L’artwork è stato realizzato da un amico di vecchia data della band, quasi uno di famiglia. E’ una bella immagine che colpisce, anche perché non è per forza chiara. E’ una montagna o una persona? Forse tutte e due, ma ci piace lasciare spazio all’interpretazione, come per la nostra musica. Non vogliamo dover spiegare troppo, anche perché la stessa cosa può essere vista in modi differenti.”

Lo stesso approccio, l’hai appena accennato, vale anche per la musica…
“Assolutamente sì. Ogni nostro disco è diverso dagli altri, perché rispecchia quello che è la band nel momento in cui è stato fatto. E vale anche per ‘Heartless’ ovviamente. Per noi scrivere musica è un processo complesso, scaviamo in profondità dentro noi stessi, per raccontare le nostre esperienze e sensazioni. Spiegarle in modo esplicito toglierebbe forza, e preferiamo che spetti a chi ascolta legare la nostra musica alle sue esperienze e sensazioni.”

‘Heartless’ è un disco ancora più ampio musicalmente. Vi ritrovate nell’etichetta di doom metal che la vostra label usa per voi?
“Non ci troviamo per forza in nessuna etichetta, ma di certo il doom metal è uno degli elementi che compongono la nostra musica. Ma non l’unico, perché ce ne sono tanti altri. Se dovessimo etichettarci noi in qualche maniera probabilmente parleremmo di progressive rock, magari con atmosfere cupe e malinconiche. Ecco, progressive è una definizione nella quale ci ritroviamo…”

Ma cosa vuol dire per voi essere progressive? Non si rischia di cadere in un’altra categoria ben precisa?
“Se parli di progressive metal forse sì, almeno come viene inteso oggi. Ma in passato ci sono state band che hanno saputo creare un loro percorso all’interno del rock, rivelandosi personali e creativi, senza per forza ripetere la lezione di altri. Penso ai Pink Floyd soprattutto, ma anche a band come Camel e Marillion. Band che si sono mosse tra rock, hard rock e mondi ancora differenti, cercando di fare qualcosa di personale. Un esempio perfetto sono i Pink Floyd, che non possono essere chiusi per forza in una categoria o nell’altra. Ecco, ci piacerebbe che per i Pallbearer valesse lo stesso discorso, senza per forza volersi paragonare a nessuno di questi grandi ovviamente.”

Come sono nati i pezzi che sono finiti su ‘Heartless’?
“Il processo è stato lo stesso di sempre, con il grosso del lavoro fatto da Brett e me. Una volta insieme, adesso per forza di cose separati, visto che da qualche tempo mi sono trasferito a New York. Quasi a sorpresa, questo ha reso il processo di composizione più veloce, perché siamo stati entrambi più concentrati su quello che dovevamo fare. I momenti di confronto venivano fissati man mano, e ogni volta ci siamo trovati pronti, ognuno con la sua parte di lavoro fatto.”

Vi ha messo in qualche modo sotto pressione il fatto di essere passati alla Nuclear Blast, oggi probabilmente l’etichetta metal più potente del mondo?
“Non più di quanto non ci siamo messi sotto pressione per conto nostro. E’ così sempre, ma dopo i commenti davvero buoni che aveva raccolto ‘Foundations Of Burden’ ci siamo chiesti molte volte se saremmo stati in grado di essere all’altezza, o addirittura di superarci. Questa è stata la vera pressione, essere passati a Nuclear Blast ci ha dato solo l’emozione di sapere che la nostra musica probabilmente sarebbe andata a un pubblico ancora maggiore rispetto al passato.”

Ogni vostro disco è diverso dai suoi predecessore, senza che per questo la vostra evoluzione non sia coerente. E nello stesso tempo, la vostra line-up non è mai variata nel corso della vostra storia…
“Come ti ho detto all’inizio, ci piace guardare avanti e cercare di creare qualcosa di nuovo. I punti di riferimenti sono gli stessi, ma ogni disco è diverso perché ogni volta ci mettiamo alla prova partendo da quello che abbiamo fatto in passato. Ogni disco dei Pallbearer rispecchia quello che eravamo quando l’abbiamo fatto, e la stessa cosa vale per ‘Heartless’. Ogni disco è una sfida, a cui cerchiamo di reagire con un passo avanti. E la line-up… Siamo un gruppo di amici, lo eravamo dieci anni fa quando abbiamo formato la band e lo siamo ancora oggi. Siamo cresciuti in una piccola città di campagna, abbiamo vissuto le stesse cose, e la band è una di queste. Ci divertiamo ancora, ci godiamo il tempo che passiamo assieme, tanto più se facciamo musica… La cosa più importate in questo senso è che facciamo musica per noi stessi, ancora prima che per i nostri fan. La musica dei Pallbearer è quella che i Pallbearer ascolterebbero, ti assicuro. Siamo noi i primi fan di noi stessi, e ti assicuro che siamo ancor molto critici!”

Hai fatto riferimenti al progressive rock, genere che ha avuto il suo momento d’oro negli anni Sessanta e Settanta. C’è qualcosa di quel periodo che si può ritrovare nella vostra musica?
“Mi piacerebbe dirti di sì, ma lo devono dire i nostri fan. Di certo c’è che non cerchiamo di chiuderci in un recinto, ma mettiamo insieme tutte le nostre influenze per creare qualcosa di nuovo, o almeno personale. Non puoi paragonare quegli anni con quelli che viviamo oggi. Ora è tutto per certi versi più facile, e quindi vale meno. Una volta se volevi ascoltare una band dovevi uscire di casa, andare in un negozio e comprarti un disco. Ora bastano cinque minuti su Internet per sapere come suona una band. Le barriere all’ingresso sono sparite, e quindi tutto conta meno. Non c’è nessuna difficoltà a procurarsi tutto, ora è tutto immediato, tutto dovuto. Di conseguenza la musica non conta più nulla, è una cosa a cui si accede ogni volta che lo si desidera. Tutto molto comodo, ma si finisce con non dare più valore a nulla…”

Abbiamo già parlato in generale delle influenze della band, vuoi raccontarci qualcosa in più sulle tue personali?
“Potrei stupirti dicendo che ho un debole storico per i Popol Vuh, una band tedesca degli anni Settanta che suonava musica elettronica e sperimentale. Credo di essere il loro fan numero uno, almeno da questa parte dell’Oceano. Due band storiche, magari più vicine a noi, che amo sono i Black Sabbath e i King Crimson. Come amo i Deep Purple del cosiddetto “mark III”, quello con David Coverdale e Glenn Hughes. Tra le band più recenti, potrei citare i My Dying Bride, che hanno saputo mettere in musica atmosfere oscure ed avvolgenti. Ma una scena a cui sono davvero legato è quella del cosiddetto “kraut rock” degli anni Settanta, oltre ai Popol Vuh anche Klaus Schulze e Tangerine Dream. C’erano gruppi davvero avanti per la loro epoca.”

Una costante della vostra musica è l’elemento malinconico…
“E’ vero, anche se non ci consideriamo una band triste o depressiva, tutt’altro. Come ti dicevo, comporre musica per noi è un processo complesso, in cui scaviamo in noi stessi, nelle nostre sensazioni. E questo è quello che esce. Dio certo ci piacciono le atmosfere dilatate, che poi sono quelle che fanno un po’ viaggiare la mente. Ci piace considerarci musica rilassante, piuttosto che depressiva, ma forse la band è la nostra cura personale per allontanare ogni forma di tristezza.” 

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Line-up:
Brett Campbell – voce, chitarra
Devin Holt – chitarra
Joseph D. Rowland – basso
Mark Lierly – batteria

Discografia:
Sorrow and Extinction (2012)
Foundations of Burden (2014)
Heartless (2017)

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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