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PAGAN ALTAR – ‘The Room Of Shadows’

Ho ricordi bellissimi ed ancora vividi dell’unica occasione in cui vidi dal vivo i Pagan Altar. Era il 2012. Ricordo l’ingresso sul palco del frontman Terry Jones, con un lungo impermeabile, accompagnato dalla nebbia creata ad hoc dalla macchina del fumo on stage. Pensai subito che questo signore britannico di quasi settant’anni avrebbe potuto impersonare, se lo avesse voluto, il ruolo di Jack lo squartatore in una pièce teatrale. Verso la fine dello show, visto che non era ancora stata suonata (ed avendo sbirciato la scaletta nemmeno in programma) mi rivolsi ad alta voce al chitarrista Alan Jones, vestito con una ben poco metallica camicia scura a righe, e gli richiesi a gran voce la stupenda “Reincarnation”. Qualche minuto dopo, il mio sabato sera si era appena allungato di otto, indimenticabili minuti. Alla fine dello show ebbi la possibilità di scambiare due chiacchiere sia con Terry che con Alan. Con mia sorpresa imparai che i due, invece che essere fratelli (quello che la maggioranza delle bio raccontavano fino a qualche anno fa), erano l’uno il padre dell’altro. Facendo due conti, Alan, il figlio, aveva solo quindici anni quando lui e suo padre fondarono l’altare pagano nel 1976. Altra interessante indiscrezione fu quella che Terry mi rivelò sul nuovo album allora in preparazione, e cioè che avrebbe contenuto un lungo brano su Jack The Ripper, che era uno dei suoi soggetti preferiti.

Cinque anni dopo quel brano è uno degli highlights di un album che purtroppo esce postumo, perchè Terry Jones non è più fisicamente tra noi ed un cancro ce l’ha portato via due anni fa. Suo figlio Alan, dopo essere rimasto per quasi due anni senza sentirsela nemmeno di riascoltare quei brani già incisi, si è fatto forza ed ha portato a termine le registrazioni dell’album, grazie al fondamentale contributo di Diccon Harper al basso ed Andy Green alla batteria.
E ‘Room Of Shadows’ è un album stupendo che suona alla grande. Ascoltandolo, non sono riuscito a non pensare a Terry Jones, ai suoi occhi che brillavano quando parlava di quel brano su “The Ripper” ed alle intensissime emozioni che deve aver provato il figlio Alan nel completare, con cura certosina ed amore filiale, quello che certamente reste l’ultimo capitolo discografico dei Pagan Altar. La partenza di ‘Rising Of The Dead’ è all’insegna di quel peculiare doom chitarristico perfezionato da Alan Jones, che si fonde magicamente con la voce suggestiva e magnetica del padre Terry, un cantastorie malinconico ed ispirato. Stacchi di batteria mai banali ed un basso davvero ben suonato completano un quadro che rimane comunque dominato da una chitarra incontenibile sia in fase ritmica che nei numerosi ed evocativi assoli. ‘The Portrait Of Dorian Grey’ porta in grembo un altro giro di chitarra melodicissimo, “figlio”dello stile inconfondibile di Alan, con Terry Jones che ci regala una grandissima prestazione nel ruolo di storyteller. In ‘Room Of Shadows’ quasi ogni brano è una storia affascinante con una diversa ambientazione, forse solo con l’eccezione della conclusiva ‘After Forever’. La titletrack ‘Room Of Shadows’ racconta di un dramma familiare in modo molto personale, e lo fa in modo tanto convincente da immergerci nella sua storia, accompagnata musicalmente prima da un intreccio di chitarre acustiche che ha qualcosa di magico e poi da un’esplosione di elettricità che ha il suo culmine quando il basso, che nel frattempo ha dipinto un suo percorso alternativo alla sei corde, si riunisce alla chitarra di Alan. Sul tutto si staglia, espressiva ed emozionante come non mai, la timbrica nasale ma affascinante di Terry. L’ennesimo centro di un platter che per me sarebbe già eccellente.
Poi però arriva l’epica ed oscura ‘The Ripper’, con la sua pioggia iniziale ed il rintocco, presumo, del Big Ben di una Londra vittoriana. Il lungo brano propone una teoria alternativa sul mistero di Jack lo squartatore che è ben più complessa ed interessante del pensare che si sia trattato di un pazzo serial killer senza un piano più ampio. Lungi dal mostrare simpatia per l’efferato omicida, la suite emoziona e convince in un susseguirsi di saliscendi musicali, chiedendosi, tra l’altro, se un “The Ripper” non esista anche oggi, magari in un’altra forma. Canzone incredibile.
Inseriti nel calderone della NWOBHM per motivi anagrafici ma ben più decadenti e doomy del resto dell’ondata, i Pagan Altar furono in grado di suonare tanti show memorabili e teatrali, come dei veri riti pagani con tanto di incenso ed altri effetti scenografici anche senza avere una sola release ufficiale alle spalle (aldilà dello storico e venerato demo del 1982), visto che la loro discografia di studio è partita ufficialmente solo nel 1998 con ‘Volume 1’. Ora, con ‘Room Of Shadows’ il cerchio si chiude, con sonorità che ci ricordano il meglio di ‘Lords Of Hypocrisy’. È una chiusura incredibilmente malinconica, come il finale della brevissima ‘After Forever’, con le vocals di Terry Jones che sembrano quasi venire da un’altro mondo, e la conclusione che arriva, bruciante ed improvvisa come la notizia della morte di una persona cara. Comunque ce l’hai fatta Terry. ‘Room Of Shadows’, che è arrivato a commuovermi in più punti, è il tuo testamento artistico straordinario, completato grazie al lavoro straordinario di tuo figlio e all’apporto indispensabile di Diccon ed Andy. Grazie Alan. Grazie Terry. Grazie Pagan Altar. Non sarete mai dimenticati.

Lasciamo le ultime parole a Terry Jones. Sono quelle che concludono ‘After Forever’ e questo ‘Room Of Shadows’. Suonano come il toccante addio del frontman di una band tanto straordinaria quanto sottovalutata. Se non l’avete mai fatto prima, scoprite l’inestimabile tesoro nascosto chiamato Pagan Altar.

It seems like a thousand years since I let you go
In a world so full of greed I didn’t know
But now I’m on death’s door we’ll be together
And I’ll be with you then and after forever

Tracklist:
01. Rising Of The Dead
02. the Portrait Of Dorian Gray
03. Danse Macabre
04. Dance Of The Vampires
05. The Room Of Shadows
06. The Ripper
07. After Forever

Line-up:
Terry Jones – voce
Alan Jones – chitarra
Diccon Harper – basso
Andy Green – batteria

Editor's Rating

Massimo Incerti Guidotti

Massimo Incerti Guidotti

Ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: tre incarnazioni del Sabba Nero in altrettante decadi, il canto di un Dio tra Paradiso (Perduto) ed Inferno, i fiordi ed i Kamelot in Norvegia, lo Sweden Rock Festival, il Fato Misericordioso ed il Re Diamante, il sognante David Gilmour a Pompei, i Metal Gods in Polonia, uno straziante Placido Domingo alla Scala. Sono stato sommerso dal fango in Svizzera per il 'Big 4'... ma sono ancora qui. E tutti quei momenti non andranno mai perduti nel tempo, perchè: "All I Want, All I Get, Let It Be Captured In My Heart".
Modenese, metallaro, milanista, nonostante tutte le sue nefandezze, amo la vita e la possibilità che l'arte (a 360°: in primis cinema, letteratura e fumetti) mi offre di viaggiare con la mente sprigionando la mia fantasia. Basta un disco o un concerto per sentirsi in Finlandia sotto una nevicata, anche se il paese più affascinante e variopinto del mondo rimane la nostra Italia. Doom on!

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