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OVERTURES – Critical Energy

Stanno per salire sul palco del Live Club di Trezzo sull’Adda, dove apriranno la prima edizione dello SpazioRock Festival. Ma i goriziani OVERTURES si sono già tolti importanti soddisfazioni in sede live e non solo, vedi l’ultima edizione del Gods Of Metal. Da dieci anni ormai ci offrono un power/progressive metal elegante, ricco di inflessioni classiche, che è cresciuto costantemente in personalità disco dopo disco. SANDRO BUTI ha raccolto le parole del cantante MICHELE GUAITOLI, a proposito del nuovo ‘Artifacts’ e non solo…

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Ormai avete la cadenza fissa di un disco ogni tre anni. Cosa è successo dopo ‘Entering The Maze’?
“(Michele Guaitoli) In realtà, sia ‘Entering the Maze’ che ‘Artifacts’ erano pronti già dopo un anno, un anno e mezzo dall’uscita del disco precedente… Ma abbiamo il vizio di passare davvero un sacco di tempo in studio per valutare suoni, arrangiamenti e soluzioni differenti, quindi tra una cosa e l’altra finisce sempre che prima di avere tutto sottomano, comprese copertine, master e dettagli, passa sempre un altro anno. Dopo la release di ‘Entering the Maze’ ci sono stati due tour Europei, oltre 60 date in giro per l’Europa – Italia inclusa in questo conteggio ovviamente – e c’è stato un cambio di line-up, nel senso che per una serie di motivi siamo rimasti in quattro, “perdendo” una chitarra. Ormai è più di un anno che stiamo suonando con Marco Falanga come unico chitarrista, ed abbiamo apportato alcune modifiche al sound per “sopperire” all’assenza della seconda ascia.”

Come è nato il nuovo ‘Artifacts’? Avete lavorato allo stesso modo rispetto al passato?
“La fase di composizione è stata pressoché la stessa di ‘Entering the Maze’. Molti brani sono nati in sala prove con il lavoro di tutti e quattro, altri sono stati registrati singolarmente da uno di noi e proposti in sala già “completi” per poi essere rifiniti…altri sono nati da un singolo riff o da un’idea poi sviluppata. E’ un processo compositivo che non si dà molte regole, segue l’istinto e che portiamo avanti da quando ci siamo formati. La grossa differenza dai precedenti lavori, è stata nell’arrangiamento. Questa volta abbiamo dedicato molto, molto più tempo ad arrangiare i brani. Noi abbiamo una regola fondamentale quando componiamo: il pezzo deve girare e deve piacerci in sala prove con una sola voce (ovvero niente backing o cori), chitarra, batteria e basso…ossia esattamente come lo sentiamo mentre lo stiamo suonando. Quando arriviamo a un punto in cui il riffing, la struttura e le melodie ci piacciono davvero, consideriamo lo scheletro del pezzo concluso. Da lì, un buon brano può solo migliorare. Se il brano non gira nella sua base, non sarà un buon arrangiamento a renderle il pezzo interessante. Tuttavia, quando la canzone gira, un buon arrangiamento è la chiave per renderlo “perfetto”. ‘Artifacts’ è stato curato veramente tanto sotto questo aspetto: ci siamo appoggiati ad alcuni amici per l’inserimento di alcune parti di tastiere, synth e persino violoncelli e strumenti classici suonati e non campionati, abbiamo passato molte ore dietro al pc a scrivere…insomma, le notti insonni non sono state poche.”

Quali sono le principali differenze musicali che ti senti di mettere in luce tra i due dischi?
“In realtà più che differenze, ti parlerei di conseguenze. ‘Artifacts’ è una sorta di evoluzione di ‘Entering the Maze’, ma ha qualche richiamo a ‘Rebirth’, il nostro primo album, uscito nel 2010 – consideriamo ‘Beyond the Waterfall’, del 2007, un EP… ‘Entering the Maze’ era un album cupo, tetro, con sonorità più tendenti al progressive rispetto ad ‘Artifacts’ e sopratutto rispetto a ‘Rebirth’: in termini tecnici e stilistici ci abbiamo guadagnato, ma si era persa un po’ di immediatezza. ‘Rebirth’ era un disco power, con sonorità allegre e più leggere, di facile memorizzazione ma un po’ povero dal punto di vista della personalità. ‘Artifacts’ è un punto di incontro tra questi due dischi, dove abbiamo mantenuto il riffing ed il gran lavoro di chitarra di ‘Entering the Maze’, dove il nostro stile è diventato ancora più riconoscibile, ma senza per questo perdere in immediatezza. Per fortuna, fino ad ora, tutto questo nella critica è stato confermato!”

Personalmente, trovo una varietà ancora maggiore rispetto al passato. Possiamo parlare di una componente prog più marcata?
“Credo che tutto stia nella definizione di prog. Se si parla di progressive in senso stretto, dove a far da bandiera dello stile ci sono cambi di tempo, tempi dispari e riff complessi, ti direi di no. ‘Artifacts’ – così come Entering the Maze in realtà – è un disco che alla fine dei giochi, se analizzato, non è ricco di queste componenti. I tempi sono quasi sempre fissi e i cambi metrici sono ben pochi. Quello che però ci fa avvicinare al prog sono i cambi stilistici, iniziati con ‘Entering the Maze’ ed ora ancora più marcati. Non si tratta quindi di tecnicismi, ma di capacità di miscelare all’interno degli stessi brani, sonorità che vanno dal Power all’Heavy, passando per Hard Rock e a volte spingendosi verso il Thrash. Basta pensare ad un brano come la title-track dove si parte con un Riff decisamente complesso, si passa ad una strofa più Thrash, si va ad un bridge tipicamente Heavy e si finisce in un ritornello Power/Symphonic. Un’altro esempio è Gold, dove si va da un riffing Power con tanto di tema chitarristico, si passa ad una strofa Heavy, e si finisce in un ritornello Hard Rock condito da cori…personalmente non lo chiamerei “progressive” perché credo che il prog sia qualcosa di tipico di band molto, molto già tecniche rispetto a noi…”

Come nasce un titolo come ‘Artifacts’?
“Da lunghissime riflessioni e grandi discorsi filosofici tra me e Marco. Il tema del disco è stato discusso per molto tempo, anche perché sparso tra i vari brani c’è un concept che è stato abbondantemente espresso live e sulle nostre pagine, ossia il degrado societario moderno: l’esaltazione dell’oggetto e dell’apparenza, a discapito di quello che davvero ci rende umani, ossia la condivisione di esperienze e di emozioni. Gli ‘Artefatti’ della società moderna sono i computer, gli smartphone, i cellulari, la tecnologia in generale… Da qui la scelta di ‘Artifacts’ come titolo dell’interno album!”

Di cosa parlano quindi i testi del disco? Ci sono temi ricorrenti?
“Ovviamente i testi seguono il concept appena esposto, se pur non tutti i brani abbracciano il concept. Alcuni brani sono pezzi che immortalano determinate esperienze vissute o concetti distaccati dal tema principale. ‘Repentance’, ‘New Dawn New Dusk’, ‘As Candles We Burn’ e ‘Teardrop’ sono pezzi ‘a se stanti’ ad esempio… Così come ‘Angry Animals’ è un brano scritto per essere colonna sonora di un videogioco realizzato da un gruppo di amici. Anche la versione re-edit di ‘Savior’ chiaramente, ha tutt’altre tematiche. Ecco però che ‘Artifacts’ in primis, in quanto title track, ‘Gold’, ‘Profiled’, ‘My Refuge’ e ‘Unshared Worlds’ sono tutte ricollegate ad un tema comune, che è quello che ti citavo nella domanda precedente.”

Ancora una volta uscite per la Sleaszy Rider greca. Siete così soddisfatti del loro lavoro?
“Assolutamente si! La Sleaszy Rider è una label che negli anni è cresciuta molto, pur rimanendo una label “minore”. Anno dopo anno il rapporto con lo staff è migliorato ed è cresciuto costantemente. Loro valorizzano moltissimo il nostro impegno e il nostro lavoro e la disponibilità a collaborare è sempre stata totale. Dal lato nostro, non siamo mai rimasti insoddisfatti del loro operato. Insomma, direi che è una partnership che finché continuerà ad andare in questa direzione, difficilmente cambierà.”

A quali band vi sentite particolarmente vicine ora, come stile o come approccio?
“E’ una domanda che ci fanno in molti e a cui ogni volta è molto difficile rispondere. Sicuramente abbiamo delle fonti di ispirazione, e tra questi potrei citare i Symphony X come gli Avantasia, i Trivium come Devin Townsend, ma più in generale tutto quel filone di Prog/Power/Heavy moderno che sia a livello di sound che a livello di composizione ci lascia senza dubbio qualcosa. Il punto è che poi non riuscirei a dire a qualcuno “Guarda, dai un’ascoltata a Devin Townsend, noi suoniamo più o meno quello stile musicale”…”

Come sono andate recentemente le cose dal vivo? Esperienze e soddisfazioni?
“Bene, davvero sorprendentemente bene. Abbiamo avuto un’estate intensissima dal piano live, tutta concentrata in Italia visto che nei prossimi mesi ci dedicheremo all’estero. Abbiamo fatto praticamente tutti i palchi più importanti, con un ciclo che è partito dal Gods of Metal e si chiuderà allo SpazioRock Festival il 24 Settembre, passando per Isola Rock, Drakkarock, Povorock e molti altri festival di rilievo. La cosa che davvero ci ha dato forza è stato il supporto ricevuto. L’interesse nei nostri confronti è stato altissimo, abbiamo sempre avuto molti curiosi a voler “scoprire” la band, e siamo rimasti sbalorditi nel vedere che in molte date c’era chi cantava i nostri pezzi, portava le nostre magliette… Per richiamare la tua domanda: splendide esperienze, grandissime soddisfazioni. Ora non possiamo fare altro che sperare che il trend continui in questa direzione.”

Quali sono ora i vostri programmi a breve termine, a supporto di ‘Artifacts’?
“C’è ancora molto in ballo: abbiamo ancora qualche data in Italia per la stagione invernale, alcune già stabilite, altre che saranno presto annunciate. Di recente c’è stata questa grandissima soddisfazione data dalla collaborazione con Mediaset per quanto riguarda l’NFL, per il quale abbiamo scritto un brano inedito, ‘Through the Storm’, che è diventato colonna sonora del programma sportivo sul football americano su Premium. Ora stiamo lavorando su molte altre cose… Potrebbe uscire un nuovo videoclip, per lanciare una nuova serie di date tra qualche mese, e allo stesso tempo, ci sono già delle nuove registrazioni su cui siamo pronti a lavorare:”

 

Line-up:
Michele Guaitoli – voce
Marco Falanga – chitarra
Luka Klanjscek – basso
Andrea Cum – batteria

Discografia:
Beyond the waterfall (2008)
Rebirth (2011)
Entering the Maze (2013)
Artifacts (2016)

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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