Loud Reports

ORDEN OGAN + RHAPSODY OF FIRE – Il report del concerto @ Dagda Live Club, Retorbido (Pv) – 05.11.2017

Che cosa ci vuole per raddrizzare un weekend di pioggia battente? Esatto, un bel concerto. E con questa prospettiva ci si mette in macchina, sfidando una specie di diluvio universale che fortunatamente scema man mano che ci avviciniamo al Dagda Live Club. La scena che ci accoglie è tutto meno che sorprendente, una lunga fila che attende di poter entrare nel piccolo ma accogliente club. Complice il tesseramento obbligatorio, le cose vanno per le lunghe e riusciamo a entrare che lo show degli Unleash The Archers è già iniziato. Ma facciamo in tempo ad ammirare la grinta della vocalist Brittney Slayes e dei suoi compagni, che si impegnano in modo evidente a conquistare un pubblico che non è ancora il loro. Sottolineo “ancora”, perché nel corso della loro esibizione la temperature del Dagda sale sensibilmente, complice un suono tanto classico quanto intenso e coinvolgente, a metà strada tra heavy metal tradizionale e melodie power-oriented. Al netto di evidenti sbavature nei cori, l’impressione lasciata dalla formazione canadese quest’oggi è più che positiva, e l’approvazione del pubblico assolutamente meritata. I Rhapsody Of Fire salgono sul palco per secondi, ma per molti sono i veri headliner della serata, di certo quelli che suonano davanti al pubblico più folto. Colpisce vedere Alex Staropoli e i suoi compagni in un ruolo francamente dimesso, ma queste sono le regole del gioco e l’obiettivo può essere solo quello di sovvertirle. L’impegno in questo senso è evidente, come pure di livello è l’esibizione della band, che ci offre un vero e proprio best-of, sulla scia del recente ‘Legendary Years’, rilettura dei migliori successi di quando esistevano “solamente” i Rhapsody. Al centro della scena, il “nuovo” Giacomo Voli, che conferma anche dal vivo le sue grandi capacità vocali, su pezzi tutto meno che facili. Se vocalmente siamo al top, manca ancora il carisma necessario per dominare il palco, compito che invece riesce ottimamente a Roberto De Micheli ed alla sua sei corde, per chi scrive il vero punto di forza di questa incarnazione della band. Le parti campionate restano sempre troppe, ma è un piacere sentire versioni più dirette e potenti di brani che a modo loro hanno lasciato un segno, da ‘Dawn Of Victory’ a ‘Holy Thunderforce’, fino alla conclusiva ‘Emerald Sword’, tutte cantate a pieni polmoni da un pubblico davvero caloroso. L’impressione è quella di una band in divenire, che puntando sul suo tris d’assi – De Micheli e Voli, oltre ovviamente a Staropoli – potrebbe davvero togliersi ancora soddisfazioni importanti. Non è facile per gli Orden Ogan portare il pubblico dalla propria parte, soprattutto considerando gli ampi spazi che si sono formati ora davanti al palco. Ma la band tedesca non è certo tra quelle che si fanno scoraggiare e ci offre il suo show completo, con tanto di piccoli ma efficaci elementi scenografici – due fucilieri a lato della batteria. Rispetto al passato, hanno reso il proprio sound decisamente più lineare soprattutto dal vivo, anche se le orchestrazioni non sono certo sparite. Una buona parte della setlist è dedicata alla produzione più recente, anche se non mancano tracce più datate, come l’opener ‘To  New Shores Of Sadness’. Il loro suono è più tradizionalmente metallico anche se resta molto diretto, e lo stage acting – complice il maggiore spazio a disposizione – efficace. Seeb Levermann guida le danze con sicurezza, ottimamente supportato da una band del tutto all’altezza, tanto che il power melodico della band fa immediatamente breccia nel pubblico presente. ‘Gunman’ e ‘Fields Of Sorrow’ ci mostrano la varietà della loro produzione più recente, mentre ‘We Are Pirates’ guarda al passato remoto della band, come del resto l’inno di chiusura ‘The Things We Believe In’, cantato da Leebermann assieme al pubblico. Su queste note si chiude un’esibizione davvero riuscita, che forse avrebbe meritato una cornice di pubblico superiore – e parlo nello specifico dello show degli headliner. Ma la serata in sé può definirsi certo positiva, grazie a tre band di ottimo livello, diverse tra loro e proprio per questi ancor più interessanti nel loro mix. E’ tempo di andare ora, la strada ci chiama di nuovo…

Testo e foto di Sandro Buti

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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