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NECROPHOBIC – Rinati sotto il segno del Necrogramma

Un album a lungo atteso il nuovo dei Necrophobic ‘Mark Of The Necrogram’ innanzitutto per merito del rientro in formazione dei due chitarristi Sebastian Ramstedt e Johan Bergebäck se non che del primo cantante Anders Strokirk; la firma per la Century Media inoltre ha fatto sì che il ritorno degli svedesi sia stato avvertito dal pubblico come una rinascita. Ne abbiamo parlato con Sebastian, chitarrista e firma di quasi tutto il materiale di questo ottavo lavoro.

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Sei tornato nella band dopo una lunga assenza, cosa ti ha fatto decidere di tornare e come ti senti a rientrare dopo tutto questo tempo?
” (Sebastian Ramstedt) Ne sono veramente felice! Anni fa ho avuto bisogno di una pausa: quando lavori per monto tempo a stretto con le persone, in questo caso con gli altri componenti della band, ci sono delle tensioni, cose che non funzionano al meglio. Presi la decisione di staccarmi per un po’, di prendermi una pausa. Probabilmente è arrivato il momento giusto perché io tornassi nella band: io iniziavo a pensare di rientrare e nello stesso momento Joakim mi ha chiamato per chiedermelo. I Necrophobic sono stati sempre la mia band, quella per cui scrivo musica, con cui suono la chitarra: potevo lasciare alle spalle tutto quello che andava male perché è questa la band in cui voglio stare.”

Anche Anders Strokirk è tornato dopo più di venti anni dalla release di ‘The Nocturnal Silence’.
“Sì, per me è stata quasi una sorpresa! Quando Thobias ha dovuto lasciare la band non c’erano molte opzioni disponibili se non quella di richiamare un vecchio membro se Joakim voleva lasciare intatta l’anima dei Necrophobic. Poteva chiamare un ragazzo giovane ma questo avrebbe cambiato il cuore della band. Anders è sempre rimasto vicino alla band, sia nello stesso backstage dove ha collaborato sia come amico, così non è stato nemmeno difficile chiedergli di rientrare. Lui ne è stato davvero entusiasta anche se per tutto questo tempo era stato occupato dai suoi progetti personali, come ad esempio i Blackshine.”

I Necrophobic sono attivi da più di due decadi nonostante i vari cambi di line up e varie problematiche…
“La band non è mai stata abbastanza famosa da sciogliersi letteralmente. Il tipo di musica che amiamo scrivere non è roba mainstream: anche se non eravamo presenti sulle riviste o non si avevano nostre notizie, noi siamo sempre andati avanti. Ci sono stati cambi di line up perché nei primi tempi ci incazzavamo di più quando le cose non andavano secondo i nostri progetti o se i membri combinavano questo o quello; invecchiando si acquisisce il dono della pazienza, non ti interessa più di certe cose. Ci piace quello che facciamo e lo faremmo comunque, quindi non è più importante il tipo di contratto discografico che riusciamo ad avere perché scriveremmo comunque un disco. Tutti noi, anche se non eravamo nei Necrophobic per questo o l’altro motivo, abbiamo sempre continuato a fare musica, a scrivere: essere musicisti nella scena underground è una cosa che potremmo fare per sempre. Quando avevamo venticinque anni non lo avremmo mai accettato, volevamo tutto e subito, ora le cose sono cambiate.”

Quando si pensa ad un certo tipo di metal svedese si pensa immediatamente ai Dissection. Pensi che il loro impatto sull’idea comune di un certo tipo di musica sia stata in un certo senso ingombrante per le altre band che tentavano di proporre qualcosa di personale?
“Ci fanno domande come questa in quasi tutte le interviste. Per quanto riguarda noi, non ci siamo mai messi in competizione. I Dissection erano qualcosa di fantastico, erano una band speciale e Jon era un musicista speciale, le sue idee sulla musica e sulla vita stessa erano differenti da quelle di qualunque altra persona e non avrei mai potuto comparare quello che facevamo noi con quello che facevano loro. All’epoca potevano esserci alcune similitudini ma eravamo band completamente diverse l’una dall’altra, a partire dall’ideologia. I DIseection erano una band molto valida, hanno meritato tutto il successo che hanno avuto; non credo ci siano state band come loro… buone sì, ma non a quel livello. Non potrei mai comparare i Necrophobic ai Dissection, non siamo lo steso tipo di musicisti quindi non potremo mai scrivere lo stesso tipo di canzoni. Non so dirti se la loro grandezza è stata un bene o un male per noi… è andata come doveva.”



‘Mark Of The Necrogram’ è un nuovo inizio o la normale evoluzione dei Necrophobic?
“Quando ho iniziato a lavorare alle idee per le canzoni di MOTN e poi abbiamo finito di lavorarle tutti insieme, le vedevamo come la logica continuazione di ‘Death To All’, l’ultimo album in cui ero ancora nella band: è stato come riprendere il filo. Durante questo anno abbiamo suonato molto dal vivo, abbiamo avuto la possibilità di incontrare il pubblico e ho avuto la prova che nel corso di questi anni il ritorno dei Necrohpobic fosse considerato qualcosa di leggendario anche se per noi era una cosa normale continuare da dove avevamo lasciato. Pensavamo che MOTN fosse la continuazione naturale del nostro percorso mentre per il pubblico è una sorta di “seconda venuta”, molti non pensavano che saremmo andati avanti e quindi ci ha accolto come se finalmente fossimo tornati… e alla fine dei conti è veramente così.”

Quanto ci avete messo a registrare Mark Of The Necrogram? Siete sodasfatti del Risultato? Come potresti descriverne il sound?
“Abbiamo lavorato molto sui demo. Ho scritto gran parte delle canzoni a casa e poi le ho portate al resto della band con cui poi le abbiamo rifinite. Ci sono voluti quasi sei mesi: da quando sono state scritte, le abbiamo riarrangiate, abbiamo aggiunto tolto cose andando avanti e indietro dalla sala prove. Ma a parte tutto questo periodo preliminare, in studio siamo stati molto veloci: ho registrato tutte le mie chitarre in dieci ore! Nessuno nella band ha avuto più di due-tre giorni per registrare, quindi in tutto ci abbiamo messo più o meno due settimane. Il lavoro duro è stato quello preliminare alla fine, non siamo una band che possiede il budget per scrivere musica direttamente in studio ma penso che possano permetterselo in pochi ormai. Per quanto riguarda il sound siamo molto soddisfatti. Vista la modalità con sui si registra al giorno d’oggi hai l’opportunità di poter cambiare i suoni attraverso il computer senza dover riregistrare tutto. Negli anni novanta se un suono non ti piaceva eri costretto a dover riregistrare tutto il pezzo. Questo album suona esattamente come lo volevamo: è un po’ old school perché è proprio quello che avevamo in mente.”

Non è poi così raw, penso sia pulito e potente allo stesso tempo, si sente tutto quello che si deve sentire ma alla base c’è un sacco di groove…
“Ci sono un sacco di armonie, tante melodie, la parte più black metal di tutto il sound, quindi era molto importante che si sentisse bene tutto che fosse pulito; ma la parte più death metal aveva bisogno di potenza e di groove, di dinamicità. Non è stato semplice combinare le due cose, ma le nostre canzoni sono composte da questi due fattori, quindi era importante che uscissero fuori nel miglior modo possibile. Per questo è potente e pulito allo stesso tempo.”

Quindi a quanto ho capito sei stato tu a scrivere tutte le canzoni.
“Ci sono stati tre o quattro songwriters in tutto nei Necrophobic. Nel primo periodo e quindi il primo è stato interamente scritto da David Parland che formò la band, ovviamente Joakim e gli altri contribuivano… ma non molto. Ora al posto di David ci sono io, a volte Joakim scrive con me, a volte sviluppo le idee che gli altri propongono ma nel corso degli anni sono diventate sempre più canzoni mie alle quali gli altri contribuiscono con i loro input. Credo di avere i diritti su tuti i i riff di chitarra ma sarebbe impossibile avere il sound dei Necrophobic senza tutti gli altri.”

Come chitarrista a chi ti ispiri?
“
Non penso che potrei mai suonare come nessuno di quelli da cui sono ispirato, ma amo Uli John Roth degli Scorpions, credo che lui sia la mia più grande influenza. Amo gli Accenpt, amo gli Iron Maiden, sono un grande fan dei Deep Purple, dei Rainbow… dal canto mio cerco di dare un’interpretazione degli assoli heavy metal in una chiave death/black ma suonare come questi maestri è quasi impossibile.”

Parlando di ispirazione, da dove prendete spunto per i testi?
“Questo album è molto direzionato verso la “dark poetry”, c’è un sacco di letteratura, un sacco di vecchi miti e fiabe. Anche se gran parte dei testi dei Necrophobic usualmente sono anticrstiani in questo album non ce ne sono molti di questo tipo, stiamo cercando di prendere un’altra direzione visto che abbiamo usato questa soluzione un mare di volte. Prendiamo ispirazione direttamente dalla bibbia cercando di leggere tra le righe dei versi oppure cerchiamo di raccontare quelle storie dal punto di vista opposto; solitamente sono pezzi dell’Apocalisse. Il testo della titletrack ‘Mark Of The Necrogram’ è in linea con ‘Revelation 666’ e ‘Death to all’. Queste tre canzoni sono state fortemente ispirate dalla poetica del Paradiso Perduto di Milton e dalla bibbia stessa. Abbiamo scritto anche storia sulla discesa di Inanna, la dea sumera, sulla discesa agli inferi del sole e roba simile. È importante comunque che il testo stia bene con l’atmosfera della canzone, oltre che con la metrica.”
Cosa puoi dirmi invece della bellissima copertina di Kristian “Necrolord” Wåhlin?
“Viene da un’idea veramente vecchia, dal 1997! Se ricordi la copertina di ‘Darkside’, l’album blu, ha un’area rossa al centro con una porta in fondo. Già allora mi chiedevo cosa ci fosse nel lato rosso. Così ho chiesto a Kristian se si ricordasse della vecchia cover che aveva disegnato e se poteva disegnare quello che secondo lui esisteva nella parte rossa, e ovviamente ne è stato entusiasta. Quello che vedete nella copertina di ‘Mark Of The Necrogram’ è la continuazione di ‘Darkside’.”

Vi siete formati in Svezia nel 1989, come si è evoluta la musica estrema lungo tutto questo periodo?
“All’inizio eravamo giovani, eravamo molto coinvolti nella scena metal di Stoccolma con tutto il tape trading, andavamo ai concerti con i Nihilist e i Dismember. Dopo il 1993 quasi nessuno del nostro giro continuò ad ascoltare questo genere di roba, quindi in pochissimi anni la scena di Stoccolma collassò e qualcosa di nuovo nacque dalle sue ceneri. Band come Watain, Destroyer 666 stanno facendo un grande lavoro nel riportare in vita il vero spirito di quegli anni. Succede sempre così quando una scena ha troppi “followers”: a un certo punto collassa. Non ci sono poi così tante persone che ascoltano musica estrema nel mondo così ho visto un cosa come cinque rinascite di questo tipo di musica estrema. È come il punk rock: non muore mai realmente. Questo grazie alle nuove generazioni che riportano in auge questo o quel genere. Anche per quanto riguarda noi ho potuto vedere un sacco di nuovi fan.”

Pensi che verrete in Italia per promuovere ‘Mark Of The Necrogram’?
“Spero veramente di si, per ora non possiamo dare conferma per nessun concerto, stiamo cercando di partecipare a quanti più festival possibile. Penso che non faremo tuo lunghi, quanto più dei minitour per alcuno fine settimana. In questo periodo la scena è sovrappopolata, troppo band che suonano tutti i giorni della settimana. Non vendiamo così tanti biglietti da poter restare “on the road” per molto tempo, siamo sempre una band underground: siamo grati per poter suonare ancora, dopo tutto questo tempo, ma non possiamo essere in tour tutto l’anno. Così la scelta migliora è quella di selezionare gli eventi migliori e incontrare il maggior numero possibile di fan. Ci concentreremo sull’Europa sicuramente, la settimana scorsa diamo stati oltreoceano e sono sicuro che durante questo tour toccheremo anche l’Italia.”

Quale sarebbero le band ideali con le quali andare in tour?
“Non ci ho pensato, ma sarebbe bello poter suonare con band come Destroyer 666 oppure non saprei, ci sono un sacco di band svedesi con cui vorrei suonare… tipo i Naglfar. Sarebbe bello peter suonare con qualcuno con cui condividi il pubblico e di cui sei fan tu stesso.
”

Grazie per aver risposto alle mie domande. Aggiungi quello che vuoi…
“Spero che ‘Mark Of The Necrogram’ vi piaccia, dategli un ascolto!”

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Discografia:
The Nocturnal Silence (1993)
Darkside (1997)
The Third Antichris (1999)
Bloodhymns (2002)
Hrimthursum (2006)
Death to All (2009)
Womb Of Lilithu (2013)
Mark of the Necrogram 2018)

Line-up:
Anders Strokirk – voce
Sebastian Ramstedt – chitarra
Johan Bergebäck – chitarra
Alex Friberg – basso
Joakim Sterner – batteria

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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