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MYRKUR – ‘Mareridt’

Prima che vi rovinate il facepainting, è giusto avvertirvi che il nuovo album di Myrkur NON è un album Black Metal, come paraculamente aveva annunciato l’etichetta, o almeno non lo è dal punto di vista musicale: è solo uno degli ingredienti della zuppa di incubi che è ‘Mareridt’ (incubo, appunto, in danese), secondo album della vichinga più chiacchierata dell’universo estremo. Lo è per il modo, per l’atmosfera, per l’immaginario. Myrkur, al secolo Amalie Bruun, mescola infatti il black metal della second wave (‘Måneblôt’ è l’evento più estremo di tutto il disco), al folk norvegese (‘De Tre Piker’ è una canzone tradizionale), ai richiami per vacche svedesi e all’indie pop per rivelare all’ascoltatore il proprio oscuro mondo onirico. Come una sorta di esorcismo infatti, ogni canzone nasce proprio dall’urgenza di liberarsi di quelle paure che, conseguentemente ad alcune minacce di morte da parte di alcuni puristi del “trVe black metal” (a cui è dedicata la canzone ‘The Serpent’) , popolavano le notti della polistrumentista danese. Undici tracce ( più cinque bonus), scelte tra una rosa di ben cinquanta dal produttore Randall Dunn, che raccontano, con la classe e l’ eleganza che contraddistinguono Myrkur, questi tre anni passati nella prigionia di visioni terribili e paure incontrastate. La partecipazione di AAron Weaver dei Wolves In The Throne Room su alcune tracce di batteria e di Chelsea Wolfe alla chitarra su ‘Funeral’ e su ‘Kvindelil’ impreziosiscono la già cesellatissima opera su cui la bionda Amalie ha messo tutta se stessa suonando, oltre agli strumenti standard, anche violino, mandolino, tamburi folk e nyckelharpa, uno strumento tipico svedese. La delicatezza di alcune melodie cozza con la spietatezza di altre, l’oscurità di alcune atmosfere si schianta contro la voce cristallina di Amalie, proprio come accade nei sogni in cui si può passare da una visione all’altra, da un universo ad un altro. Un secondo disco che, sebbene non sia ancora quello della consacrazione, segna la strada da seguire (nonostante alcuni riempitivi veramente poco interessanti) in barba ai detrattori e ai leoni da tastiera che non sanno riconoscere un buffone da un artista, figuriamoci poter apprezzare una musicista dagli orizzonti infiniti che non rientra nei loro stupidi canoni predefiniti.

Tracklist:
01. Mareridt
02. Måneblôt
03. The Serpent
04. Crown
05. Elleskudt
06. De Tre Piker
07. Funeral (featuring Chelsea Wolfe)
08. Ulvinde
09. Gladiatrix
10. Kætteren
11. Børnehjem
12. Death Of Days *
13. Kvindelil * (featuring Chelsea Wolfe)
14. Løven *
15. Himlen Blev Sort *
16. Två Konungabarn *

*(Digital / Deluxe 2xLP Bonus Track) §

Line-up:
Amalie Bruun – tutti gli strumenti

Editor's Rating

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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