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METALLICA – ‘Hardwired… To Self-Destruct’ track by track

E così l’attesa è – quasi – finita. Ancora poco più di una settimana e Hardwired… To Self-Destruct sarà disponibile per tutti. Il decimo album dei Metallica ha già fatto parlare molto di sé dopo l’anteprima tenutasi negli Electric Lady Studio il 27 settembre scorso.
Questa volta, l’ascolto si è tenuto a Milano negli uffici della Universal Music: una dozzina di persone attorno a un tavolo a condividere qusto momento topico. Ecco cosa ne pensiamo noi…

I Metallica e Marky Ramone agli Electric Lady di NY per la presentazione del disco. Foto di Melinda Oswandel
I Metallica e Marky Ramone agli Electric Lady di NY per la presentazione del disco. Foto di Melinda Oswandel

Disco Uno

Hardwired (3:11)
Questa è stata l’ultima canzone scritta per il disco in un periodo che è durato, secondo quanto raccontato da James, oltre due anni. Il primo singolo che abbiamo tutti ascoltato ha fatto sollevare salve di hurrà agli amanti dei ‘vecchi’ Metallica, che attendevano un ritorno al thrash delle origini. In effetti i suoi tre tiratissimi minuti hanno tutto il nostro plauso. Ma aspettate ad eccitarvi troppo…

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Atlas, Rise! (6:28)
Terzo singolo rilasciato lo scorso Halloween (con tanto di maschera in regalo), ha confermato il trend positivo e i pollici alzati.

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Now That We’re Dead (6:59)
Quando parte la lunga intro, quello che lascia spiazzati è la batteria di Lars. Non si capisce bene se la colpa sia del supporto sul quale stiamo ascoltando il disco (è un i-Phone 7 amplificato), ma il suono è un tantinello elettronico. Tra botte e risposte dalle casse e un assolo niente male di Kirk, James canta di un bellissimo amore dopo la morte:
When darkness falls may it be that we should see the light
When reaper calls may it be that we walk straight and right
When Kingdom comes may it be we walk through that open door
Now that we’re dead, my dear, we can live forever

Moth Into Flame (5:50)
Il secondo singolo strategicamente scelto fila via liscio come un siluro e quel suo giro di sole sei note ci si impianta nella corteccia, tornando a trovarci di tanto in tanto quando meno ce lo aspettiamo.

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Dream No More (6:29)
Appena attacca questo pezzo, ci giriamo tutti verso gli altoparlanti. Che c’entrano i Black Sabbath? Incedere lento, atmosfera cupa da tritono… imaginatevi lo stupore quando James inizia a cantare come Ozzy… Ok, va bene che questo pezzo segna il ritorno di Cthulhu nei testi dei Metallica, ma alle ottime parole di Hetfield non sembrano corrispondere le armoniche di una band pesantemente legata all’hard rock degli anni Ottanta. E la lunghezza del brano non aiuta.

Halo On Fire (8:15)
L’inizio di questo pezzo fa pensare a una ballad coi sacri crismi. E invece no: un lunghissimo lamento di un James ispirato che alterna cambi di tempo e di direzione, passando da arpeggi a cavalcate, lasciando disorientato chi cerca un ordine che non c’è più.
Ho paura di accendere la luce e scoprire che l’oscurità non se ne andrà
Le preghiere non arrivano più a destinazione, vengono rispedite al mittente

Disco Due

Confusion (6:41)
Il secondo disco inizia, appunto, con un po’ di confusione: un cantato di un James quasi irriconoscibile su una musica piuttosto tirata, fa intravedere un aspetto dei nuovi Metallica duro da digerire.
Confusion, all sanity is now beyond me
Delusion, crossfire ricochets inside me
My life… the war that never ends

ManUNkind (6:55)
Continua il lato più ‘riflessivo e intimista’ dei Metallica 2016 con un’intro arpeggiata piena di sentimento. Sette minuti ricchi di cambi di ritmo e di canale audio che fanno levare più di un sopracciglio in sala.
Sono diventato un ostaggio della mia mente
mi sono lasciato indietro
il cieco che mostra la strada al cieco
alla ricerca della fede nella disumanità

Here Comes Revenge (7:17)
Brano che risolleva le sorti di questa seconda parte, anche se manca di un po’ di pesantezza: inizia con un’intro molto ritmata ed entra subito in testa, anche grazie alla struttura da stadio, concepita apposta per un botta-e-risposta con il pubblico:
Revenge – you can’t undo
Revenge – is killing me
Revenge – set me free

Am I Savage? (6:29)
Torna un ritmo sabbathiano sotto un pulito cantato di James che, però, si trasforma presto nel pezzo che solleva il più grosso dubbio di tutto questo doppio album. Sguardi spaesati saettano da un lato all’altro del tavolo e si chiedono come farà Lars a trarre un video anche da questa canzone. A poco serve il testo… ‘mostruoso’ di Hetfield, dedicato alla figura dell’Uomo Lupo.

Murder One (5:45)
Entra un arpeggio à la Fade To Black per questo brano dedicato alla memoria di Lemmy: ‘una corona, un uomo che se ne fregava’, non manca niente nel testo che parla anche della passione del bassista per lo speed e cita brani dei suoi successi. Per comprendere e apprezzare questa canzone, bisogna immedesimarsi in James e nel suo rapporto col bassista dei Mötorhead. Certo, fosse stata un po’ più corta e un po’ più tirata… un po’ più alla Lemmy, insomma.

Spit Out The Bone (7:09)
Chiusura tiratissima che fa saltare sulla sedia con un po’ di pelle d’oca addosso. James tira fuori tutto il suo nichilismo quando canta ‘la cura per la Terra è lo sterminio della razza umana, sostituita dalle macchine’. Viene naturale un ‘era ora’ ma subito dopo arriva un nuovo, più spiacevole brivido lungo la schiena: se questo sarà il quarto singolo tratto dal disco, allora sarà il caso di domandarsi il perché.

Meno di un’ora e mezza dopo il suo arrivo, Phil riportava il suo i-Phone in Inghilterra, lasciandoci con la voglia di riascoltare l’album con la calma e l’apparecchiatura consone a un lavoro così importante. Bello o brutto, lo deciderete voi.

 

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Luca Fassina

Luca Fassina

Sono un giornalista musicale dal 1989, quando ho fatto parte della redazione che ha creato Hard! Nel 2006 ho iniziato a scrivere per Metal Maniac, dal 2012 scrivo per Classic Rock. Ho scritto la biografia dei Vanadium e curato quella della Strana Officina (Crac Edizioni). Per la Tsunami Edizioni ho scritto "On Stage, Back Stage", "100 Rock Ballad selezionate da Marco Garavelli", "Headbang '80" con P.G. Brunelli e tradotto la biografia di Marky Ramone, "Punk Rock Blitzkrieg".

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