Loud Reports

METALITALIA.COM FESTIVAL 2017 – Il report del festival @ Live Club, Trezzo Sull’Adda (Mi) – 09 + 10.09.2017

Foto di Luca Bernasconi

09.09.2017 – DAY I

Il festival di Metalitalia.com, arrivato quest’anno alla sua sesta edizione seguendo il motto “squadra che vince non si cambia”, mantiene l’ormai storica location del Live Club di Trezzo sull’Adda (MI) ma raddoppia la sua programmazione, passando per la prima volta da una a due giornate. Il Day I è un inno alla melodia, con ampio spazio dedicato a power, prog, symphonic e classic metal, mentre il secondo giorno è ammantato di oscurità ed esoterismo. Anche gli agenti atmosferici sembrano collaborare alla coreografia delle due giornate, con un sabato caldo ed una domenica grigia e piovosa, pioggia che non ha intaccato in ogni caso lo spirito e la partecipazione dei presenti. Organizzazione impeccabile, stand, cibo, birre, bicchieri dedicati, non è mancato davvero nulla all’appello per un festival logisticamente ben riuscito. E allora non ci resta che guardare verso il palco e parlare della musica…

Trick Or Treat
Gli opener Trick Or Treat incarnano la vena più divertente del power metal, il suo amore per le melodie vocali e la sua innata leggerezza come e forse meglio di ogni altra band in circolazione. Vedere la band modenese dal vivo è sempre una gioia. Pochi gruppi riescono a suonare così bene dal punto di vista tecnico (il bassista Leone Villani Conti è un virtuoso dello strumento) senza mai risultare freddi o troppo accademici. Nell’ultimo album ‘Rabbits’ Hill Pt. 2′ i metaller modenesi hanno perfezionato la propria formula musicale, ora diventata più matura che mai nel songwriting ma sempre con un occhio di riguardo per la melodia. Non sorprende che la band abbia scelto di andare quasi “all in” sul disco pur avendo a disposizione solo una trentina di minuti. ‘Cloudrider’ è ormai già un piccolo classico. La voce di Alessandro Conti si piega mirabilmente e si distende fino a raggiungere note altissime che solo pochi eletti potrebbero toccare. Potremmo chiamare questa ristretta schiera di vocalist i “Kiske Disciples”. Alessandro ha una voce speciale ed un simpatia naturale, un binomio raro come un esemplare di lupo rosso o di lince iberica. Nello show dei nostri c’è anche il tempo per un gustosissimo antipasto di quello che sarà certamente un album che farà la felicità di molti, una raccolta di cover di alcune delle più note sigle dei cartoni animati. La band ci offre una ‘Daitarn 3’ con il suo celebre testo in italiano, arricchita da una pletora di assoli ubriacanti della coppia di asce Benedetti-Venturelli, frutto di un arrangiamento con i fiocchi. La chiusura dello show arriva invece con le catchy melodie in salsa folk di ‘United’, che nella versione di studio era stata cantata insieme a Tony Kakko dei Sonata Arctica. Una nota finale la meritano i siparietti di presentazione dei brani da parte di Alessandro, un vero spasso, nel più divertente la band è arrivata perfino a jammare una sorta di tentativo di darsi alla dance per ottenere il successo commerciale. Ed il botto questi talentuosi ragazzi modenesi meriterebbero davvero di farlo. Una partenza stellare per il festival. [Massimo Incerti Guidotti]

Holy Martyr
Gli Holy Martyr non suonavano dal vivo in Italia, ed in un contesto così prestigioso, da un po’ di anni. L’ultimo periodo non è stato dei più semplici per la formazione, che pur avendo dovuto far fronte all’inserimento di un paio di nuovi elementi nella line-up è riuscita nell’intento di scrivere un album eccellente e strutturato come ‘Darkness Shall Prevail’. L’inizio dello show, con la splendida ‘Númenor’ mette subito in chiaro che gli Holy Martyr sono sempre loro: potentissimi, heavy fin nel midollo ma anche in grado di scrivere brani che hanno diverse sfaccettature. La carica del frontman Alessandro Mereu è ormai ben nota agli appassionati di sonorità classic metal, così come il taglio epico del materiale suonato dalla formazione di origine sarda. Dopo la micidiale ‘Born Of Hope’ gli Holy Martyr cominciano a ripescare brani dai dischi precedenti. ‘Shichinin no Samurai’ da ‘Invincible’ viene dedicata dal frontman al Giappone, con la premessa che quello di una volta non esiste più se non nei fumetti (i famosi Manga). Il pezzo viene presentato come “fortissimo”, e di quelli da ascoltare, e quoto, “a cazzo dritto”. Ed il brano effettivamente è una bomba, di quelle schegge impazzite che uniscono la velocità di uno scontro tra samurai con il feeling epico di una contesa tra valorosi guerrieri. E gli Holy Martyr sono proprio così, se c’è una battaglia metallica da combattere li troverete sempre in prima linea, a colpire di gladio come in ‘Vis et Honor’ o con una dory (tipica lancia greca) come nel tributo all’antica Grecia di ‘Lakedaimon’. Due parole le merita anche il resto della formazione, rivelatosi compatto, tecnicamente solidissimo e con un grado di immedesimazione nella musica suonata che fa capire quanto gli Holy Martyr credano davvero nell’heavy metal proposto, supportati dall’amore incondizionato dei ragazzi delle prime file, quelli che hanno cantato con loro a squarciagola i brani citati, ovviamente con il “coso” dritto. Holy Martyr: siete una squadra fortissimi! [Massimo Incerti Guidotti]

White Skull
Il viaggio del teschio bianco è iniziato quasi trent’anni fa, ma il capitano Tony Fontò, da sempre spalleggiato dal fedele batterista Alex Mantiero, continua a impartire la propria lezione musicale, figlia di un credo immutato nel tempo. Nell’oretta scarsa a propria disposizione la band vicentina non ha faticato a stregare il pubblico con il proprio metal classico. Le frequenti apparizioni dal vivo e l’impeccabile prestazione di Sister De Boni, che si trova in uno stato di forma fisica meraviglioso, hanno sicuramente giovato ai White Skull. Ma l’elemento che probabilmente sta offrendo al gruppo questo periodo di ritrovata fiducia nei propri mezzi porta il nome dell’album uscito a inizio estate, sul quale si basa gran parte della set list. Brani come ‘Will Of The Strong’ e ‘Holy Warrior’ sono puro materiale infiammabile e Danilo Bar ci mette solo pochi secondi ad accendere la miccia con il suo dirompente chitarrismo. Le tastiere di Alexandros Muscio ci sono e non delimitano la potenza di un classico del passato come ‘The Roman Empire’. Un’esibizione riuscitissima che ha reso evidente il brillante periodo che stanno attraversando gli White Skull che, ne siamo sicuri, sapranno sbalordirci per i festeggiamenti del trentesimo anniversario. [Roman Owar]

Secret Sphere
Abbiamo avuto modo di vedere molto spesso i Secret Sphere da queste parti negli ultimi dodici mesi e il fatto che il pubblico non sia affatto stanco e anzi, attenda con ansia l’arrivo del gruppo, la dice lunga sul rapporto di questi musicisti con i propri fans. L’accoglienza è delle più calorose, rinfocolata da un Michele Luppi in splendida forma che non si risparmia né come cantante né come cabarettista, professione in cui eccellerebbe viste le risate che strappa alla folla. La sorpresa sul palco sono i due coristi che renderanno davvero unica l’esperienza di ascoltare pezzi come la stupenda ‘Faith’. Le prime note di ‘The Calling’ raccolgono in platea davvero moltissime teste, segno che il prog-power dei Secret Sphere mette d’accordo un po’ tutti e l’attenzione che segue per ‘Courage’, la già citata ‘Faith’ e un’intensa ‘The Fall’ ne sono la prova. Ci scuotiamo con la solita, scoppiettante ‘Lie To Me’, dove a farla da padrone è sempre l’impeccabile Aldo Lonobile, oggi nelle vesti eleganti del dott. Jekyll… ma lo ritroveremo domani nei panni insaguinati di Mr. Hyde, o meglio di Al DeNoble con i suoi Death SS. I brividi regalati da ‘Rain’ sono sempre speciali, così come la tripletta finale con ‘Legend’, ‘Oblivion’ e ‘Lady Of Silence’, per uno show che ci ha mostrato questa band ancora una volta come una macchina che gira alla perfezione, ma a cui non manca certo un cuore. [Fabiana Spinelli]

Labyrinth
Ammettiamo che i Labyrinth ai festival viaggiano un po’ con la nuvoletta di Fantozzi sopra le teste, questa volta ai problemi tecnici che hanno colpito i suoni durante i primi pezzi, si sono aggiunte un paio di false partenze ed un misunderstanding con Macaluso sull’ultimo pezzo in scaletta, trasformato però da Tiranti in un gustoso siparietto. E forse proprio vederli così umani, a ridere degli errori e dei problemi come un gruppo fresco di fondazione, è il fattore che li avvicina incredibilmente al loro pubblico. Fans che non fanno mai mancare il loro supporto, applaudendo ogni singola nota… e di applausi ne abbiamo diversi da fare. La splendida ‘Bullets’, anche se il volume delle tastiere di Smirnoff ci ha fatto sanguinare il lobo frontale del cervello, è una partenza a tutta velocità e sempre sulla stessa, altissima linea, corrono i pezzi del nuovo album, ormai rodati ed efficacissimi in sede live. Bastano i delicatissimi arabeschi di ‘Architecture Of A God’ e il refrain irresistibile di ‘Someone Says’, a far dimenticare tutti i problemi. Non possono mancare i brani storici della band, su tutti la splendida ‘Falling Rain’, introdotta da un’altra delle divertentissime introduzioni di Roberto Tiranti, e la perla finale ‘Moonlight’. Rilassati, divertiti, in perfetta sintonia: questi sono i Labyrinth del 2017, pronti a sfidare qualsiasi difficoltà e ad uscire comunque a testa alta da una prova che non raggiunge le eccellenze a cui ci hanno abituati. [Fabiana Spinelli]

Grand Magus
Dopo un filotto di formazioni che hanno messo in mostra alcuni dei migliori vocalist della scena metal tricolore, eccellenti dal punto di vista tecnico ed in grado di raggiungere tonalità altissime, i Grand Magus rappresentano un gradito ritorno ad un più grezzo e diretto heavy metal, tutto basato sui riff di chitarra e sorretto da una sezione ritmica piuttosto basica ma semplicemente perfetta per l’intento della band svedese: scrivere e suonare puro heavy metal. I Grand Magus hanno cominciato come metal band dai forti connotati doomy, e nel corso degli anni hanno virato verso un sound sempre più epic. Gli svedesi sanno scrivere grandi brani ed hanno avuto la forza di emergere in un periodo storico non facile per il true metal. L’ugola di JB Christoffersson non è di quelle scintillanti, ed a dirla tutta il nostro è certamente più dotato come riffmaker e songwriter, ma c’è un bel mix di passione per il metal e di “volontà di ferro” nel portare avanti questo genere anche senza avere una supervoce. In sostanza, sto dicendo che la voce di JB è piuttosto normale per essere quella di un’affermata metal band della nostra era ma quello che non è normale è la capacità di scrivere chorus come quelli di ‘Varangian’ o ‘Steel Versus Steel’, o riff irresistibili come quelli di ‘Iron Will’. Insomma, i Grand Magus sono tutto fuori che dei virtuosi dei rispettivi strumenti, ma dopo pochi secondi dall’inizio di uno qualunque dei loro brani ti ritrovi a battere il piede sul pavimento, a scapocciare, a scagliare un pugno al cielo e fare il gesto delle corna con l’altro braccio. In un decennio che ha visto anche un gruppo leader del genere come i Manowar soffrire decisamente di un calo di popolarità e di vendite dei dischi (almeno dalle nostre parti, ahinoi la Germania rimane un altro mondo), un gruppo come i Grand Magus, dopo una lunga gavetta nell’underground, si è meritatamente guadagnato un posto
nel Valhalla metallico entrando a far parte della scuderia Nuclear Blast, un lasciapassare per andare in tour ovunque questa musica venga ancora apprezzata. Ed è dal vivo che la band trova il suo habitat ideale. On stage i Grand Magus, per dirla senza giri di parola, spaccano il culo, chiudendo il loro set in modo trionfale grazie ai cori imponenti di un pezzo tanto semplice quanto geniale come ‘Hammer Of The North’. Ben fatto vichinghi! [Massimo Incerti Guidotti]

Rhapsody Of Fire
Durante l’opener ‘Distant Sky’ Roby De Micheli ha uno sguardo diverso dal solito, più cattivo, forse
per caricarsi nel migliore dei modi in occasione del primo vero esame da parte del pubblico di intenditori del Live di Trezzo alla nuova line-up assemblata alla fine dell’anno scorso. Gli occhi cercano il nuovo frontman Giacomo Voli che non lascia trasparire incertezze di alcun tipo. Al contrario, convince in questa nuova veste più aggressiva chi già aveva avuto modo di sentirlo dal vivo e stupisce chi pensava fosse solo un fenomeno da baraccone proveniente dai bistrattati talent show italici perché la sua voce riesce a coprire tutte le tonalità dei brani in scaletta. D’altro canto anche il nuovo debuttante, il batterista Manu Lotter (ex Emil Bulls), non si dimostra un comprimario riuscendo a raggiungere con facilità i 190 bpm e dimostrando grande intesa con il bassista Alessandro Sala. Ad Alex Staropoli tocca il compito di incanalare la potenza verso territori più accessibili, creando con la sua tastiera quelle atmosfere epiche che da sempre caratterizzano la musica della band. Le campionature sono ridotte all’osso anche grazie alla presenza di Manuel Staropoli che allieta i presenti con il suo flauto durante ‘Wings Of Destiny’, ‘The Village Of Dwarves’ e ‘The Magic Of The Wizard’s Dream’. La set list percorre con chirurgica precisione la discografia ventennale della band donando emozioni sempre diverse all’attento pubblico che partecipa con entusiasmo e in alcune occasioni si lancia in un pogo sfrenato davanti al palco regalando grandi soddisfazioni ai Rhapsody Of Fire. ‘Dawn Of Victory’ non manca di lasciare quel senso di grande unità tra tutti i presenti, glorificato durante il ritornello centrale che vede il Live erigersi al ruolo di protagonista. Il concerto si chiude sulle note della classicissima ‘Emerald Sword’ ma il tour europeo dei Rhapsody Of Fire toccherà l’Italia già tra poco più di un mese. Prestazione da incorniciare, al di là di ogni possibile confronto con il passato che ognuno potrà tranquillamente fare per conto proprio. [Roman Owar]

Edguy
Per un paio di pezzi, Tobias Sammet ci ha fatto temere di non essere in uno dei suoi giorni migliori, vocalmente parlando. Ma è bastato scaldarsi un po’, vuoi tecnicamente, vuoi per l’incredibile ondata d’amore tributata dal suo pubblico, che tutto è tornato alla normalità e la macchina Edguy ha macinato il solito solidissimo, coinvolgente ed entusiasmante concerto. Con una platea piena e con una gran voglia di divertirsi, il buon Sammet da mattatore quale si dimostra essere ogni volta, arringa ed incalza i presenti, ottenendo un’atmosfera davvero unica. Se già l’iniziale ‘Love Tyger’ aveva stuzzicato i fans con il suo ritmo ruffiano ed irresistibile, la forza di ‘Mysteria’ trascina nel cuore dello show. Coraggiosa e vincente la scelta di posizionare vicini due brani di notevole durata ed intensità come ‘Tears Of A Mandrake’ e la splendida –e vero e proprio highlight dello show- ‘The Piper Never Dies’, che mancava da diversi anni all’appello. Posso testimoniare di non aver visto nessuno resistere al ritmo di ‘Lavatory Love Machine’ e testimonierei con altrettanta sicurezza qualche lacrimuccia vista sulle note della sempre emozionante ‘Land Of The Miracle’. La benzina di ‘Ministry of Saints’ e della sempiterna ‘Babylon’ lava via ogni sentimentalismo per poi crollare davanti alla dolce ‘Save Me’. Spuntano orecchie da coniglio ovunque con la scoppiettante ‘Superheroes’ e l’entusiasmo continua a salire con i due enchores finali, ‘Out Of Control’ e ‘King Of Fools’. Uno show partito lentamente, ma poi cresciuto a dismisura, chiude una prima giornata di festival leggera e divertente, forte di prestazioni tutte collocate su alti livelli. [Fabiana Spinelli]

10.09.2017 – DAY II

Questo secondo giorno del festival ha sin dalla mattina mostrato i primi chiari segnali che si sarebbe trattato di una domenica davvero oscura. E’ bastato tirare le tende della nostra camera d’albergo per vedere nuvoloni scurissimi e minacciosi addensarsi sul cielo di Trezzo sull’Adda. Alle 09.00 di mattina sembrava già notte. La pioggia è scesa copiosa, incessante, per ore ed ore su tutta la zona, rallentando non poco il traffico e soprattutto, ai fini del nostro report, il viaggio alla volta del Live Club per molti spettatori. E’ però un peccato che all’inizio dello show di apertura degli Shores Of Null il pubblico sia molto meno numeroso di quanto la band romana meriterebbe. Ovviamente non si tratta di una scelta voluta ma della conseguenza di una perturbazione che, di fatto, ha impedito, tra l’altro, l’utilizzo dello spazio esterno del locale, e rallentato o reso più difficile diverse attività logistiche.

Shores Of Null
La band è una tra le nuove realtà del doom-death-gothic metal che più apprezziamo a loudandproud.it come ampiamente dimostrato dall’ispirata recensione del nostro Martino Brambilla Pisoni del loro ultimo lavoro discografico ‘Black Drapes For Tomorrow’. Ed è prevedibilmente proprio il nuovo platter a dominare la scaletta presentata a questo Metalitalia festival, in particolare con l’eccellente titletrack, che ricorda lo stile inconfondibile dei My Dying Bride ma che contiene quel tocco personale che gli Shores Of Null sono riusciti abilmente ad infondere e cesellare nel loro sound. Un aspetto fondamentale del gruppo è quello dell’uso delle backing vocals, solitamente molto sottile, a tratti quasi subliminare, che arricchisce un contesto sonoro nel quale le chitarre, assolutamente fondamentali nel genere, riescono a ricordare i nomi tutelari del genere, come i Paradise Lost ed i primi Anathema ma senza suonare mai come delle copie sbiadite. Infatti l’aspetto più sensazionale degli Shores Of Null è proprio l’assolutà qualità del songwriting, che in altre parole significa che i brani del gruppo arrivano ad emozionare, a colpire per la bellezza di quelle linee melodiche, di quei riffoni pesanti e profondi che sembrano risuonarti dentro procurandoti, quando l’ispirazione è quella giusta, quella cosina magica: i brividi lungo la schiena. Ecco, quando il frontman Davide Straccione intona le melodie vocali della stupenda ‘Quiescence’ dall’omonimo album di debutto ne abbiamo l’ennesima conferma, si tratta semplicemente di una delle melodie più belle degli ultimi anni in questo ambito musicale. Gli Shores Of Null hanno ancora margini di miglioramento ma sono già una realtà importante e non più solo una promessa alle prime armi. Ma ora arriva il difficile. Fare ancora meglio, reinventarsi sempre senza ripetersi mai, e continuare ad emozionarci. Perché di emozioni ci nutriamo. Grandi Shores Of Null. [Massimo Incerti Guidotti]

Necromass
Abbiamo parlato di una coltre oscura che pare aver avvolto il cielo, quasi come il drappo funebre con cui si copre una bara. Sì lo sappiamo, non è un’immagine molto allegra ma si addice molto bene all’ingresso sul palco dei toscani Necromass. Sotto al palco il pubblico non è ancora numerosissimo ed il motivo è duplice. Oltre alla citata pioggia infernale si è aggiunta anche la concomitanza dello show con il meet and greet dei Death SS, letteralmente preso d’assalto dai fans. Ora, è inutile negarlo, è una vita che le solite malelingue hanno messo in giro la voce che la band di Steve Sylvester non porti esattamente bene, e si tratta di una grandissima cazzata, però non ditelo ai Necromass. Scherzi a parte, ricordando a tutti che l’umorismo è il sale della vita vorremmo concentrarci sull’analisi dello show dei Necromass, un set che ha confermato in toto la bontà della storica black metal band italiana. Quello che abbiamo sempre apprezzato della formazione è l’aver trovato un proprio sound già con il primo storico album ‘Mysterya Mystica Zofiriana’, il frutto di una commistione tra thrash, death-black metal old school ed una passione per l’occultismo. Quando la band presenta i suoi brani più tirati, con quel sound così squisitamente old school, quelli che non ci danno un attimo di respiro ed in grado comunque di creare un’atmosfera lugubre e tesissima, mi piacerebbe ricordare che il gruppo ha proposto questo genere prima di un’infinità di altre band blasonate e che quando si parla di Necromass in Italia si potrebbe tranquillamente anche usare più spesso la parola “pionieri”. Dei Necromass adoriamo anche i rallentamenti dopo le sfuriate veloci, perché rendono ogni successiva ripartenza ancora più bruciante. Ecco, in questo i Necromass sono maestri, così come non si può negare che l’intensità della formazione rimanga sempre ai massimi livelli. Quante volte abbiamo assistito a certi show di death metal, anche da parte di famosi cantanti con croci rovesciate marchiate sulla fronte ed abbiamo avuto l’impressione di essere di fronte ad un artista piuttosto svogliato? Ecco, dopo aver visto i Necromass diverse volte possiamo giurare che questo discorso non valga minimamente per i blackster toscani. Bordate come ‘Vacuum’ e ‘Dawn Of Silver Star’ sono accolte alla grande dai presenti. Festival come questi, e performance di questo livello mi fanno pensare alla bella sensazione che si prova quando ci si toglie un bel sassolino dalla scarpa. Un paio di mesi fa, un altro ottimo evento live, il True Metal Festival, ha celebrato quella che è stata definita la triade del thrash italiano con Bulldozer, Schizo e Necrodeath, ed ovviamente non si possono invitare tutti i grandi gruppi storici dello stesso o di un genere affine al medesimo festival, ma la nostra impressione è che un pizzico in più di considerazione per i Necromass sarebbe sacrosanta, ed un discorso analogo si potrebbe fare per i Mortuary Drape, di cui parleremo a breve. Dopo la titletrack del primo album è ‘Sadomasochist Tallow Doll’ il brano di chiusura previsto dalla scaletta e si tratta di un fottuto capolavoro. Dopo uno show tanto feroce, maligno e letale ci sentiamo solo di aggiungere quattro parole. Lunga vita ai Necromass. [Massimo Incerti Guidotti]

Mortuary Drape
Salgono sul palco i Mortuary Drape e ombre oscure ed inquietanti iniziano a strisciare tra i presenti, insieme all’odore pungente dell’incenso e al rumore della pioggia torrenziale appena fuori dalle porte del club. L’atmosfera è semplicemente perfetta e la band piemontese sa come sfruttarla al meglio, comparendo incappucciati e teatrali sulle note di ‘Necromaniac’. Il black-thrash proposto dal gruppo non solo è perfetto per la serata, ma la loro posizione in scaletta è un ponte perfetto tra i gruppi che li precedono e seguono, uno slot che regala alla band il ruolo di infernali traghettatori, lavoro che eseguono alla perfezione. La potenza di ‘Primordial’, la magia, la psicosi di ‘Obsessed By Necromancy’, resurrezioni e velenosi miasmi corrompono i sensi dei presenti, con uno show di altissimo livello. L’eleganza funerea di ‘Mortuary Drape’, dall’anima old school, non può che incantare tutti, regalando brividi in un crescendo orrorifico con la successiva ‘Crepuscolar Whisper’. Voci e streghe che danzano si intrecciano in uno spettacolo che sembra davvero un incantesimo, ma niente scalfisce l’aggressività e la potenza di questa band, che con la conclusiva ‘Abbot’ cala il… sudario su uno show senza sbavature, che li consacra a realtà di prima categoria di tutta la scena. [Fabiana Spinelli]

Claudio Simonetti’s Goblin
Da quando abbiamo capito che la giornata sarebbe stata, non solo piovosa, ma nera come la pece anche dal punto di vista musicale, e soprattutto dal momento in cui è stata annunciata la partecipazione del leggendario tastierista Claudio Simonetti e della sua versione dei Goblin, abbiamo cominciato a covare un piccolo desiderio. Non vi diciamo subito quale perché sennò potrebbe non avverarsi. Sembra che tutti si siano dati appuntamento sotto il palco prima dell’ingresso on stage dei Goblin. C’è l’atmosfera delle grandi occasioni, di quelle che si percepiscono chiaramente nell’aria. Non ci sono i cori che siamo abituati a sentire prima di un concerto dei Maiden o dei Priest ma quel silenzio interessato di un pubblico in religiosa e febbrile attesa, un’audience che pare pensare: “Siamo qui per voi, fateci provare la Paura”. Dei Goblin una parte degli ascoltatori non conosce ancora a fondo la prima, straordinaria parte della discografia, con quei passaggi mutuati dal prog rock che stava imperversando in quegli anni ’70 così incredibilmente creativi. Erano gli Anni di ‘Roller’ ed ‘Aquaman’, brani che già facevano capire lo straordinario talento del musicista e compositore romano. In questa incarnazione dei Goblin Claudio collabora con soli due musicisti sul palco, il potentissimo drummer Titta Tani, dalla tecnica solidissima e dall’impronta molto metallica ed il bravissimo chitarrista Bruno Previtali, abilissimo sia a cesellare riff che spazieranno tra vari generi che a lanciarsi in una serie di assoli davvero sopra le righe. Se la prima parte dello show è utile per capire il background musicale di Simonetti e tributare un saluto al compianto regista George Romero, è ovviamente con le colonne sonore create per i film di Dario Argento che è arrivato il botto, un successo mondiale confermato da una sfilza di ulteriori capolavori che hanno reso Simonetti una vera e propria leggenda in materia di soundtrack dei capolavori del brivido. Prima di ascoltare i grandi classici questi Goblin ci fanno risentire due tracce da quella che fu una breve reunion di Claudio Simonetti con membri storici della band come Fabio Pignatelli ed Agostino Marangolo, in occasione del film ‘Non Ho Sonno’. La titletrack è un classico esempio di come bastino una chitarra ed una tastiera per creare un perfetto meccanismo sonoro ad incastri. La strada è ormai segnata. Simonetti, che ci introduce la maggioranza dei brani, ci ricorda che a volte le colonne sonore sono composte, per contrasto, con musiche dolci e soavi anche se queste devono accompagnare scene efferate. E’ il caso di ‘Opera’ dove Previtali ci regala un assolo lungo ed emozionante. Simonetti comincia a ripeterci la parola “Paura” con uno strano effetto al microfono. È il lancio di una bella versione di Tenebre, altro classico senza tempo. Non manca un’incursione nella soundtrack di ‘Phenomena’, prima di arrivare ad esaudire il nostro piccolo desiderio. Fuori piove ancora e la nostra mente non può non tornare indietro nel tempo fino al 1977, l’anno in cui Susy arriva a Friburgo in una notte di pioggia incessante. Il taxi che la accompagna è una sorta di Caronte, la destinazione è l’Accademia di Danza ed il viaggio si trasformerà presto in una discesa agli inferi. È l’inizio di ‘Suspiria uno dei vertici compositivi tanto della discografia dei Goblin quanto della cinematografia di Argento, omaggiato da Simonetti prima dell’attesissimo finale con il ‘main theme’ di ‘Profondo Rosso’, quando tutto il pubblico è ormai stato conquistato e rapito da queste musiche senza tempo. Un concerto indimenticabile. [Massimo Incerti Guidotti]

Samael
Odio arrivare secondo. Il mio limite più grande è abbattermi per non aver raggiunto un obiettivo. Assisto allo show dei Samael e il mio disturbo ossessivo compulsivo mi porta a pensare a cosa scrivere nell’esatto momento in cui la band lascia risuonare l’ultima nota. Uscendo nell’area fumatori mi ritrovo un carissimo amico e collega che mi dice una frase che mi spiazza, che nemmeno mille report potranno mai eguagliare: “i Samael sono passati dagli abissi dell’inferno allo spazio siderale”. L’impulso di picchiarlo è fortissimo, vorrei aprirgli la testa e sbirciare se per caso contenga altre frasi simili che potrebbero tornarmi utili. Ha ragione, dannatamente ragione. Gli svizzeri fanno parte di quelle pochissime band che hanno avuto il coraggio di evolvere mantenendo alta la qualità della loro proposta. Chi altri come loro? Ulver? Parliamo sempre e comunque di fuoriclasse. Nel momento in cui salgono sul palco i Nostri si impongono subito come un entità quasi mistica, delle divinità aliene scese su questa terra per comunicare con noi attraverso la loro musica solenne ed epica. Xytras si destreggia come sempre tra percussioni, effetti e tastiere, ed è lui la chiave del sound chirurgico della band. Lui è l’anima avveniristica e futuristica. I Samael portano il demonio nello spazio, e lo fanno davanti a tutti, con un rito musicale che mesmerizza tutti i presenti. Makro (che mi chiedo sempre come faccia a suonare con dei guanti) si presenta al solito nel suo warpaint bianco e nero, a rappresentare l’ambivalenza della propria musica. ‘Shining Kingdom’, ‘Rain’ e ‘Slavocracy’ sono in trittico devastante. Vorph è davvero una sorta di sciamano che incolla su di se l’attenzione di tutti. Bello poi, sentirlo parlare in italiano, e non importa che la cosa sia quasi scontata, perché ci piace pensare che abbia una sorta di innesto sottocutaneo che gli permette di parlare ogni lingua umana, in modo da poter comunicare con noi mortali. Esagero? Non avete visto lo show. ‘Rite Of Renewal’ e poi lei, l’attesissima ‘Baphomet’s Throne’, che i più vecchi tra noi ricordano in heavy rotation notturna, con il suo mitico video-clip. ‘Solar Soul’, ‘Luxferre’… ci sono tutte. La ESP “diavoletto” (modello Viper, per l’esattezza) di Vorph sputa riff con un suono letteralmente enorme e l’impatto che ne consegue, una volta che anche le tastiere e la batteria elettronica si ergono con infernale superiorità, è quello di uno tsunami sonoro. Intendiamoci, i Samael non sono una band “normale”. Se pensate di paragonarli a qualsiasi altra band estrema sbagliate già in partenza. Mi dispiace. I Nostri ci regalano anche un succoso antipasto del prossimo lavoro, con ben tre nuovi brani che ci esaltano non poco: ‘Red Planet’, ‘Black Supremacy’ e ‘Angel Of Wrath’. I Samael lasciano le assi del Live con la consapevolezza di essere, per ora, i vincitori assoluti. [Alberto Biffi]

Moonspell
Quando stavamo per assegnare la palma del top della giornata ai Samael, ecco che arrivano i Moonspell a spazzare via tutto, rimescolando il mazzo di tarocchi ed estraendo la carta che più gli si addice: il Diavolo. Fernando Ribeiro è frontman assolutamente perfetto, ogni dettaglio dello show che ci aspetta, ogni minimo movimento è perfettamente incastonato nella danza macabra che ci viene offerta. Le sole note introduttive de ‘La Baphomette’ con cui salgono sul palco i musicisti, creano un’atmosfera talmente elettrica ed intensa che si può toccare con mano. Una buona parte di questa sensazione è causata dalla spessa cortina di ormoni creata dalle donzelle presenti quando il buon Ribeiro compare sul palco, ma tutto fa parte del gioco. Ecco allora che si parte con un’accoppiata da brividi, le nuovissime ‘Breathe’ ed ‘Extinct’ vengono acclamate da un pubblico adorante che non smetterà un attimo di rumoreggiare davanti ad un’esibizione davvero incredibile. C’è spazio per la gettonatissima ‘Opium’ e per le cavalcate di ‘Night Eternal’ ed ogni sfumatura della musica dei portoghesi è spinta al massimo in una spirale di emozioni. Arrivano dritte al cuore ‘Awake’ e ‘Nocturna’, in un concerto che riesce a trasmettere tantissimo, che vibra e pulsa come un animale vivo dentro il petto. Spesso i Moonspell hanno visitato il nostro paese ultimamente, ma questo sembra essere davvero l’apice tra le loro esibizioni. La sorpresa di ascoltare una ‘Scorpion Flower’, la lussuria travolgente di ‘Vampiria’ e il rush finale con una versione da cardiopalma di ‘Mephisto’, ‘Alma Mater’ e ‘Full Moon Madness’. Alla fine dello show, ci guardiamo intorno intontiti, travolti da tanta magia: i Licantropi si sono trasformati, la luna piena che splendeva alta si è velata… inizia il Sabba. [Fabiana Spinelli]

Death SS
Sui Death SS non posso essere obbiettivo, ormai l’avrete capito. Ma la musica è passione, e questa musica è la nostra passione. Cosa dovrei fare? Guardare uno show in modo distaccato? Freddamente analitico? Cercare di non farmi coinvolgere e cercare il pelo nell’uovo? Ma di cosa stiamo parlando? Ragazzi appena entrati al live si sentiva odore di zolfo e di evento. Magliette dei Death SS a perdita d’occhio, merchandising saccheggiato, età media che tradiva i fan della prima ora. Ovunque ci si spostasse si trovava un crocchio di persone che con aria sognante ricordava il dove ed il quanto aveva visto per l’ultima volta la band maledetta. Non solo, la notizia che durante lo show degli headliner verrà girato un DVD ha galvanizzato tutti gli astanti, speranzosi di venire immortalati dalla telecamere. Un po di malumore e tristezza permeava altresì i presenti, visto che il sospetto che fosse l’ultimo concerto della band era sicuramente fondato. Si abbassano le luci e parte l’intro più bella e satanica del mondo: ‘Ave Satani’, il famosissimo tema del Maestro Jerry Goldsmith, conosciuta per esser stata utilizzata come colonna sonora del film ‘The Omen’ (in Italia tradotto come ‘Il Presagio’, 1976, diretto da Richard Donner). Entriamo subito nel mood epicamente maligno, in quel clima che ci ricorda i film horror della Hammer Film Productions, e perché no, come vedremo (ma già sappiamo) anche i fumetti erotici anni settanta e ottanta. Si parte alla grandissima con uno Steve carico come non mai, e con un tris che batterebbe qualsiasi poker: ‘Let The Sabbath Begin’, la storica e incredibile ‘Horrible Eyes’ e l’altrettanto mitica, dissacrante e potentissima ‘Cursed Mama’, con quel suo appeal punky ed un cantato così istintivo che ai tempi, precorse letteralmente l’approccio degli screamer black metal. Con ‘Baron Samedi’ il “nostro” Steve si palesa sul palco del Live come uno stregone voodoo, con un aspersorio per incenso con le fattezze di un teschio umano. Ovviamente non mancano le due bellissime perfomer, che ci delizieranno con la loro avvenenza per tutto lo spettacolo. Punto a favore dei fans, che ad ogni uscita delle due ancelle del demonio si sono sempre mostrati rispettosi, strabuzzando si gli occhi, ma restando sempre e comunque concentrati sulla grande musica dei Death SS. Nonostante all’inizio del concerto qualche piccolo problema tecnico abbia inficiato sulla resa, ora è tutto ok, tutto gira alla perfezione e possiamo goderci uno Steve per il quale sembra che il tempo non abbia leggi e regole, e una band affiatata a carica. Freddy Delirio, ormai da anni alle tastiere (e non solo) della band, rappresenta sicuramente il fulcro del sound attuale. La sua presenza scenica, come novello fantasma dell’opera è assolutamente affascinante e la sua capacità tecnica (ed il gusto per i suoni) non è sicuramente da meno. Bozo Wolf ormai perfettamente integrato nel gruppo ha fornito una spinta esemplare, supportato dal suo “partner in crime” Glenn Strange, acclamato a gran voce per tutta l’esibizione. Unico neo lo troviamo in una prestazione di Al De Noble non proprio perfetta, ma che trasudava emozione da ogni dito. ‘Hi-Tech Jesus’ fa muovere qualche culo, con il suo incedere moderno e cyberneticamente danzereccio, prima di altri pezzi da 90 come ‘Panic’ e ‘Vampire’. Poi, dopo la bordata ‘Where Have You Gone’ e una doppietta come ‘Peace Of Mind’ e ‘Baphomet’, abbiamo i bis. La pelle d’oca si spreca, visto che sul palco i Death SS vengono raggiunti da Al Priest (chitarrista nel periodo 1991-1994 e che registrò il capolavoro ‘Heavy Demons’). Con una ritrovata formazione a due chitarre (che auspichiamo mantengano per il futur… vi stavo rovinando la sorpresa!) Steve canta le magnetiche ‘Inquisitor’, ‘Family Vault’ e la colossale ‘Heavy Demons’. Cala il sipario su questo stupendo Grand Guignol in musica, questa piece teatrale che da decenni ci riempie gli occhi di stupore, come bambini davanti ad un mago. Poi, l’annuncio dell’uscita di un nuovo disco. ‘Rock’n’Roll Armageddon”… coming soon. E noi ce ne andiamo felici ed emozionati, consapevoli di aver visto ancora una volta un pezzo di storia del rock italiano (e non solo), che per ora, è ancora ben lontano dal voler vivere solo nei nostri ricordi. Apprezzare i Death SS non è questione di gusto… ma di culto. [Alberto Biffi]

 

Fabiana Spinelli

Fabiana Spinelli

Classe 1983, iniziata dai Metallica, stregata dagli Helloween ed infettata dai Mercyful Fate. Una passione per tutta la musica rock e metal, dal thrash al death, dal progressive all'AOR, portatrice sana di power metal. Sono cresciuta collezionando le care vecchie riviste musicali, vivo per la musica live, incollata alle transenne dei concerti di mezzo mondo. Ho collaborato per tanti anni con Heavy Worlds, speaker radiofonica per Radiogas.it con la mia trasmissione 'Sick Things', dove unisco l'amore per la musica a quello per la letteratura e il cinema horror.

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