Loud Reports

METAL ASSAULT VII – Il report del festival @ Posthalle, Würzburg (D) – 18.02.2017

L’anno dei festival inizia tradizionalmente a Würzburg, e non è certo il 2017 a fare eccezione. Per la settima volta, tocca alla Posthalle accogliere il Metal Assault, festival organizzato dallo stesso team che ha reso grande il Keep It True. E le similitudini tra i due festival non mancano di certo, anche se il Metal Assault mostra in generale una maggiore varietà sonora, come del resto in questa edizione. Quasi un migliaio i presenti, come da tradizione, ed è obbligatorio ancora una volta riflettere su quanto diverso sia l’approccio tedesco rispetto al nostro, visto che il bill presenta band da culto ma certo non nomi in grado di richiamare le masse. Tedesco poi per modo di dire: rispetto al passato la componente internazionale è decisamente più marcata, forse anche per la grande varietà delle band proposte.
Si comincia col botto grazie ai Blackslash, una delle realtà più promettenti della nuova scena tedesca. Hanno alle spalle un EP ed un ottimo full-length, ‘Sinister Lightning’, uscito nel 2015. Ma l’esibizione di quest’oggi sale ancora di livello, grazie a ottime capacità musicali ma soprattutto alla grande carica del quintetto, che mostra di avere ottime carte da giocare, con uno show al tempo stesso spontaneo è molto professionale. Il loro heavy metal classico è ancor più efficace dal vico: spicca in particolare l’ottimo singer tascabile Clemens Haas, mentre vanno segnalate due chicche: il bassista suona con la maglia dei nostri Ruler e i ragazzi ci offrono l’inconsueta cover di ‘It’s Got To Love’ dei misconosciuti danesi Randy. L’inizio del festival non sarebbe potuto essere migliore! Un pizzico d’Italia ora con i Vultures Vengeance, forti di un EP di debutto – ‘Where The Time Dwelt In’ – particolarmente apprezzato da queste parti. I nostri affrontano il palco con convinzione, ma vengono ostacolati da un suono molto impastato che penalizza particolarmente la voce di Tony T. Steele. La loro musica non è per nulla immediata, ed anche se il pubblico – particolarmente folta la componente di connazionali – li incita con calore non si può dire che il loro show sia impeccabile. Apprezzabile la carica, buono il materiale, serve ancora un po’ di routine positiva on stage. I tedeschi Vulture sono tra le band più chiacchierate della scena underground attuale – il magazine Deaf Forever li ha eletti newcomer dell’anno per il 2016.  A ragione? Di certo alla band non manca la grinta, e nemmeno la capacità di scrivere pezzi d’impatto. Manca un po’ di varietà, visto che soprattutto dal vivo è davvero difficile distinguere i brani, complice un sound per nulla perfetto – che sarà purtroppo una costante dell’intera giornata. Due cover anche per loro, ‘Rapid Fire’ dei Judas Priest e ‘We Have Arrived’ dei Dark Angel, ma anche la conferma che c’è ancora strada da fare. Per la seconda volta gli Antichrist si esibiscono sul palco della Posthalle, e per la seconda volta l’impressione che lasciano è tutto meno che irresistibile. Il thrash della band svedese è diretto e potente, anche se poco variabile (in questo senso è la continuazione ideale dello show dei Vulture), ma quello che fa la differenza in negativo stavolta è la prestazione del vocalist Steken, assolutamente insufficiente. Su disco non sono male, ma lo show di quest’oggi è a dir tanto mediocre. Cambiano le cose, eccome se cambiano, con gli Ostrogoth. Qui si fa sul serio, e non solo perché la band belga è in circolazione dai primi anni Ottanta – anche se alla fine  il drummer Mario Pauwels è l’unico componente originale rimasto. I suoi compagni di avventura sono assolutamente all’altezza, la setlist è ricca di spunti di interesse, Josey Hindrix alla voce fa subito dimenticare le malefatte di chi lo ha preceduto, ed il suono di colpo si fa cristallino e potente al tempo stesso. Dal passato arrivano gemme come ‘Ecstasy And Danger’ e ‘Paris By Night’, che fanno sanguinare il cuore degli headbanger più stagionati, prima che arrivi il mega anthem ‘Full Moon’s Eyes’. Uno show intenso e coinvolgente, per molti l’assoluto highlight del festival.  Altrettanto stagionati sono gli inglesi Witchfynde, con il loro heavy metal altrettanto ottantiano ma dalle tinte decisamente più oscure. Al centro della scena il carismatico vocalist Luther Beltz, mentre il suo contraltare Montalo alla chitarra appare sfuggente, quasi restio ad apparire, anche se inimitabile nel tocco. Il concerto è comunque coinvolgente, complice un materiale davvero unico e inconfondibile – con la chicca per noi italiani rappresentata dalla shirt dell’Heavy Metal Night di Martinsicuro indossata dal bassista… Picco dello show, l’intensa versione di ‘Give ‘Em Hell’, ma l’intera esibizione della band inglese è di livello. Come del resto quella degli Artillery, preannunciata come “old school set”. Cosa vera a metà, perché la band danese non ci offre solo classici del passato. Ma tant’è, la formazione appare compatta sulle assi di legno della Posthalle, decisamente rinnovata nella line-up, con il chitarrista Michael Stutzer unico membro originale affiancato da ragazzi di una generazione differente dalla sua. Il vocalist Michael Bastholm Dahl appare solido, anche se decisamente più sbilanciato verso sonorità power metal, distanti dal classico thrash metal degli esordi – e non solo. Il loro show è compatto, ma manca qualcosa per renderlo speciale. Se c’è qualcuno che sa come rendere speciale un concerto, questi sono gli Helstar. E bastano i primi minuti dello show a capirlo, con James Rivera che sale sul palco avvolto in un mantello rosso e nero, con tanto di denti aguzzi in bella vista a ricordare il titolo dell’ultimo album della formazione texana, ‘Vampiro’ appunto. Assieme a Rivera, l’unico membro originale rimasto è il chitarrista Larry Barragan, che ha trovato però un’ottima spalla nel più giovane Andrew Atwood, che si mostra tanto abile come solista quanto efficace come backing vocalist a supporto di Rivera. Che non ne avrebbe comunque bisogno, per come interpreta con intensità e precisione i classici del presente e del passato della band. Anche per loro ci sono problemi di suono, soprattutto all’inizio, che però non impediscono agli Helstar di regalare ai presenti una delle esibizioni migliori della giornata. Giornata che tocca ai Nasty Savage chiudere, proprio nel senso dell’esibizione intesa come show. Le opinioni sul loro concerto sono e saranno diverse, per più di un motivo. Nasty Ronnie è visibilmente appesantito oltre che assolutamente fuori forma dal punto di vista vocale, tanto da essere costretto a lunghe pause tra un brano e l’altro, che di certo non fanno bene all’atmosfera complessiva – soprattutto perché queste pause vengono riempiti da lunghi sermoni sul fatto di essere o meno “old school”. Dal punto di vista spettacolare invece non manca nulla: Ronnie entra in scena con un deambulatore che poi distrugge sul palco, indossa una maschera da wrestler che lo rende ancor più afono, e soprattutto porta on stage tre televisori – tubo catodico, questo sì che è old school – che prima maltratta con una catena di acciaio, poi distrugge lanciandoli per aria e colpendoli con il petto e con la testa. Sangue dappertutto, come ai vecchi tempi, con le prime file in delirio per accaparrarsi un frammento delle TV. E la musica passa decisamente in secondo piano, ma forse è giusto così…
E va in archivio anche questa settima edizione del Metal Assault, probabilmente non la migliore dal punto di vista strettamente musicale, anche se le esibizioni di valore non sono mancate. E l’atmosfera è stata quella classica del festival underground, per nulla rovinata dai problemi di sound dell’intera giornata. A partecipare di persona non si sbaglia mai, la vera costante dell’heavy metal è questa.

Testo e foto di Sandro Buti

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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