L’annata metallica si apre, come è ormai tradizione, con il Metal Assault. Giunto alla sua edizione numero sei, e ospitato come sempre nella capiente Posthalle di Wurzburg, a pochi passi dalla stazione di questa splendida cittadina bavarese – oddio, sarebbe Franconia, ma visto che scriviamo dall’Italia possiamo anche generalizzare… All’incirca settecento i presenti, per questo festival che ormai è diventato una sorta di piccolo Keep It True invernale, e non solo perché organizzato più o meno dallo stesso team. Anche in questo caso si parla di heavy metal dalle tinte tradizionali, con la solita consueta miscela di band emergenti e vecchi leoni, per nulla domi. Da notare come a fianco del palco spicchi una grande foto di Lemmy, con tanto di bottiglie di Jack Daniel’s. Il leader dei Motorhead è scomparso un mese fa, e l’intero festival viene dedicato alla sua memoria.
Il compito di aprire le danze spetta ai finlandesi Angel Sword, che però non riusciamo a vedere in azione. Il nostro festival si apre con gli svedesi Hypnos e la loro miscela di hard rock e NWOBHM, che ricorda non poco i Thin Lizzy. Sono giovani, ma non si fanno intimidire da un palco importante come quello di oggi, ed il loro sound li rende assolutamente appealing per il pubblico presente, sia quello più stagionato che quello più giovane, ma comunque curioso, che tributa loro applausi convinti. Sono più canonici i tedeschi Blizzen, con il loro heavy metal diretto e potente, abbastanza elementare e quindi perfetto per essere proposto dal vivo. Anche per loro vale lo stesso discorso delle band precedenti: sono giovani e il tempo è dalla loro parte, ma le premesse ci sono tutte… C’è molta attesa per lo show dei Septagon, il secondo nella storia della band, fresca dell’ottimo ‘Deadhead Syndication’. Per la formazione, che mette insieme membri di Lanfear – il chitarrista Ulle e il batterista Jurgen – e Atlantean Kodex – il cantante Markus, ovvero quanto di meglio la scena tedesca abbia prodotto a livello musicale negli ultimi anni, ma anche per la qualità oggettiva del debutto. Qui manca un po’ di pratica sul palco, ed il thrash tecnico della band non aiuta poi troppo, ma il pubblico passa subito dalla loro parte, anche se si scatena veramente solo sulla cover di ‘Goblin’s Blade’ degli Heathen. Una band super-rodata dal vivo, nonostante la giovane età, sono invece gli Ambush. Tra spandex neri, calzettoni bianche e bracciali borchiati, sembrano usciti direttamente dagli anni Ottanta. Ma quello che funziona davvero è la carica, oltre a una presenza scenica davvero degna di nota: giochi a due, a tre, senza lasciare per nulla in secondo piano la componente strettamente musicale – anzi, ‘Natural Born Killers’ spazza letteralmente via la Posthalle… I belgi Evil Invaders sono più spostati sul thrash metal, ma replicano in pieno la carica di chi li ha preceduti – anche in questo caso si parla di una band molto presente sui palchi di tutta Europa. Il cantante/chitarrista Joe occupa con sicurezza il centro del palco, mentre il resto della band macina il suo thrash senza compromessi. Anche per loro una cover, anche per loro più che indicativa del genere proposto, ‘Fabulous Disaster’ degli Exodus. Con i Ram si sale ancora di livello, vista la grande esperienza musicale e la forte presenza on stage della formazione svedese, in particolare del vocalist Oscar Carlquist. Che prima sale sul palco con una maschera che raffigura l’ariete, poi occupa saldamente il centro della scena con la sua presenza magnetica. Dal punto di vista musicale, i Ram sono una potenza, non sbagliano una nota e scaricano sul pubblico della Posthalle una massa sonora impressionante, con ben poche pause – in una di queste sale sul palco una specie di “mad butcher” armato di motosega. Se il primo punto di riferimento della band svedese erano i Judas Priest, possiamo dire che le cose sono cambiate ma i Ram restano al cento per cento metal, oltre che una sicurezza on stage. Tocca ai Grim Reaper ora, o meglio allo storico singer Steve Grimmett con i suoi compagni di avventura. Musica per nostalgici? Non proprio, visto che la band che lo accompagna si rivela solida e compatta, e lo stesso Grimmett appare in ottima forma. Non mancano i classici del passato, come ‘Rock You To Hell’ e ‘Fear No Evil’, ma ancora una volta è una cover a lasciare un’impressione particolarmente positiva, la non facile ‘Don’t Talk To Strangers’ firmata in origine da Ronnie James Dio. I Venom Inc. sono visti da molti come i veri headliner del festival, e di certo sono la band più nota anche a un pubblico non strettamente specializzato. Mantas, Addadon e Tony “The Demolition Man” Dolan si impegnano al massimo per confermare il loro ruolo, e il risultato è più che apprezzabile. Il pubblico si scalda a dovere davanti ai grandi classici della storia dei Venom: pezzi come ‘Die Hard’, ‘Black Metal’ o ‘Welcome To Hell’ vengono resi al meglio – Dolan saldissimo al centro della scena con la sua inconfondibile mimica facciale – e scatenano anche il compassato pubblico germanico. Spetta ai Liege Lord far calare il sipario su questa edizione del festival, oltre che mostrare che il ruolo di headliner è assolutamente meritato. Ed è un trionfo pieno per la formazione del Connecticut, che appare in grande spolvero. Tony Truglio sfodera un polsino bianco-rosso-verde e una grinta da competizione, ma il suo compagno alla sei corde Danny Wacker non è per nulla da meno, per non parlare di un Joe Comeau davvero ispirato, che guida con maestria le danze. Arriva un classico dopo l’altro, con il mega inno ‘Master Control’ a contendersi lo scettro di highlight dello show, assieme a ‘Kill The King’, ormai tradizionale cover firmata Rainbow… Esibizione davvero solida e senza incertezze, che rende onore a un materiale sonoro che non sente per nulla il passare del tempo. E ottima conclusione di un festival dal livello altissimo, dal primo all’ultimo minuto.

Testi e foto di Sandro Buti

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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