Loud Reports

MEGADETH – Il report del concerto @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) – 08.08.2017

Se avete già avuto la disavventura di leggere qualcosa del sottoscritto, avrete capito che non amo, in sede di recensione, soffermarmi in modo didascalico su ciò che accade nella tracklist. Non scrivo sterili telecronache calcistiche enfatizzando quello che succede al terzo minuto del quinto pezzo. Avrete altresì capito che quando il vostro umile scribacchino musicale si reca a un concerto, non porta carta e penna per annotarsi qualsiasi cosa accada sul palco, descrivendovi la setlist al pari di un più freddo CD. Chi vi scrive cerca sempre di descrivere la situazione, quantomeno tentando di farvi “annusare l’aria”, di farvi vivere quell’evento che, magari, avete dovuto vostro malgrado disertare. Quello dei Megadeth al Carroponte di Milano si è subito palesato come un evento. Ben prima di giungere ai cancelli della splendida location meneghina infatti, erano ben udibili i cori da stadio che il pubblico urlava a squarciagola, intrattenendo con buon umore tutti i presenti. Arrivo così all’ingresso della venue già con il sorriso sul viso, sentendo i ragazzi assiepati l’uno contro l’altro cantare “I Nani” di Richard Benson. Come iniziare in un modo migliore? Impossibile. Sembra che tutto giri bene stasera, ingresso fluido, controlli precisi ma scorrevoli e… grazie al cielo (letteralmente) degli inquietanti nuvoloni che non metteranno mai in atto la loro minaccia ma anzi, rinfrescheranno con una temperatura perfetta tutta la serata, praticamente scevra da fastidiose zanzare. Annotate quindi: pubblico di buon umore, discreta affluenza, frescura, niente zanzare. Di bene in meglio. Entriamo quindi in questa ormai nota ex area industriale, recuperata nel migliore dei modi. Diversi stand, grossa area ristoro, bagni chimici (ma i maschietti approfitteranno molto più agevolmente dell’area verde al lato del palco) un bel palco, bar e distributore gratuito di acqua naturale e gassata. Sempre meglio. Il tempo di salutare gli amici (tra i quali un onnipresente Pino Scotto e Andrea e Cristina dei Lacuna Coil) e possiamo già gustarci i Last In Line. Riduttivo indicare la band come il gruppo di Ronnie James Dio, perché qui si parla di musicisti che hanno fatto davvero la storia con formazioni come Black Sabbath, Whitesnake e Def Leppard. Un Vinny Appice che sollazza i nostri padiglioni auricolari con le sue note rullate, il suo modo inconfondibile di tenere il palco pur dietro il suo drum-kit e i suoi fill tanto apparentemente semplici quanto caratteristici del suo stile. L’ex Black Sabbath sarà protagonista di una trascinante esibizione, che rivelerà le doti del singer Andrew Freeman, sicuro e potente sia sui brani estrapolati da ‘Heavy Crown’ (2016, Frontiers Records) che su quelli storici del mai dimenticato singer dei Rainbow. Vivian Campbell? Divertito. Preciso sul suo strumento come sempre ci ha abituato, con un sorriso ben stampato su un volto che ormai, senza la cornice dei suoi famosi riccioli possiamo ben scorgere anche da decine di metri. Un musicalmente massiccio Phil Soussan (Ozzy, Billy Idol, Steve Lukather) da corpo e spessore al sound, sostituendo (ma non nei nostri cuori) il mitico Jimmy Bain. Un esibizione perfetta per scaldare gli animi di tanti nostalgici metallari e amanti della buona musica.

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Mentre notiamo una massiccia ma discreta presenza delle forze dell’ordine la notte inizia a prendere il posto del giorno e il palco si prepara alla giovane e testosteronica potenza dei Trivium, che… diciamolo, in Italia non hanno mai riscosso un successo massivo e che con il loro ultimo disco (‘Silence In The Snow’, 2015, Roadrunner Records) hanno forse compiuto un mezzo passo falso. Si parla con amici musicisti a proposito della band di Matt Heafy, e devo dire che non godono di grande ammirazione (anche se il sottoscritto ha cercato in ogni modo di difenderli). All’inizio della loro carriera era stati accusati di essere troppo “modaioli”, infilati nel calderone del metalcore hanno poi cercato la maturità clonando letteralmente dischi come ‘Master Of Puppets’ e ‘Ride The Lighting’, con tanto di corde vocali rubate a James Hetfield. Risutato? Accusati di essere dei cloni. Ecco allora che quando i Nostri tentano (ancora) di trovare la loro strada purtroppo peccano in qualità compositiva. Però in fondo sono bravi e chi vi scrive confida nelle loro capacità. Insomma i Trivium salgono sul palco, con il loro leader che ha imparato a memoria (ma bene) molte frasi in italiano per arringare un già esaltato pubblico. Vengono accolti bene e loro fanno quello che sanno fare: suonare. Una coppia di chitarre tecnicamente ineccepibile e una seziona ritmica chirurgica sono gli ingredienti di un ottima band, che nonostante la (relativa) giovane età ha già calcato i palchi di tutto il mondo. Chi vi scrive è convinto che la band è ancora ben lontana dal dimostrare tutto il suo potenziale, che esploderà quando troverà la giusta alchimia tra metal classico, deathcore e thrash metal. Ottimo il cantato aggressivo di Matt, che con una voce pulita purtroppo non all’altezza della sua controparte “raw” si dimostra un animale da palco (ma lo sapevamo), bravissimo ad enfatizzare i brani più anthemici e conosciuti. I Trivium chiudono tutto sommato da vincitori, tra chorus “uncini” e assoli di Beuliue, dopo aver caricato a dover i presenti ringraziando e incensando i Megadeth, si lanciano negli ultimi brani prima di salutare Milano.

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Iniziano i dubbi e le curiosità: “sarà in voce Dave?”, “chi è più bravo, Kiko o Marty?”. Non nomino un amico (e noto cantante rock) che era ancora convinto che alla batteria ci fosse Jimmy DeGrasso, ma lo capisco. I fan dei Megadeth si dividono in due (come per molte altre band): i die-hard fan e i nostalgici. La formazione classica dei Megadeth fu una commistione incredibile di fattori: carisma dei membri, tecnica, periodo storico-musicale, ottimi dischi. Quella formazione (purtroppo per ovvi motivi, irripetibile) ci ha dato un imprinting così forte (parlo di imprinting anche nella recensione dell’ultimo bellissimo disco di Marty Friedman, che potete leggere qui) che per molti di noi i Megadeth sono rimasti una presenza rassicurante, sappiamo che esistono, ci sono ancora, hanno ripreso a fare dischi ottimi ma “non sono quei Megadeth”. Li seguiamo per rispetto, per le medaglie che si sono guadagnati sul campo. Intravediamo sulla destra del palco un Kiko Loureiro che si scalda, saltella, prima di entrare di corsa carico come non mai. Che pezzo fanno? ‘Hangar 18’. Basta. Tutti a casa. La gente va letteralmente fuori di testa e Dave, complici dei volumi generali piuttosto bassi (molto bassi) e un volume della voce sparato all’inverosimile, riesce a farsi sentire bene, con il suo classico cantato a denti stretti. Ma a noi piace così. Il vincitore della serata? Kiko. Mai visto così attivo e dinamico, ne (comprensibilmente) nei primi mesi con i ‘Deth, ne con gli Angra. Kiko gigioneggia, sparandosi delle movenze quasi malmsteeniane. Tutti aspettano i suoi assoli e gente… minchia. Kiko suona da paura e fa piacere vederlo davvero complice con un Dave che addirittura (o mio Dio) subito dopo il mitico brano estratto da ‘Rust In Piece’ gli lascia tutto il palco. Dave… lascia… ad un altro… il palco. Rileggete bene. Ancora. Fatto? Proseguiamo. Alternano brani nuovi con tutti i classici, proponendo una setlist letteralmente da infarto. E Kiko continua a non sbagliarne mezza. Maledetto. Assoli con una distorsione relativamente bassa ci permettono di sentire ogni nota sparata alla velocità della luce dal brasiliano. Osservo il chitarrista insieme ad amici musicisti e tutti conveniamo che gli assoli dei Megadeth hanno la peculiarità di essere cantabili, canzoni dentro canzoni. Nessuna frase di circostanza tra un pezzo e l’altro, tutti i brani così serrati tra loro da sembrare un unico stupendo interminabile medley. ‘Tornado Of Souls’, ‘Peace Sells’, ‘Skin O’ My Teeth’, ‘Sweeting Bullets’. Quando arriva (ad inizio concerto) l’intro percussivo di ‘Trust’ ci accorgiamo che in fondo… è un bel pezzo. Molto bello. Così come la maideniana ‘She Wolf’ ci esalta come dei bambini la mattina di Natale. Dirk Verbeuren (Nagflar, Soilwork, Devin Townsend, Satyricon e davvero mille altri) è un portento, chirurgico e potente e “padre” Ellefson suona come ha sempre fatto, bene e discreto (sia mai che il Dave ufficiale si incazzi). Gente che canta a squarciagola e un esercito di air-guitar da far invidia a Rockin’1000 è quello che vediamo intorno a noi. Una versione di ‘Mechanix’ così veloce da farci tanto sorridere quanto esaltare, e poca ci importa che “forse” le tonalità erano ribassate tutte di un tono (o un semitono). Ringraziano, si inchinano e salutano il pubblico estasiato. Ce ne andiamo freschi, un po ubriachi, felici, consapevoli che forse la band stasera era un po meno “MegaDave” e un po più Megadeth.

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Foto gentilmente concesse da Paolo Manzi

Alberto Biffi

Alberto Biffi

Alla tenera età di 11 anni fui folgorato sulla via di Damasco da una voce divina e soprannaturale (Bruce Dickinson), che mi guidò sulla retta via del Signore (R.J. Dio). Da allora ho vagato nel mondo metal cercando la mia giusta collocazione; dapprima come groupie (ma dovetti rinunciare presto, troppo brutto e peloso), poi come musicista coinvolto in innumerevoli progetti nell'area rock lombarda ed infine come umile scribacchino digital-musicale. Già redattore per Truemetal.it, Italiadimetallo.it, Metalitalia.com, Suonidistortimagazine.it ed altre innumerevoli realtà minori ma sempre e comunque professionali ed appassionanti, mi accingo ad iniziare questa nuova entusiasmate avventura con loudandproud.it.

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