Loud Reports

MAYHEM – Il report del concerto @ Orion, Ciampino (Rm) – 17.10.2017

“We wanna scare those shouldn’t be at our concerts” affermò Dead nel 1990 dopo uno show a Sapsborg in cui si era tagliato ed aveva cominciato a sanguinare fino a finire in ospedale. Ventisette anni dopo i Mayhem non portano più sangue e teste di maiale sul palco, i suoni fanno sempre schifo e purtroppo ancora non sono riusciti a non far accedere ai loro concerti quello che Dead definiva per una strana legge del contrappasso ‘pig heads’. Lasciando da parte le critiche da bar che si possono fare sulla resa sonora, sul fumo sparato a cannone e sulle luci strobo (il tutto finalizzato ad una resa visiva malvagia e teatrale), va riconosciuto che lo show dei norvegesi non è un semplice live, ma è l’esecuzione di quello che fu considerato uno degli album simbolo di quella scena che fece del nichilismo (umano e sonoro) la propria bandiera. Aprono la serata i romani Naudiz: i ringhi di Uruz Dagaz emergono dal muro di blast beats e di plettrate zanzarose per una mezz’oretta di glaciale black metal senza ricercatezze superflue. Il set degli inglesi Dragged Into Sunlight è leggermente più lungo, ma parlare in termini di tempo è quasi impossibile: il palco viene preparato con un grosso candelabro al cui centro campeggia un teschio di caprone, vi sono accese le candele, gli incensi, appese le luci stroboscopiche aggiuntive; i musicisti salgono sul palco di schiena al pubblico e iniziano la loro inesorabile discesa verso la più densa oscurità. Il set si apre con ‘To Hieron’, perla nera dal loro album di esordio del 2009 Hatred For Mankind, in cui appaiono subito ben chiare le direttive sonore da seguire anche per i pezzi successivi: picchi di pura malvagità dalle tinte black si fondono con tempeste di death vecchia scuola per tuffarsi nelle acque fetide di uno sludge doom ossessivo e marcio. I movimenti liquidi del singer T appaiono all’alternanza di buio e luce delle strobo come in un viaggio acido andato male mentre il resto della band cavalca furiosa attraverso pezzi come ‘Buried With Leeches’ e ‘Volcanic Birth’ per chiudere baracca e burattini con ‘Stoned to Death’. Il bassista A è l’unico ad essersi girato faccia al pubblico per sputare un po’ di rabbia nel microfono ed è proprio lui a porre fine a questo viaggio pieno di violetta e impeto spegnendo le candele e trascinando nel buio la sala. In breve tempo viene allestito il palco per i Mayhem: tre scheletri vestiti come monaci sono portati on stage e coperti da tre pannelli con teschi e croci rovesciate, la batteria di Hellammer (fino a quel momento imponente presenza oscura alle spalle dei gruppi precedenti) viene svelata e una voce in inglese chiede cortesemente di non utilizzare il flash per le foto e ringraziando anticipatamente per la collaborazione cede il passo all’intro. Mentre i musicisti prendono posto, dalla platea iniziano le grida di colui che rimarrà a imperitura memoria simbolo della serata “aridatece Dead! Ma come ve sete ridotti?!”. Per Yngve Ohlin non c’è più e non c’era nemmeno sul disco originale ‘De Mysteriis Dom Sathanas’ ma l’atmosfera che si respira è proprio quella di un memoriale in onore suo e di Euronymous, presenze silenziose e ispiratrici di tutto il set. A parte la trovata commerciale di riproporre l’album del 1994, i cinque musicisti ci propongono un rito in musica dal sapore lovecraftiano. Attila Csihar, Necrobutcher ed Hellhammer accompagnati da i due nuovi membri Ghul e Teloch nascosti dietro una coltre impenetrabile di fumo artificiale si rendono perfettamente conto che non è morto ciò che in eterno può attendere, e suonando per tutto il tempo incappucciati (a parte per l’ultimo pezzo in cui Attila scopre il capo), non impongono il loro nome o la loro presenza, anzi, si offrono come semplici strumenti del flusso di emozioni che attraverso la musica raggiunge il pubblico. ‘Funeral Fog’ e ‘Freezing Moon’ danno immediatamente quello che tutti si aspettano: Attila appare e scompare con i suoi movimenti teatrali e rettilei attraverso la nebbia grazie ad un gioco di luci mentre il resto della band esegue a capo chino i due pezzi simbolo di quella che da protesta diventò tradizione e poi cultura. I brani di ‘De Mysteriis Dom Sathanas’ sono eseguiti l’uno dopo l’altro, cantati a squarciagola (nel vero senso della parola) dal pubblico più eterogeneo che si possa trovare ad un concerto black metal: si va a un concerto dei Mayhem per il culto, per la storia, per vedere coloro che in quegli anni là c’erano e a loro modo hanno fatto la storia. Non ci interessa se nell’album c’era solo Hellhammer, se Necrobutcher invece non c’era ma era nella band fin dall’inizio, se Attila Csihar già cantava sul disco le parole che Dead aveva scritto, se Varg uccise Euronymous e la band si sciolse: non ce ne frega niente! “The Past Is Alive”  recita la frase del titolo del tour ed è evidente per tutta la durata del concerto che lo spirito è proprio questo: riportare in vita anche solo per la durata di un set la memoria di quelli che furono i padri inconsapevoli di un movimento che avrebbe cambiato la musica e il mondo.

“Nun se sente un ca**o!” grida la voce di cui sopra, ma i Mayhem imperterriti continuano con il loro culto in onore del tempo che fu mentre il pogo infuria di fronte al palco. Durante ‘Buried By Time And Dust’ Attila officia letteralmente la sua messa nera dietro a un piccolo altare: due ceri e un teschio, nulla di più. Si toglie il cappuccio rivelando una crapa pelata degna di Gargamella e, cheek to cheek con il teschio, come un moderno, delirante, corrotto, malvagio Amleto, declama la finale ‘De Mysteriis Dom Sathanas’. Si inchina quindi all’altare, rivolto verso il banner sullo sfondo su cui campeggiano i tre visi stilizzati simbolo del tour e si scioglie a terra spegnendo con le dita le ultime due luci rimaste, quelle delle candele, lasciando il pubblico a contemplare l’oscurità.

Testo e foto di Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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