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MANILLA ROAD – ‘To Kill A King’

Non è mai facile recensire un disco dei Manilla Road. Perché è la loro musica ad essere difficile, innanzitutto. E perché troppi sono gli elementi personali che entrano in gioco. La band di Wichita ha alle spalle una storia importante, distribuita su diciotto dischi e quarant’anni. E mai una volta in questa storia ha cercato il facile ascolto, o il compiacimento degli altri. Piuttosto, ha seguito il percorso personale di Mark Shelton, chitarrista e cantante che ha condotto la band su sentieri lontani da ogni possibile confronto. Qualche volta i Manilla Road hanno sbandato in questo percorso, vedi ‘The Circus Maximus’ o ‘Gates Of Fire’, sempre si sono rimessi in carreggiata nel segno di una musicalità imperfetta ma sempre unica, libera da ogni confronto o costrizione. ‘To Kill A King’ non fa eccezione in questo senso: è il primo disco registrato dal nuovo bassista Phil Ross, ed è introdotto da uno splendido artwork firmato Paolo Girardi, altamente evocativo per il carico di drammaticità che rappresenta – crudo, ma indefinito al tempo stesso. Non è un disco semplice: più di altri passati è giocato su ritmi rallentati ed atmosfere dilatate, e solo raramente Shelton e i suoi compagni danno qualche giro di velocità alla loro musica. Questo lo rende un disco particolarmente ostico, almeno ai primi ascolti. E’ l’aspetto evocativo a prevalere, a cominciare dalla title-track posta in apertura, passando per ‘Never Again’ e ‘In The Wake’, che alla naturale epicità della band mescolano atmosfere doom e passaggi dal sapore psichedelico – da qui è nata la band negli anni Settanta, non dimentichiamolo… Il risultato è suggestivo, soprattutto in ‘To Kill A King’ e nella più variabile ‘In The Wake’, ma anche piuttosto ostico. Spicca la chitarra di Mark Shelton, che si concede passaggi melodici e solisti di gran classe, ma anche Bryan ‘Hellroadie’ Patrick convince con le sue tonalità, al tempo stesso cangianti e fedeli ai dettami storici – ci sono momenti in cui è virtualmente indistinguibile dal vecchio Shelton. Altrove, vedi ‘Conqueror’ e ‘The Arena’, a predominare è un heavy metal di maggiore impatto, epico come da copione, e sicuramente più accessibile – se per i Manilla si può usare questo aggettivo. Non sono le uniche variazioni presenti nel disco: ‘The Talisman’ è vagamente rolleggiante, e ‘Ghost Warriors’ va a risvegliare fantasmi doom metal, con un occhio verso la psichedelia blueseggiante dei late Sixties… Il pezzo più diretto arriva nel finale, con la compatta ‘Blood Island’, che ha la stoffa del classico anthem dei Manilla Road, ed è ancora baciata da un’ottima prestazione strumentale. Questo è di certo uno degli aspetti positivi del disco, per quanto non sia mai stato un punto di forza della band – non solo la chitarra di Shelton è particolarmente ispirata, ma anche il drumming di Neudi è sopra le righe e sempre personale, oltre che riconoscibile. Anche la produzione, storico punto debole dei Manilla Road, è assolutamente all’altezza e lascia percepire tanti aspetti differenti di un album che certo farà la gioia dei fan della band, senza per forza essere il disco che tutti si sarebbero aspettati. E’ un disco da ascoltare, con pazienza ed attenzione. Se questi due elementi ci sono, allora può regalare soddisfazioni importanti.

Tracklist:
01. To Kill A King
02. Conqueror
03. Never Again
04. The Arena
05 In The Wake
06. The Talisman
07.The Other Side
08. Castle Of The Devil
09. Ghost Warriors
10. Blood Island

Line-up:
Bryan ‘Hellroadie’ Patrick – voce
Mark ‘The Shark’ Shelton – chitarra, voce
Phil Ross – basso
Neudi – batteria

Editor's Rating

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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