Loud Reports

LEYENDAS DEL ROCK – Il report del festival @ Polideportivo Municipal, Villena (ES) – 9 + 12.08.2017

E’ sempre bello tornare a casa. Casa che quest’anno prende le sembianze di Villena, cittadina non lontana da Alicante chiamata ad accogliere di nuovo un festival che nel corso degli anni ha saputo cambiare pelle restando fedele alle proprie origini. Se le band spagnole oggi rappresentano forse la metà del totale delle formazioni presenti, non sono cambiate l’attenzione al dettaglio e la cura di ogni singolo particolare che da sempre contraddistinguono il Leyendas Del Rock rispetto ad ogni altro appuntamento, almeno da queste parti. E che prendono la forma di una location impeccabile, con ampie zone d’ombra e una ricchissima offerta di cibo, bevande e merchandise. Di due palchi principali affiancati e un terzo un poco più decentrato, coperto. E di uno spazio virtualmente infinito, con tanto di piscina a cui è possibile accedere pagando un minimo sovrapprezzo. Cosa c’entra la casa direte voi? C’entra perché, quando si torna in un posto dopo cinque anni e sembra che non sia cambiato nulla, e invece molto si è modificato in meglio, la sensazione è proprio quella di trovarsi a casa. In questo senso, Marcos Rubio e il suo team meritano solo i nostri complimenti, oltre che un sentito ringraziamento per averci messo nelle condizioni di lavorare al meglio, gustandoci ogni singolo show. Ma procediamo con ordine…

Mercoledì 9 agosto
Il primo giorno del festival si apre sotto un cielo sorprendentemente grigio, che a più riprese regalerà scrosci più o meno forti di pioggia a un pubblico per nulla intimorito, oltre che già piuttosto numeroso. Per la prima volta il promo giorno del festival è a pagamento, anche se di soli 5 Euro, a fronte di un bill come sempre ricco di qualità oltre che di varietà. E non è un caso che il mercoledì sia, come sempre, la giornata con la maggiore affluenza, ben sopra alle ventimila unità. Giornata che per noi si apre con i Last In Line, band nata del segno e nel ricordo di Ronnie James Dio, cui dedicano una metà abbondante del set. Ed è un piacere sentire pezzi come ‘Rainbow In The Dark’ e ‘We Rock’, proposti peraltro in modo impeccabile da una band in cui spesso e volentieri è Vivian Campbell con la sua sei corde a rubare la scena al vocalist Andrew Freeman. Poco da dire sui British Lion, che vivono solo ed esclusivamente sulla grande presenza scenica di Steve Harris: né il materiale, né un vocalist tra i più deboli visti a questo festival possono nella realtà lasciare il segno. Sul finire della loro esibizione inizia a piovere in modo copioso, cosa che certo non incoraggia le reazioni di un pubblico  che si rianima pochi minuti dopo con gli Amon Amarth. Che la band di Johann Hegg sia una potenza dal vivo non lo scopriamo certo noi, ma la dimostrazione di potenza che danno ogni volta è davvero degna di nota. Complice il clima inclemente e una scenografia ricca e suggestiva, riescono fin dalle prime note a creare un’atmosfera davvero intensa. Da ‘The Pursuit Of Vikings’ in avanti, il pubblico non smette per un minuto di incitarli, e la band non si risparmia di certo. La setlist è incentrata sul materiale più recente, con ampio spazio dato al nuovo ‘Jomsviking’, ma funziona in modo eccellente, fino alla chiusura affidata alla maestosa ‘Twilight Of The Gods’. Lo stacco musicale è davvero netto quando sul palco a fianco iniziano i Medina Azahara, con il loro rock intriso di suggestioni progressive e di flamenco. Sono una delle presenze fisse del festival, e anche oggi non deludono di certo. L’inossidabile e riccioluto vocalist Manuel Martinez ed il guitar hero Paco Ventura si dividono equamente i riflettori di uno show nel quale non mancano certo i classici, da ‘Abre la Puerta’ alla leggendaria ‘Paseando Por La Mesquita’. Per questa occasione, i Saurom hanno preparato uno show davvero speciale, facendosi accompagnare sul palco da un coro classico femminile e da decine di artisti e figuranti. Neanche da dire, il loro concerto si rivela molto suggestivo e ricco di effetti, oltre che presumibilmente unico. Dal punto di vista musicale, la band andalusa vanta carte molto solide, con il suo heavy metal intriso di folk e melodia, che non di rado richiama alla mente i Blind Guardian. Anche nel loro caso, il pubblico di Villena non si fa pregare in tema di applausi ed incoraggiamenti, e la loro esibizione manda in archivio una prima giornata decisamente positiva – nonostante un clima insolitamente aspro, tra pioggia e forte vento…

Giovedì 10 agosto
Le cose vanno decisamente meglio dal punto di vista climatico il giovedì mattina – si fa per dire, visto che i concerti cominciano dopo le 16… I primi a salire in scena i finlandesi Steve’n’Seagulls con le loro riletture country/bluegrass dei classici del metal. Forse è quello che ci vuole per iniziare a scaldare il pubblico che inizia a popolare il Polideportivo, certo però un paio di minuti in loro compagnia bastano e avanzano. Decisamente più sul serio fanno gli svedesi Insomnium, con il loro sound a metà tra doom e death metal, che iniziano a far calare ombre oscure sul palco, anche se il sole è ancora molto alto. Che gli Alestorm non si prendano troppo sul serio è noto. Che si presentino sul palco in modalità spiaggia con alle spalle un backdrop enorme che mescola papere e banane è testimonianza ulteriore dell’approccio goliardico della formazione scozzese. Musicalmente non sono un gran che, non lo sono mai stati… Ma la loro musica elementare ed immediata fa breccia come sempre nel pubblico presente, che canta a gran voce assieme al loro leader Christopher Bowes. C’è il tempo per andare a vedere i redivivi Tigres sul piccolo palco dedicato a Mark Reale, per assaporare un pizzico di Iberia anni Ottanta. Gli anni sono passati, si vede e si sente, ma pezzi come ‘Victimas Del Rock’ e ‘Listos Para El Asalto’ convincono ora, esattamente come trent’anni fa. Il primo piatto forte della giornata arriva dal palco Jesus De La Rosa, e prende la forma dei Rage. Coi suoi nuovi compagni, Peavy Wagner pare aver ritrovato la voglia di fare musica, ed anche oggi il suo entusiasmo è evidente, oltre che coinvolgente. Marcos e Lucky sono ben più che comprimari, e una setlist piena zeppa di classici lo mostra in modo evidente. Da ‘Don’t Fear The Winter’ a ‘Higher Than The Sky’, passando per ‘Black In Mind’ – presentata direttamente in spagnolo da Marcos con tanto di memorie personali legate all’uscita del disco – i Rage lasciano il pubblico senza parole per l’intensità del loro show. Non possono competere gli Epica, nonostante una massiccia presenza dei loro fan. Il live show non è mai stato un punto di forza per la formazione olandese, che non fa eccezione oggi. Tante sovraincisioni annacquano un po’ il risultato finale, nonostante l’impegno dell’affascinante Simone Simons e del chitarrista Marc Jansen, che prende in carico anche le parti vocali più ruvide. Pure i Blind Guardian non sono noti per essere particolarmente coinvolgenti dal vivo, complice lo stage acting sempre compassato di Hansi Kursch. E anche loro confermano qualità e difetti del loro essere, mettendo in scena uno show praticamente perfetto dal punto di vista musicale – Andre Olbrich e Marcus Siepen sono impressionanti nella loro precisione chitarristica – ma anche piuttosto freddo, se si escludono alcuni momenti ben precisi, vedi ‘The Bard’s Song’, come sempre cantata a gran voce dal pubblico presente. Nessuna scenografia per loro, ma forse sono tra i pochi a poterselo permettere… Passiamo sul palco minore per vedere i Masterplan, e devo dire che l’impatto iniziale non è dei migliori: poco pubblico, che però crescerà nel corso dello show, e un’attitudine generale quasi “dopolavorista” da parte della band non aiutano certo l’atmosfera a scaldarsi. L’unica interazione è affidata al vocalist Rick Altzi, gli altri musicisti – Roland Grapow compreso – stanno abbastanza sulle loro, affidandosi solo ed esclusivamente al loro materiale. Cosa che funziona molto bene per i pezzi più vecchi e per ‘The Chance’ degli Helloween, un po’ meno per le loro cose più recenti. E’ tutta cuore invece l’esibizione dei Raven sullo stesso piccolo palco. Nemmeno l’assenza del drummer Joe Hasselvander per problemi di salute ha impedito ai fratelli Gallagher di impartire ai presenti una vera è propria lezione di heavy metal della vecchia scuola. Ci sono i pezzi, da ‘Destroy All Monsters’ in avanti, e c’è soprattutto l’interazione completa, intensa e coinvolgente, tra John e Mark Gallagher, e tra loro ed il pubblico. La conclusiva ‘Born To Be Wild’ arriva per mostrare a tutti da dove arriviamo, nessuno escluso… La nostra giornata finisce qui, mentre Obus e Sherpa tengono la gente davanti agli stage maggiori fino a ora ancor più tarda…

Venerdì 11 agosto
Il venerdì si apre con un pezzo da novanta chiamato Primal Fear. Sono primi in scaletta, e per loro c’è già parecchia gente. Dal vivo deludono raramente, e di certo non succede oggi. Ralph Scheepers è una granitica sicurezza alla voce, il resto della band non è da meno, con il “nostro” Francesco Jovino a spiccare per potenza e precisione. ‘In Metal We Trust’ e ‘Metal Is Forever’ sono inni che il pubblico non si stancherebbe mai di cantare insieme alla band, la loro esibizione è come sempre davvero coinvolgente. Si vola subito sul Mark Reale stage per vedere i nostri Elvenking, oggi in formazione rimaneggiata causa l’assenza del chitarrista storico Aydan. Una sola chitarra per i folk metaller friulani dunque, che però hanno saputo comunque convincere un pubblico attento, cresciuto in modo sensibile nel corso dello show. Ancora diverse le sonorità degli Amaranthe, che spesso e volentieri sconfinano nel pop più commerciale. Elize Ryd è saldamente al centro della scena, con i sue due scudieri maschili che si occupano di voci growl e pulite. Di certo le melodie degli svedesi sono immediate e coinvolgenti, di certo questa band c’entra molto poco con l’heavy metal propriamente detto. Al pubblico piace, ne prendiamo atto. Le cose si fanno fortunatamente più serie sul palco Jesus De La Rosa con gli Overkill, che invece delle esibizioni dal vivo fanno da sempre un loro punto di forza. Oggi non si fanno eccezioni, e non si fanno nemmeno prigionieri. Blitz è in grande forma, DD Verni è il suo contraltare sul palco, i due chitarristi sono meno spettacolari ma non sbagliano un colpo, e pezzi come ‘Mean Green Killing Machine’ e ‘Rotten To The Core’ spazzano letteralmente via il novanta per cento delle altre band. Loro vivono per il palco, e ogni loro esibizione lo conferma. Il Polideportivo vibra con loro, fino alle ultime note della conclusiva ‘Fuck You!’. “Gracias, amigos” dice Blitz prima di ritirarsi, ma siamo noi a dover ringraziare ancora una volta. Gli UFO ci regalano un gradito tuffo nel passato, verso l’epoca d’oro del rock rappresentata dagli anni Settanta. Phil Mogg con i suoi quasi settant’anni impressiona ancora per sicurezza on stage e capacità vocali, e la chitarra di Vinnie Moore ha aggiunto al suono della formazione britannica una nuova dimensione. Il risultato è che pezzi recenti come ‘Run Boy Run’ e ‘Devil’s in The Detail’ fanno la loro figura anche a fianco di classici immortali come ‘Rock Bottom’ e ‘Doctor Doctor’. Il Mark Reale stage ospita ora i Firewind, che sono sempre un piacere per gli occhi e le orecchie. Se Henning Basse è un po’ sovrappeso, dal punto di vista vocale la sua prestazione è impeccabile, e l’estro chitarristico di Gus G. è davvero unico – la sua arte rende ancor più efficaci brani già di per sé ottimi come ‘We Defy’ e la conclusiva ‘Falling To Pieces’. Non va dimenticato però l’apporto della terza colonna portante della band, Bob Katsionis, che si divide tra seconda chitarra e tastiere, risultando eccellente in entrambi i ruoli. Ottimi, oggi come sempre. Si torna sul palco grande con gli Hammerfall e la loro opulenta scenografia. Su di loro si può pensare quello che si vuole, ma il palco è la loro dimensione ideale e oggi lo dimostrano ancora una volta, con una setlist che non dimentica nessun classico della loro storia. Da ‘Riders On The Storm’ in avanti, forti del nuovo Johan Kullberg alla batteria, Joacim Cans e i suoi compagni ci hanno offerto una buona ora di heavy metal classico, cantabile ed immediato, mai scontato e soprattutto eseguito come sempre con grande cuore. Sono gli headliner di giornata, e una delle band più attese del festival: attorno ai Megadeth c’è molta curiosità, anche e soprattutto per il ruolo di Kiko Loureiro alla chitarra. E devo dire che anche le mie personali aspettative non erano altissime. Invece è uscito uno show equilibrato, intenso e piacevole, con Kiko ovviamente in primo piano con la sua chitarra, ma con un Dave Mustaine sempre presente e all’altezza, anche a livello vocale. Ha dato spazio a pezzi storici come ‘Wake Up Dead’ e ‘In My Darkest Hour’, ma anche il materiale più recente è sembrato funzionare bene dal vivo. Ovvio poi che le migliori reazioni il pubblico le ha riservate a brani storici come l’antica ‘Mechanix’ e la conclusiva ‘Holy Wars… The Punishment Due’, ma l’esibizione della band è stata più che positiva nel suo complesso. Come proseguire dopo questo indiscusso climax? Ovvio, con i Warcry, una delle formazioni di casa più amate e rispettate dal pubblico. E, forti del nuovo ‘Donde El SIlencio Se Rompiò’, gli asturiani si sono mostrati assolutamente all’altezza con uno show di grande sicurezza, che ha alternato classici del passato – ‘Alma De Conquistador’, in apertura – e brani ben più recenti. A testimonianza del legame tra la band e i suoi fan, i cori che hanno accompagnato praticamente in ogni brano il valido vocalist Victor Garcia, mentre il suo omonimo – ma non parente – Pablo Garcia ha condotto con grande maestria ogni brano con la sua magica sei corde. Uno show molto intenso il loro, giocato su toni forti, forse anche per controbilanciare l’esibizione della scorsa annata, in compagnia dell’orchestra. E il modo migliore per concludere la nostra giornata metallica…

Sabato 12 agosto
Con gli svedesi Eclipse, il sabato ci offre un altro opener di sostanza. Sono tra i newcomer più interessanti della scena hard rock, e non ci vuole molto a capire il perché. Erik Martensson è un frontman di prim’ordine, e il materiale della band è davvero coinvolgente, a cominciare dalla nuova ‘Vertigo’ che apre lo show. E’ bello vedere una band così giovane davvero padrona del palco, oltre che capace di interagire in modo così stretto con i propri fan. Hanno un grande futuro davanti, oggi l’hanno dimostrato una volta ancora. Lo stesso futuro che hanno alle spalle i Tankard, ormai da più di un quarto di secolo sulle scene. Ma la gioia di salire su un palco è la stessa, e gli stagionati thrasher di Francoforte non fanno nulla per nasconderla. I tentativi di Gerre di parlare spagnolo fanno sorridere, come pure le sue movenze on stage, ma l’impatto sonoro della band è assolutamente serio, e ‘Zombie Attack’ e ‘The Morning After’ scatenano letteralmente il pubblico, già presente in quantità. Il Mark Reale stage vede in azione i baschi Vhaldemar, tornati in scena dopo una lunga pausa con il nuovo ‘Against All Kings’. Disco così così, ma dal vivo la band si rivela compatta e trascinante, complice l’ottima prestazione del vocalist Carlos Escudero, che nel finale abbandona il palco per mettersi a cantare più volte in mezzo al pubblico. Si torna sul palco grande con i finlandesi Battle Beast, per cui potrebbe valere lo stesso discorso fatto per gli Amaranthe – anche se la percentuale di metallo è sicuramente più elevata. I loro pezzi sono immediati, ai confini dell’elementare, costruiti su melodie create apposta per essere memorizzate all’istante. Noora Louhimo fa meno scena, ma ha una voce potente e sa assolutamente tenere il palco, rendendo onore anche ai pezzi di più vecchia data. Piacciono, ma in fondo non è una sorpresa. Come per nulla una sorpresa sono i Saratoga, altri veterani della scena nazionale spagnola. La band guidata dal bassista Niko Del Hierro è una certezza on stage, complice la presenza esuberante del vocalist Tete Novoa, vero e proprio eye-catcher per il pubblico femminile. E musicalmente, il suo heavy metal classico e tipicamente iberico funziona alla grande, tra riff granitici (alla chitarra con Jero Ramiro c’è un altro pezzo di storia) e refrain melodici ma mai banali. ‘Vientos De Guerra’ e ‘Perro Traidor’ lasciano un sapore amaro per il loro testo, ma si rivelano anche oggi anthem musicali irresistibili. Sono decisamente più soft le sonorità dei Magnum, ma anche gli eleganti rocker britannici mostrano di trovarsi assolutamente a loro agio on stage. Anche per loro nessuna coreografia, ma in questo caso è davvero la musica a parlare, e quello che Bob Catley e Tony Clarkin riescono a fare sul palco ancora oggi, dopo quarant’anni passati insieme, ha dell’incredibile. Non mancano i classici come ‘Soldier Of The Line’ e la sempre incredibile ‘On A Storyteller’s Night’, ma anche i brani del nuovo ‘Sacred Blood Divine Lies’ trovano il loro spazio e vengono apprezzati dal pubblico. Ma come non amare una band capace di offrirci ‘Les Morts Dansants’ e ‘Vigilante’, prima di chiudere con l’obbligatoria ‘Kingdom Of Madness’? Oggi e sempre, una band dalla classe superiore. Altissimi nelle aspettative del pubblico, i Rhapsody, ancora una volta in versione “Reunion”. E ancora una volta impegnati a celebrare lo storico ‘Symphony Of Enchanted Lands’, offerto nella sua interezza a partire dalla poderosa opener ‘Emerald Sword’. C’è poco da dire, l’impatto dal vivo della band è davvero impressionante, con l’evidente complicità di basi orchestrali campionate – ma l’effetto è di grande suggestione… Fabio Lione è “la” voce dei Rhapsody, e ogni sua esibizione è l’occasione per mostrarlo: del tutto a suo agio sul palco, parla col pubblico in spagnolo e soprattutto rende ogni brano al meglio, compresa l’atipica ‘Lamento Eroico’, ormai diventata anch’essa un classico. Tocca ora ai Sabaton, che quest’oggi occupano la posizione di cartello. E la scenografia spiega anche il perché: la batteria sta in cima a un carro armato, mitragliatrici e caricatori sono ovunque sul palco, per tutto lo show vengono proiettati filmati di guerra di vario tipo… La musica è quella che conta, e dalla band svedese si sa bene che cosa ci si può aspettare: heavy metal quadrato e potente, sempre immediato ed orecchiabile, spesso corale e tinto di marzialità. Tutte le luci sono puntate sul vocalist Joakim Broden, che spazia con sicurezza per tutto il palco mentre i suoi compagni creano riff, melodie, armonie e passaggi ritmici senza pause. Tra classicicome ‘Ghost Division’ e ‘Carolus Rex’, i Sabaton ci impartiscono la loro tradizionale lezione di storia, sostenuti da un pubblico davvero caldo – un paio di reggiseni sul palco sono volati… Anche qui le sovraincisioni non mancano, ma è il trend che ormai stiamo vivendo. Di certo, dal vivo hanno mostrato una volta ancora di saperci fare, e questo è quello che conta. Si rimescola un po’ la scaletta delle band ora, con i Lujuria che anticipano il loro show a causa dei ritardi di altre band. Poco male, perché la band originaria di Segovia sa sempre trovare pronta, ed il suo carismatico vocalist Oscar Sancho ne ha letteralmente una per tutti. Politici, economisti, maneggioni di varie tipologie… Ogni momento è buono per prendersela con chi rende il mondo in cui stiamo vivendo peggiore di quello che è. Dal punto di vista musicale, lo show della band è valido, il loro heavy metal compatto e senza troppi fronzoli. Da segnalare due cose: lasciano spazio per un pezzo ai vincitori di un concorso per band emergenti, e soprattutto ospitano una sorta di premiazione nel corso della quale vengono dati riconoscimenti a persone che hanno aiutato a far crescere il Leyendas, tra cui il nostro Cesare ‘Metalshow’ Macchi – complimenti! ‘Corazon De Metal’ con Marcos Rubio alla voce chiude lo show… Resta una band ancora assolutamente da vedere, che risponde al nome di Tierra Santa. Anche per loro si tratta di un ritorno sulla scena, nonché del debutto ufficiale per il nuovo chitarrista Dan Diez. E la band si è preparata molto bene, con una setlist ricca di classici, a cominciare dall’accoppiata volante composta da ‘Alas De Fuego’ e ‘Pegaso’. Ma non sono certo gli anthem a mancare alla band guidata dal cantante e chitarrista Angel San Juan, come sempre di poche parole ma che ha mostrato grande sicurezza on stage. Diez è un ottimo chitarrista, che sicuramente saprà prendersi i suoi spazi, ma già il suo lavoro su classici come ‘La Leyenda Del Holandes Errante’ e ‘Leyendario’ è più che apprezzabile. Con la band della Rioja va in archivio questa edizione del Leyendas del Rock, come sempre ricca di spunti di interesse, oltre che di ottima musica. Ci rivedremo, non ci sono dubbi.

Testi e foto di Sandro Buti e Cesare ‘Metalshow’ Macchi

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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