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JORN – The Duke is back!

Dopo aver ascoltato ‘Life On Death Road’, il nuovo album in studio di Jorn Lande (trovate la nostra recensione qui), abbiamo deciso di scambiare due chiacchiere con il cantante norvegese e ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un’intervista fiume, con riflessioni sul disco ma anche su molti aspetti del music business e della vita in generale. Jorn non ha peli sulla lingua e ha deciso che il suo disco all’insegna della genuinità e della spontaneità, deve lanciare un messaggio preciso. A voi scoprire quale sia questo messaggio, direttamente dalle sue parole.

Ciao Jorn, benvenuto a Loud and Proud! Prima di tutto raccontaci come ti senti ad essere di nuovo in pista con il nono album in studio!
“Oh, assolutamente fantastico! Voglio dire, negli ultimi tre o quattro anni ho lavorato veramente sodo per questo disco, ed è davvero un sacco di tempo. È davvero esaltante poter comporre la propria musica, che è tutto il tuo universo, e puoi farlo come desideri, senza scendere a troppi compromessi. Vedi, oggi è una cosa banale ma non scontata, ci sono così tanti compromessi nel music business perché tutti devono sopravvivere naturalmente, devi cercare di essere allo stesso tempo creativo, produttivo, pieno di soluzioni rapide per ottenere il meglio. Sono stato felice di poter avere il controllo più o meno di ogni aspetto di questo disco: certo, ero in contatto con i ragazzi dell’etichetta discografica per valutare che cosa andava bene ad esempio per le radio, ma sono stato libero di decidere ogni dettaglio. Mi sono sentito un po’ come negli anni Settanta, così contento e libero di sperimentare, credo che il risultato grazie a questo aspetto sia molto onesto, insieme ad una band di musicisti pieni di talento. Penso che questo sia stato un cambiamento fondamentale, avere un gruppo affiatato e unito: spesso accade che le strade si dividano, che si intraprendano percorsi differenti, per questo non ho più scelto di lavorare a nome di una band, ma solo con il mio nome. Se guardiamo quante band iniziano con un nome e finiscono completamente stravolte, a volte sono due ma anche tre gruppi diversi, nel corso della loro carriera! O trovi in giro diverse versioni della stessa band, come Sweet, Queensryche, L.A. Guns… credo che siano situazioni molto difficili da gestire per loro e allora ho cercato di evitare di trovarmi sulla stessa barca.”

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Hai detto che ‘Life On Death Road’ ha richiesto quasi quattro anni tra composizione e produzione, ed è un tempo notevole in effetti. Come sei arrivato a mettere insieme tutti i pezzi, fino al risultato finale?
“Vedi, di solito parto sempre con il controllo totale di ogni aspetto, fin dall’inizio del lavoro, ho già testi, melodie… questa volta invece la sfida è stata lavorare in combo con la nuova line-up, coinvolti in ogni momento del lavoro. Ad esempio, con Alex (Del Vecchio, ndF) è stato tutto nuovo per me, mi ha coinvolto più che mai! Ricevevo le versioni demo provvisorie, sai con drum machine e roba così, per valutare la struttura dei pezzi, aggiungere elementi tra melodie e testi e vedere se potevano funzionare. Una vera sfida per me, scrivere e dar forma a qualcosa di già abbozzato… è stato diverso dal solito, succede quando di solito sei tu il tuo boss! (ride, ndF). Certo, quando tutti costruiscono la loro parte intorno a me, è tutto più facile, ma così c’è molta più soddisfazione! Io sono fissato con i dettagli e mi rendo conto che a volte sono noioso per chi mi sta intorno, ma cerco di essere il più onesto possibile… Sai, in passato ho seguito molto le mie influenze giovanili, come Bad Company, Whitesnakes, Rainbow, nella mia musica vedi sempre facilmente dove sta il mio cuore. Nella mia voce riconosci elementi rock e blues, senti quanto amo Paul Rodger e David Coverdale, ma ho iniziato a lavorare su questo disco spingendo tutto al massimo da subito, cercando una potenza che oggi puoi ottenere grazie agli strumenti tecnologici di cui disponiamo.”

Mi sembra che il suono su questo disco sia più corposo e solido del solito! Forse ha influito anche la collaborazione con Alessandro Del Vecchio, non solo come membro effettivo della band, ma anche come produttore?
“Ma certo! Penso anche che la struttura stessa dell’album si sia prestata bene al lavoro di produzione, è molto classica ed entrambi proveniamo dallo stesso background, abbiamo lo stesso amore per i dischi degli anni Settanta ed Ottanta, quindi è facile capirsi ed essere d’accordo sul suono e sullo stile del disco. Ma vedi, quando metti insieme dei musicisti così dotati, la chimica che si forma è speciale, quando te ne rendi conto, capisci quanto sia importante una coesione interna, un’unità d’intenti, per poter davvero esprimere qualcosa con gli strumenti. Ci sono così tanti lavori di copia e incolla oggi, è così difficile divertirsi a trovare il giusto groove, per questo ci siamo ispirati ai grandi classici e abbiamo scelto degli ospiti davvero speciali come Gus G ad esempio, un amico da sempre ma che non aveva mai davvero suonato con me, quindi sono felicissimo di averlo sul disco. Nella titletrack puoi sentire anche quanto sia fantastico Craig Goldy, un chitarrista con uno stile davvero unico, che fa un lavoro meraviglioso sulla canzone! Ho un grande batterista, idem per bassista e chitarristi, mi sono davvero potuto permettere di mettere la ciliegina sulla torta con gli ospiti. Adoro le sensazioni che mi trasmettono pezzi un po’ diversi dal solito, come ‘Dreamwalker’ o ‘The Optimist”’, ma alla fine credo che il disco trasmetta questa simbiosi e questa fortissima unità interna. In passato ho sempre avuto ottimi musicisti, che provenivano da diversi stili musicali… ho addirittura avuto un batterista black metal! E tutti hanno sempre fatto un gran lavoro, ma io non ero così coinvolto in ogni aspetto come ora, e credo che il risultato si senta, tutto suona più organico e più… analogico! (ride, ndF)”

Mentre parliamo di questi aspetti del disco, continuano a ronzarmi in testa pezzi come ‘Fire To The Sun’ e ‘Love Is The Remedy’, se ho capito bene cosa intendi quando dici che tutto suona più analogico!
“Ecco brava, ci sei! E adesso pensa a tutte quelle band lì fuori che propongono power o prog e che suonano tutte uguali, registrano un sacco di parti, le scelgono dai loro computers, alzano, abbassano, finchè non sono perfette… e non sono reali, non funzionano poi! Come fai a suonare certe cose mentre ti muovi e corri sul palco? Questo modo di lavorare uccide il suono naturale, la creatività, la spontaneità. Ma scegliere pezzi da un computer ti sembra la stessa cosa che sedersi in una stanza, con la tua band, a suonare insieme? Sicuramente è un modo molto moderno e utile, non lo nego, ma la differenza la senti! Attenzione, non dico mica che è sbagliato, dico solo che chi suona su un disco dovrebbe poi essere in grado di riprodurre live tutte le note e credimi, un tempo a questo ci pensavano sempre tutti! Potevano suonare note altissime o scale velocissime, ma sceglievi di non farlo perché poi dovevi farlo sul palco, suonando tutta una scaletta dal primo all’ultimo pezzo! Ti faccio un esempio, Alex (Beyrodt, ndF) suona davvero con una velocità impressionante, ma è sempre così naturale, riesce ad essere personale e a trasmettere emozioni. Credo che questo modo di lavorare sia il motivo per cui siamo invasi da così tante copie tra le bands: tutto suona così accurato, ottime produzioni, e sembra che dentro non ci sia nulla, manca l’anima! Credo che in questo disco si sente che la musica viene dal profondo, come quando ero ragazzino e sentivo l’anima dei gruppi che amavo, Black Sabbath, Uriah Heep, Rainbow, Queen. Lo sappiamo tutti che ci vuole anche la parte di guadagno e business, ma ci deve essere qualcosa di più; devi pensare che una canzone deve poter girare anche come singolo, funzionare in radio, ma non dev’essere snaturata per questo! Daì, prendiamo gli Abba: suonavano benissimo e suonavano veramente, univano tutto a degli show spettacolari, avevano la loro connessione al mondo del rock e funzionavano eccome! Così come artisti del calibro di Rod Steward o Elvis, c’era la forma, ma anche tanta sostanza…”

Ora ‘The Optimist’ e ‘Man Of The 80’s’ mi sembrano più autobiografiche di prima! Sento una nuova energia in questo disco, intravedo questa connessione con il rock and roll del passato, con una sfumatura di nostalgia. Quindi sei un uomo legato agli anni Ottanta? Pensi che oggi ci sia qualcosa di fondamentale che ci manca, rispetto ad allora?
“Oh yeah, intanto grazie per quello che hai detto, è molto importante per me ed è esattamente questo che c’è in quelle canzoni! C’è una moltitudine di ragioni per come viviamo oggi: io sono in quest’ambiente da molto tempo ormai, sono invecchiato e mi rendo conto che il mondo ha bisogno di qualcuno che dica “Questa è la direzione giusta” e unisca le persone, senza dividerle e metterle una contro l’altra. La differenza la fanno le persone che credono in ciò che fanno, come nella musica: chi lavora sodo, chi crede che questo non sia un hobby, ma una professione. Molti cercano solo di rimanere a galla ma non sono nemmeno convinti di quello che fanno… Senti tanta gente osannare questi gruppi con campagne pubblicitarie imponenti, tastieristi geniali che compongono tutta questa musica artificiale e perfetta… e ad un certo punto, ti annoi. Pensi che serva un significato, non tutto questo. E allora noi abbiamo deciso di fare questo disco con un po’ di gioia, con quello spirito che avevamo da ragazzini, quando abbiamo iniziato ad ascoltare questo genere musicale. Sembra che non importi più nulla a nessuno il soffermarsi a chiedere al proprio batterista un certo groove o se insisti perché qualcosa suoni più personale. Allora volevamo dimostrare che invece è possibile fare un disco che sia ragione d’orgoglio per noi ma che sia anche genuino per chi ascolta. Ho collaborato con moltissimi progetti in questi anni ed è chiaro che mi piacevano tutti moltissimo, ma come ti ho detto, invecchiando tendi a voler trovare un significato più importante in tutto… e allora non mi basta più ricevere un file, cantarci sopra per ricevere un compenso e lo fai perché chiaramente hai i tuoi conti da pagare, anche se l’impegno è valido e il risultato ottimo. Dopo che hai guadagnato i tuoi soldi, hai comprato una casa, macchine, barche, cose che sembrano importanti, ma poi hai bisogno di uno scopo. Tutti chiaramente pensano a guadagnarci qualcosa, è lavoro e devi sopravvivere, ma davvero non può essere tutto. Io sono il primo a pensare che poter campare di musica è una benedizione ed è difficilissimo, ma penso davvero che i compromessi e tutto quello che si deve subire per essi sia la cosa peggiore di questi tempi in cui viviamo. Mai come ora dobbiamo sempre valutare, seguire il proprio cuore è una cosa che la gente non fa più e questo ci sta uccidendo lentamente. Passare il proprio tempo creando qualcosa non è mai tempo perso, più tempo ci impieghiamo e più quello che creiamo è solido, mentre ora l’imperativo è finire il prima possibile. Tutto è troppo veloce, la vita ormai è un lavoro… penso che se tutti accettassimo la sfida di mettere un po’ di sostanza nel mondo della musica, potremmo divertirci tutti molto di più. Penso che tutti questi messaggi siano all’interno di questo disco, dove cerchiamo di ricordarci chi eravamo e da dove veniamo. Oggi tutto va così veloce, abbiamo problemi in ogni campo, politico, ambientale, non abbiamo più grandi visioni del futuro… ma ti ricordi dei vecchi film di fantascienza, come “Metropolis” (Fritz Lang, ndF)? Erano pieni di fantasia e aspettative e oggi è tutto diverso, eppure non stiamo parlando di chissà quanto tempo fa! Io sono cresciuto con la radio, senza telefono, c’ero quando i dischi si registravano tutti in una stanza e quando aspettavi che i dischi uscissero, in fila davanti alla porta del tuo negozio preferito! Ho cercato di riportare a galla quei ricordi e quando da bambino i miei genitori, che sono entrambi musicisti, mi portavano in tour con loro e ho ancora dei flash di quei momenti. Sento di avere ancora un legame con quella libertà, di solito si tende a dimenticare il passato, ma io c’ero e sento di averne fatto parte ed ecco perché oggi tiro fuori un album come ‘Life On Death Road’!”

E allora voglio dire che ‘Life On Death Road’ ha raggiunto questo obiettivo non solo con la musica, ma anche con le tue parole, ora…
“Grazie, Fabiana! E grazie per questa chiacchierata, è stata davvero bella! Sì, puoi dire che il disco si ricorda del rock del passato, ma in una maniera del tutto moderna! Abbi cura di te e ci vediamo in giro per concerti!”

Discografia:
Starfire (200)
Worldchanger (2001)
Out To Every Nation (2004)
The Duke (2006)
The Gathering (2007)
Unlocking The Past (2007)
Live in America (2007)
Lonely Are The Brave (2008)
Spirit Black (2009)
Dukebox (2009)
Dio (2010)
Live In Black (2011)
Bring Heavy Rock To The Land (2012)
Symphonic (2013)
Traveller (2013)
Heavy Rock Radio (2016)
Life On Death Road (2017)

Line-up:
Jorn Lande – voce
Alex Beyrodt – chitarra
Alessandro Del Vecchio – tastiere
Mat Sinner – basso
Francesco Jovino – batteria

Fabiana Spinelli

Fabiana Spinelli

Classe 1983, iniziata dai Metallica, stregata dagli Helloween ed infettata dai Mercyful Fate. Una passione per tutta la musica rock e metal, dal thrash al death, dal progressive all'AOR, portatrice sana di power metal. Sono cresciuta collezionando le care vecchie riviste musicali, vivo per la musica live, incollata alle transenne dei concerti di mezzo mondo. Ho collaborato per tanti anni con Heavy Worlds, speaker radiofonica per Radiogas.it con la mia trasmissione 'Sick Things', dove unisco l'amore per la musica a quello per la letteratura e il cinema horror.

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