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JACK RUSSELL’S GREAT WHITE – Lo Squalo Bianco Colpisce Ancora

È inutile nascondersi dietro a un dito: riuscire a entrare in contatto con Jack Russell non è stato per niente facile! Quando, al terzo tentativo, una voce si è materializzata dall’altra parte dell’oceano abbiamo tirato il classico respiro di sollievo. Gli argomenti di discussione erano potenzialmente illimitati, anche perché per me era la prima intervista in assoluto con il cantante di LA, ma ho preferito tralasciare le dispute legali tra Jack e i suoi ex compagni di avventura dei Great White per centrare l’attenzione sulla nuova musica e sulla crescita di questa nuova band, i Jack Russell’s Great White.

“(Jack Russell) Questa nuova tappa della mia carriera è iniziata nel 2011 e ho attraversato varie fasi musicali, sempre alla ricerca dello stile giusto da sviluppare e portare avanti con orgoglio. Ci sono stati anche dei problemi di line-up e solo nel 2014, con l’arrivo di Tony Montana che aveva fatto parte della line-up dei Great White nel periodo d’oro, abbiamo trovato quella chimica che stavamo cercando da tempo. Non ci sono gelosie, non ci sono segreti e abbiamo tutti lo stesso obiettivo. Così abbiamo iniziato a suonare sempre più spesso dal vivo e le idee per la nuova musica hanno iniziato a fluire in modo continuo.”

GW

È possibile fare un paragone tra questa fase e l’inizio della carriera dei Great White negli anni 80?
No perché quelli erano tempi completamente diversi. I Great White hanno venduto 8 milioni di dischi in 20 anni, ma sfido una qualsiasi altra band hard rock che si trova oggi alle prime armi a ottenere gli stessi risultati nello stesso intervallo di tempo. I fan sono cambiati, il modo di usufruire della musica è cambiato e sono cambiate anche le case discografiche. A dire il vero non ci siamo mai lamentati del supporto ricevuto perché, in un certo senso, se i Great White hanno avuto successo, è stato anche grazie alla nostra prima casa discografica che dopo aver pubblicato ‘Great White’ nel 1984 ci ha incoraggiati, per usare un eufemismo, a cambiare direzione musicale. A posteriori posso dire che fu un bene per tutti!”

Cosa c’era di sbagliato nel vostro debutto?
“Mancava del tutto di personalità perché eravamo la copia americana dei Judas Priest! Seguendo quella corrente non saremmo mai arrivati da nessuna parte ed è per questo che considero ‘Shot In The Dark’ come l’album che inizia a esplorare le sonorità che poi sarebbero diventate peculiari per quella band.”

Qual è la situazione oggi, a più di trent’anni da quei giorni?
“Oggi il mondo è diverso e preferisco occuparmi di aspetti più seri della vita perché scrivere sempre di donne può essere anche piacevole, ma alla lunga rappresenta un forte freno alla progressione personale. Per altri aspetti sembra invece che il tempo non sia passato. Infatti avrei potuto continuare a suonare i brani della prima parte della mia carriera, ma sono un artista e la creatività è sempre stata una mia caratteristica peculiare per cui quando ho sentito che il momento era quello giusto, le idee per la nuova musica hanno ricominciato a fluire, esattamente come avveniva anni fa.”

L’aspetto che secondo me è cambiato molto poco dalle origini dei Great White è la qualità della tua voce che nonostante siano passati tanti anni è sempre uguale. Qual è il tuo segreto?
“Ho iniziato a prendere lezioni di canto 25 anni fa e da quella volta non ho mai smesso di esercitarmi con scrupolo. Ho imparato come allenare la voce e da quella volta le mie performance si sono sempre mantenute a un buon livello. L’aspetto principale da curare è il riscaldamento nelle ore precedenti ai concerti. Prima di iniziare queste lezioni riuscivo a stento a completare un concerto mentre ancora oggi riesco a cantare per cinque serate di fila senza alcun problema.”

Ti ho fatto questa domanda anche perché in tutti questi anni tu non hai trattato benissimo il tuo corpo e immagino che il brano ‘My Addiction’ sia autobiografico a tal proposito.
“Si, hai ragione, in quel brano tratto di aspetti che non devono essere imitati perché sono molto pericolosi. Lo so perché ci sono passato, quindi ne posso parlare con cognizione di causa. Nel brano non cito mai la droga, ma parlo sempre di dipendenze perché ce ne possono essere di tanti tipi diversi e alla lunga nessuna fa bene all’essere umano. Cerco di avvisare chi si trova sull’orlo dell’abisso di quali possono essere i problemi, perché poi essere aiutati è veramente molto difficile.”

Hai mai pensato di scrivere un libro sulle esperienze estreme della tua vita che serva da monito a chi sta percorrendo una strada simile?
“È un progetto cui sto pensando da parecchio tempo. Ho già in mente parecchi dettagli e quello che serve è trovare una persona fidata e capace che possa dedicarsi ad abbellire la forma e la struttura delle esperienze che ho vissuto. Ma ci sono anche tanti aspetti positivi: fin dall’età di sei anni ho sempre saputo che sarei diventato una rock star. I miei genitori mi regalarono un album dei Beatles e quello fu il momento chiave della mia vita. Niente e nessuno mi avrebbe impedito di realizzare il mio sogno. A 17 anni conobbi Mark Kendall e così nacquero i Dante Fox che successivamente diventarono i Great White.”

Proprio il tuo stato di salute ha preoccupato non poco i tuoi fan negli ultimi anni. Come stai in questo periodo?
“Sto bene! Ogni anno va meglio anche se ogni tanto c’è qualche problema alla schiena …”

[A questo punto la voce viene coperta da un forte rumore e Jack si allontana per tornare dopo una decina di secondi / nda]
“Scusami, ma quando si vive su una barca a volte ci sono delle situazioni un po’ particolari …”

Vivi su una barca?
“Si, già da parecchi anni ho deciso di vivere sul mare a Redondo Beach assieme a mia moglie Heather. Questa è ormai la nostra quinta barca e credo che sia quella che volevamo fin dall’inizio. Adoro il mare e la barca mi offre la possibilità di muovermi dove voglio, esplorando sempre nuovi posti.”

Tornando alla musica, Jack, cosa ci racconti del brano ‘Sign Of The Times’ che è stato anche il vostro primo video? Mi pare una canzone che porta su di se i segni del passato, oltre che dei tempi.
“In realtà la mia voce sarà per sempre associata ai brani storici dei Great White, per cui qualsiasi cosa io possa cantare ricorderà sempre i Great White! A parte questo dettaglio di non poco conto non sei il primo a sottolineare questa similitudine stilistica, ma si tratta di un aspetto assolutamente non ricercato in quanto non ci eravamo ripromessi di creare reminiscenze di alcun tipo verso il passato. Quando scrivevamo i brani per l’album non c’era mai una particolare finalità da raggiungere. Se il risultato finale ci piaceva allora iniziavo a scrivere le melodie vocali e questo processo è lo stesso che ha visto la creazione di ‘Sign Of The Times’. Credo che questo nostro approccio, spontaneo e sincero, sia facilmente percepibile ascoltando l’album nella sua interezza. Infatti, tralasciando la mia voce che ovviamente non posso cambiare, i punti di contatto con i Great White non sono poi così frequenti. Non dimentichiamoci che chi si è occupato in prima persona della scrittura dei brani, oltre a me, non aveva mai scritto in precedenza canzoni dei Great White, per cui crediamo di essere andati per la nostra strada, ma senza rinnegare il passato.”

Ora anche la tua band è sotto contratto con Frontiers Records: come è nata questa collaborazione?
“Il contatto è nato grazie al mio manager Eric Baker che si è messo in contatto con Serafino Perugino della Frontiers. Gli ha fatto sentire un po’ di musica che deve averlo colpito positivamente visto che alla fine abbiamo firmato un contratto. Sai qual è la caratteristica che più ammiro della Frontiers? È che loro ne capiscono veramente tanto di rock’n’roll! Loro sanno apprezzare la buona musica e quando sono convinti della validità di un progetto vogliono che esca per la loro etichetta. Ci hanno aiutati in ogni modo per cui non posso che essere grato per il supporto che ci hanno dato.”

Il fatto che Frontiers sia anche la casa discografica dei tuoi ex compagni Great White è un problema per te?
“Ci sono più band che case discografiche, per cui è logico che una stessa casa discografica possa avere più di una band sotto contratto. Entrando nei dettagli, siamo due entità totalmente distinte e la nostra musica non ha nulla a che vedere con la loro. Pertanto non vedo alcun problema. Parlando seriamente, non c’è alcun tipo di sfida tra di noi perché ognuno segue tranquillamente la propria strada. Io sono totalmente soddisfatto di quest’album e la formazione che l’ha suonato è la migliore con cui abbia mai lavorato! Non posso dedicare il mio tempo a preoccuparmi di quello che fanno i miei ex compagni.”

So che la tua band ha avuto recentemente l’occasione di fare alcune serate nell’area di Los Angeles, una specie di release party per il nuovo album. Come sono andate le cose?
“È stato bello rivedere tanti amici e ogni volta che suoniamo a LA è sempre la stessa festa. Continuo a provare emozioni bellissime quando salgo sul palco e quando mi renderò conto che qualcosa è cambiato, la prima cosa che farò sarà salutare il mondo della musica. Per sempre! In verità non ho mai lavorato neppure un giorno in tutta la mia vita perché quello che faccio è cacciarmi nei pasticci, viaggiare da una parte all’altra dell’America o del mondo. Ma questi pasticci continuano a piacermi, oggi come 35 anni fa.”

A proposito di viaggi, vorrei sapere se hai una spiegazione per il fatto che i Great White hanno avuto molto più successo negli Stati Uniti piuttosto che in Europa.
“Per risponderti ti racconto un aneddoto che forse può chiarire un po’ la situazione. Nel 1987 i Great White erano finalmente riusciti a entrare in un tour veramente importante. Infatti dovevamo aprire per i Mötley Crüe durante tutto il tour europeo dell’anno successivo. Per i Great White sarebbe stata un’opportunità grandiosa che avrebbe potuto modificare in qualche modo la nostra carriera. Eravamo in una fase di importante crescita, ma il destinò ci giocò un brutto scherzo perché poco prima di iniziare il tour Nikki Sixx venne dichiarato clinicamente morto per overdose di eroina. Fortunatamente Nikki venne rianimato e si salvò, ma il tour venne cancellato. Da quella volta non abbiamo mai più avuto l’opportunità giusta per suonare in Europa e non volevamo limitarci ai piccoli club, organizzando il tour per conto nostro. Il risultato è che più del 90% degli show dei Great White fino al 2000 ha avuto luogo negli Stati Uniti.”

Poiché sembra che ottenere le autorizzazioni per viaggiare negli Stati Uniti è sempre più complesso, credi che ci siano speranze per chi vuole vederti suonare dal vivo in Europa?
“Assolutamente si! Ne stiamo parlando già da un po’ di tempo al nostro interno anche perché alcuni dei ragazzi non sono mai stati in Europa e sarebbero felicissimi di poter suonare da voi.”

Line-up:
Jack Russell – voce
Tony Montana – chitarra
Robby Lochner – chitarra
Dan McNay – basso
Dicki Fliszar – batteria

Discografia:
He Saw It Coming (2017)

Roman Owar

Roman Owar

La folgorazione, non proprio spontanea, ebbe luogo sui campi di basket dei Ricreatori di Trieste negli anni ’80, quando chi non ascoltava Priest, Maiden e Saxon era automaticamente fuori dal gruppo. Negli anni tante cose sono cambiate, ma non l’amore per il metal tradizionale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla carta stampata nel nuovo millennio, prima sulle colonne di Flash e successivamente su Metal Maniac. Credo fortemente nell’ispirazione divina di Kai Hansen e Michael Kiske, non ho mai avuto demoni al di fuori di King Diamond e mi permetto un’unica divagazione dalla “via classica” ovvero il progressive metal. Non capisco perché chi mi conosce sostiene che io non sia obiettivo a proposito dei Kamelot.

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