Loud Reports

HELLOWEEN – Il report del concerto @ Porsche Arena, Stoccarda (GE) – 11.11.2017

Per chi scrive, i due Keeper non rappresentano solo l’apice compositivo della carriera degli Helloween, ma sono ancora oggi il metro di paragone con il quale tante band devono confrontarsi quando compongono la loro musica. Sono sostanzialmente queste le ragioni per cui considero Hansen e Kiske come ideatore ed esecutore del perfetto esempio di fusione tra melodia ed energia nella musica metal. Ho avuto la fortuna di vedere due volte gli Helloween in formazione originale negli anni ’80 e, come tanti, ho sempre sperato di poter rivedere lo zio Kai suonare contro la schiena di Weiki con il re Kiske, al loro fianco, volare alle altezze siderali che solo lui può raggiungere. Il momento è arrivato grazie alla tanto anelata reunion in occasione della data di Stoccarda del ‘Pumpkins United World Tour’, 28 anni dopo la fuga di Hansen e 24 anni dopo il licenziamento di Kiske. Un tempo immenso, ma se questo enorme carrozzone è stato messo in piedi significa che la domanda era altissima, per cui i pochi detrattori possono mettersi l’animo in pace. La tesi che ci piacerebbe dimostrare è che le reunion – almeno quelle serie – sono eventi taumaturgici perché creano piacere, soddisfazione e, a volte, presentano una notevole componente tecnica. La data di Stoccarda ha confermato la prima parte della tesi, con l’aggiunta che lo show è stato preparato con una cura maniacale, non usuale nel mondo del metal. Un palco spettacolare, sormontato da un immenso schermo in HD che alternava in continuazione immagini in primissimo piano dei musicisti a piacevoli animazioni aventi come soggetto i contenuti dei brani e le copertine degli album. Se la sincerità di una reunion si misura in base all’affiatamento degli artisti e alla loro interazione sul palco, allora questo tour è la cosa più vera dopo lo sbarco dell’uomo sulla luna, senza tralasciare le ovvie ragioni di natura economica. La cosa incredibile è che in tutti i campi l’inserimento di due ‘nuovi’ all’interno di un gruppo consolidato crea sempre degli intoppi, di natura più o meno significativa. Vedere Kiske interagire con Deris rivolti al pubblico, o i tre chitarristi sull’orlo della piattaforma intenti a inondare l’audience con le proprie armonie significa che il progetto non solo è stato accettato da tutti, ma piace perché gli artisti dimostrano di divertirsi mentre lavorano. Poco conta che le umide serate in Sud America abbiano lasciato come indesiderato regalo ad artisti e crew una bronchite che non vuole sapere di andarsene, perché durante la conclusiva ‘I Want Out’ gli artisti sul palco sono stati i primi a colpire gli enormi palloni arancioni e neri che sono arrivati sul pubblico della Porsche Arena. La prestazione dei singoli artisti è stata impareggiabile e vorrei iniziare dal più bistrattato in questi ultimi anni. Mi riferisco ovviamente a Andy Deris, che soccombe in modo evidente nei brani in cui si esibisce con Kiske, ma dimostra una tenuta di palco che oggi non appartiene ancora a Kiske. Inoltre le sue doti di grande front man permettono di apprezzarne anche il lato istrionico che, specialmente dal vivo, ricopre una grande importanza. Da Kiske ci si attende la luna, ma in quest’occasione è stato ‘solamente’ ottimo. Mentre Deris è rimasto sul palco per la quasi totalità dello show, Kiske si è frequentemente accomodato dietro alle quinte e ciò contribuisce a dare credito a chi esprimeva dei dubbi sulla sua capacità di reggere ai soliti livelli per tutta la durata di un tour. Resta l’innegabile fatto che solo lui può dare la gusta dimensione ai brani dei due Keeper (‘da urlo ‘A Tale That Was’t Right’ e ‘I’m Alive’) e che i brani della discografia post ‘Chameleon’ in cui i due cantanti hanno duettato ai sono arricchiti di nuove colorazioni proprio grazie alle altissime tonalità di Kiske (‘Perfect Gentleman’ e ‘Why?’ su tutte). Kai Hansen è il perfetto alter ego di Michael Weikath! Tanto sorridente e dinamico l’uno, quanto musone e statico l’altro, ma vederli suonare di nuovo fianco a fianco quelle melodie che di fatto hanno segnato la nascita del power metal rappresenta la realizzazione di un sogno durato quasi 30 anni e l’unicità del momento è perfettamente recepita dall’esaltato pubblico. Kai Hansen è il cantante originale della band ed è quindi giusto che ci riporti alle origini, quando gli Helloween erano più vicini allo speed e la grezza potenza primordiale di brani come ‘Starlight’ e ‘Ride The Sky’ colpisce con la stesa intensità ancora oggi, nonostante la bronchite di Kai. Sascha Gerstner finisce schiacciato da queste due enormi personalità, ma ha il grande merito di ricoprire il proprio ruolo con umiltà, mettendosi al centro quando se ne presenta l’occasione. Un solo appunto Sascha: quel taglio di capelli è improponibile!
Markus Grosskopf è forse quello che durante la serata si è visto di meno, ma non è possibile che tutti siano contemporaneamente sulla passerella centrale. Il commento su Daniel Loeble mi permette di muovere un grande plauso all’organizzazione per la delicatezza dimostrata nei confronti di Ingo Swichtemberg, batterista originale della band, deceduto nel 1995. Durante l’assolo di batteria è stato proiettato un video di Ingo mentre suonava dal vivo e Loeble ha strutturato la seconda parte del suo assolo come se stesse facendo un duetto con Ingo. Un grande modo per far ricordare a tutti chi oggi non poteva essere sul palco e senza dover usare degli squallidi ologrammi. La scaletta è sostanzialmente quella che doveva essere perché il grosso vantaggio di suonare per 170 minuti consiste nel poter scegliere tante canzoni per non deludere nessuno. Inutile dire che gli intransigenti dei Keeper come me avrebbero preferito una riproposizione integrale di quei due album, ma ovvie ragioni di equilibrio all’interno della band hanno sconsigliato questa soluzione estrema. Resta la perplessità per la presenza di qualche brano non proprio tra i più riusciti del periodo Deris, come ‘Waiting For The Thunder’ e della b-side del secondo Keeper ‘Livin’ Ain’t No Crime’. Ci sarebbe piaciuto invece ascoltare ‘Victim Of Fate’ è ‘March Of Time’, ma sono dettagli di scarso significato innanzi alla grandezza della serata.
Si può affermare che il tour si sta rivelando un successo di pubblico e di critica: si susseguono i sold out, la gente all’uscita sorride beatamente, come se fosse stata toccata dalla benedizione dei Keeper, ma noi siamo i soliti incontentabili e dobbiamo muovere una critica, grande, alla reunion. Doveva avvenire dieci anni fa! La ragione di questo commento non va ricercata nella lunga e stressante attesa o in qualche minima sbavatura di qualche artista, ma nel fatto che gli Helloween hanno ormai dato tutto da un punto di vista creativo e risulta troppo ottimistico pensare che ci sia ancora la potenza compositiva per sfornare musica che possa guardare negli occhi l’ingombrante e maestoso passato. Al momento sulla rotta del tour non si vedono problemi che possono minare la stabilità di questa line-up allargata, per cui è presumibile che ci possa essere nuova musica griffata Helloween all’orizzonte, ma difficilmente il successivo tour potrà garantire una componente emozionale così elevata come quella del Pumpkins United World Tour. Per questa ragione il mio spassionato consiglio a chi non ha ancora il biglietto per sabato 18 è quello di procurarselo al più presto, perché l’evento non sarà mai più ripetibile nel futuro.

Foto di Luca Bernasconi (Zurigo, Samsung Hall – 10.11.2017)

Roman Owar

Roman Owar

La folgorazione, non proprio spontanea, ebbe luogo sui campi di basket dei Ricreatori di Trieste negli anni ’80, quando chi non ascoltava Priest, Maiden e Saxon era automaticamente fuori dal gruppo. Negli anni tante cose sono cambiate, ma non l’amore per il metal tradizionale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla carta stampata nel nuovo millennio, prima sulle colonne di Flash e successivamente su Metal Maniac. Credo fortemente nell’ispirazione divina di Kai Hansen e Michael Kiske, non ho mai avuto demoni al di fuori di King Diamond e mi permetto un’unica divagazione dalla “via classica” ovvero il progressive metal. Non capisco perché chi mi conosce sostiene che io non sia obiettivo a proposito dei Kamelot.

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