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HELL IN THE CLUB – It’s (not) only rock and roll

Dopo un lavoro notevole come ‘See You On The Dark Side’ (qui, la nostra recensione), non potevamo farci scappare l’occasione di scambiare due chiacchiere con Dave, voce degli Hell In The Club. Dalle prime impressioni generali sul disco a considerazioni più ampie sulla scena e sui fans, abbiamo avuto modo di conoscere meglio questo musicista con le idee davvero ben chiare, che ci ha regalato qualche risata e ci ha anche svelato un sogno di gioventù. Siete curiosi? Leggete la nostra chiacchierata e buono divertimento!
Ciao Davide e benvenuto sulle pagine digitali di Loud And Proud! Il vostro nuovo disco ‘See You On The Dark Side’ è uscito da qualche settimana e abbiamo una prima ondata di reazioni, sia da parte del pubblico che della stampa specializzata. Com’è stato per voi il primo impatto di questo disco?
“(Dave) Ciao e grazie mille a te! Bè, devo dire che l’impatto è stato davvero sorprendente, specialmente da parte della stampa che ha reagito davvero bene, per quanto abbiamo potuto vedere, a ‘See You On The Dark Side’. Non ci aspettavamo un numero simile di recensioni, siamo stati trattati come una band vera e propria e adesso ti spiego meglio perché dico questo: il trattamento riservato ai gruppi italiani non è sempre così, spesso si legge “pur essendo italiani hanno fatto un bel disco”, magari riferito anche a gruppi che ormai hanno un’esperienza ed una storia solida alle spalle. Il mood tende ad essere un po’ questo e invece ho notato che questa volta le recensioni sono state molto professionali, come per qualsiasi altra band del genere e la cosa mi ha fatto davvero piacere! Sai, a volte le band si nascondono proprio per evitare questa cosa, invece noi siamo fieri di essere italiani e finalmente vediamo qualcosa muoversi e cambiare in questo senso. Tante belle recensioni, tante persone che hanno apprezzato il disco, ma soprattutto c’è una cosa che ci ha fatto piacere e che ritroviamo in tutte le recensioni, cioè che in questo disco abbiamo raggiunto quella che è la nostra maturità, che il nostro sound è diventato assolutamente riconoscibile, pur non suonando un genere poi così originale. Nel rock, effettivamente non è che oggi si possa inventare più di tanto, ma vedere che molti concordano nel definire molto più maturo e personale il nostro sound non può che essere una grande soddisfazione.”
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Anch’io ho avuto questa impressione e l’ho scritto nella mia recensione, penso che ci sia una crescita ben delineata da ‘Let The Games Begin’ del 2011 ad oggi. Sembrate molto meno leggeri, se mi passi il termine, e più impegnati ad approfondire le vostre peculiarità. Non c’è solo hard rock in questo disco, c’è molto altro e forse è proprio la parte più interessante da vedervi esplorare, avete osato un po’ di più dire. Quali fattori vi hanno spinto tanto lontano?
“Ma guarda, concordo davvero con te su questo che hai detto, noi abbiamo iniziato questa band per divertimento. Siamo cresciuti con il rock e l’hard rock, è sempre stato un sogno nel cassetto quello di avere un gruppo hard rock. La nostra esperienza ci ha portato a militare in band che fanno altri generi e li adoriamo, ma il pallino della band hard rock ce l’abbiamo sempre avuto! Quindi divertimento insieme alle persone giuste, siamo partiti da qui e siamo diventati amici anche nella vita di tutti i giorni, poi ovviamente levato lo sfizio di aver fatto un disco divertente e senza pretese, pian pianino abbiamo continuato a suonare insieme esplorando anche quelle che erano le altre nostre influenze. Quindi siamo arrivati qui con la volontà di fare un percorso insieme, osando un po’ di più come dicevi giustamente anche tu, arrivando ad unire il divertimento ma anche l’attenzione alla costruzione delle canzoni, trovando le melodie giuste, scrivendo fondamentalmente della buona musica. Abbiamo curato sempre di più certi aspetti che magari all’inizio si tendeva a considerare meno, sai anche involontariamente a volte certe cose le tralasci, invece abbiamo trovato la nostra strada e credo che ‘See You On The Dark Side’ sia un ottimo risultato”

A me questo ragionamento fa pensare a pezzi come ‘Showtime’ o ‘A Crowded Room’, ci sento molta più solidità, quasi una teatralità che le rende molto affascinanti. Mi racconti qualcosa di più su come sono nati questi pezzi e sui testi, che ho trovato molto intensi e forse anche qui c’è stata più cura del solito?
“Inizio a risponderti dalla questione dei testi, che per noi sono importanti tanto quanto la musica, sia da ascoltatori che da musicisti. Noi abbiamo sempre parlato di ciò che abbiamo dentro, di quello che proviamo, per me un disco è sempre la fotografia del periodo che sto vivendo. Può essere un libro che ho letto, qualcosa che ho vissuto, un’esperienza che ho fatto ad ispirarmi. Anche in questo caso ci siamo un po’ lasciati andare, nel senso che il lato divertente naturalmente c’è, anche la leggerezza fa parte della nostra vita, ma abbiamo esplorato tutto lo spettro delle altre emozioni, cosa che ha ‘inscurito’ un po’ il nostro sound. Questo per me ha donato una sfumatura in più alla nostra musica, ad esempio ‘A Crowded Room’ è nata dopo che Andy (Buratto, bassista della band, ndF) ha letto un libro su Billy Milligan e sul suo disturbo dissociativo dell’identità, è rimasto affascinato dalla storia e insieme abbiamo dato vita al pezzo. Esprimersi cercando di dar voce a dodici diverse personalità non è stato facile, ma abbiamo ottenuto un pezzo teatrale, più lungo e complesso, ma abbiamo dato sfogo alla nostra creatività. ‘Showtime’ invece è nata da un’idea che Picco (chitarrista, ndF) mi aveva fatto sentire addirittura per il disco precedente, ma poi non l’avevamo mai sviluppata. Ho ripreso in mano io l’idea perché mi era rimasta in testa e per questo disco è venuta fuori anche abbastanza velocemente, è uno di quei pezzi che non credevi sarebbero mai arrivati e invece eccolo.”

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E direi che il risultato è notevole, specialmente nella ricezione da parte dei vostri fans. Voi avete sempre avuto una fanbase molto attiva e fedelissima, come vivete il rapporto con i fans in giro per il mondo, a partire da quelli italiani, che vi amano moltissimo? C’è qualcosa che ti diverte e qualcosa che per qualche motivo ti spaventa, nel comportamento dei fans? Puoi dire qualsiasi cosa, non la censurerò!
“Ahahah… Ah bè, devo dire che quando sai che ci sono persone che amano ciò che fai, è sempre qualcosa di speciale. La musica la facciamo per noi stessi, va bene raccontarsi questa storia, ma dal momento che ci esponiamo e ci mettiamo davanti a chi ci ascolta, dobbiamo sapere come arriviamo e tenerne conto. Una cosa che mi spaventa è quando si arriva ai livelli dello stalking, ma devo dire che non ci è mai successo nulla di così grave! A volte si rischia di scambiare per invadenza quella che invece è passione per ciò che fai, quindi va presa nel modo giusto. Ora però speriamo che chi leggerà questa intervista non si senta autorizzato a chiamarmi tutti i giorni! Ahah…”

Non sia mai che incoraggiamo lo stalking! Ma senti, tornando a cose più serie, all’inizio della nostra intervista mi hai detto che a volte il mood con cui si affronta un disco di un gruppo italiano è diverso rispetto a quello con cui si ascoltano gruppi esteri. Voi siete un bell’esempio di made in Italy totale: gruppo, produttore, etichetta… è importante sottolineare che non c’è bisogno di andare troppo lontano per trovare delle eccellenze? Cosa c’è che ancora non gira come dovrebbe per tenerci sempre in cima, gli ingredienti ci sono tutti…
“Questa è una bella domanda… prima di tutto dipende da noi, spesso come ti dicevo si tende quasi a nascondere il fatto di essere italiani. Io sono per metà inglese, ma mi sento italiano e ne vado fiero. Quello che dici è vero ed è difficile da spiegare, la colpa si trova nel mezzo secondo me: un po’ sta nella mentalità del pubblico, guarda in paesi come la Finlandia che supporto hanno le band locali, non per fare sempre il solito esempio, ma lì succede questo. Quindi già questo da noi non accade, vuoi perché storicamente le cose migliori in questo genere sono arrivate da fuori, statisticamente ci sono arrivati eccellenza dagli USA, dalla Germania, ecc… Dentro di noi c’è un po’ il seme di vergognarsi un po’, forse per via della politica, della società, non saprei… l’unica cosa di cui non ci vergogniamo mai è la cucina! (ride) Secondo me è l’insieme di queste due cose, di band storiche italiane che hanno sfondato non ce ne sono tantissime, con tutto il rispetto! Oggi c’è molta più attenzione a quelli che un tempo erano punti deboli, la pronuncia, la scrittura dei testi, passate queste cose, con il duro lavoro chi vale emerge. Noi ci proviamo, ma ti basta vedere il lavoro che ha fatto e sta facendo Frontiers: sono italiani, ma ormai non se lo ricorda più nessuno! Nel senso che il lavoro è ottimo e nessuno dice più “per essere italiani”!”

Speriamo che questo sia un trend anche per la musica che pubblica Frontiers, non solo per loro. Senti, a proposito di simboli ed esempi, tu sei il frontman di due gruppi pieni di energia come Hell In The Club ed Elvenking, come fai ad essere sempre così esplosivo sul palco, da dove peschi tanta vitalità?
“Per questo nella vita di tutti i giorni sono un morto vivente (ride)! Consumo tutta l’energia sul palco! Scherzi a parte, sono praticamente due lavori a tempo pieno, oltre ad un lavoro principale che aiuta perché vivere di sola musica è difficile. Credimi, è una bella sfida, ma finché c’è l’energia, ci provo! Io davvero comunque quando scendo dal palco, non ti dico che sono un morto vivente, ma ho bisogno della mia tranquillità!”

E a proposito di palco, siete pronti a tornare in tour per promuovere il nuovo disco, c’è qualcosa di veramente folle che ti piacerebbe fare sul palco? Qualcosa che sognavi di fare quando eri ragazzino e ti immaginavi sul palco davanti al tuo pubblico… se, ti capitava di sognarlo, naturalmente?
“Certo! Ma il mio sogno non era così folle, in realtà sognavo di fare uno spettacolo come quello che facevano i Queen e i Guns N’ Roses, sai il piano, scenografie grandiose, luci, palco. Probabilmente non succederà mai, ma uno show come quelli dei gruppi che adoro mi piacerebbe. Anche qualcosa con le scenografie pazzesche tipo gli Iron Maiden, questo è un sogno ad occhi aperti!”

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Bene, allora ci prepariamo ai prossimi concerti degli Hell In The Club pieni di pupazzi e luci strobo! Vuoi salutare i lettori di Loud And Proud con un messaggio? Con qualsiasi cosa tu voglia dire a tutti noi!
“Ahah… certo, prossimi concerti pianoforte, luci, scoppi! Scherzo, intanto vi ringrazio per lo spazio che ci avete concesso e grazie per la tua recensione! Spero che chi non ci conosce ancora abbia la possibilità di ascoltarci, oggi è facile con Spotify e tutti i social su cui si trova facilmente la nostra musica. Dateci una possibilità con un ascolto, poi può piacere o non piacere, ma ascoltate! Per il resto, stiamo organizzando varie date in Italia e all’estero, ci sono tante novità in serbo e spero di vedervi tutti prestissimo!”

Discografia:
Let the Games Begin (2011)
Devil on My Shoulder (2014)
Shadow of the Monster (2016)
See You On The Dark Side (2017)

Line-up:
Dave – voce
Picco – chitarra
Andy – basso
Lancs – batteria

Fabiana Spinelli

Fabiana Spinelli

Classe 1983, iniziata dai Metallica, stregata dagli Helloween ed infettata dai Mercyful Fate. Una passione per tutta la musica rock e metal, dal thrash al death, dal progressive all'AOR, portatrice sana di power metal. Sono cresciuta collezionando le care vecchie riviste musicali, vivo per la musica live, incollata alle transenne dei concerti di mezzo mondo. Ho collaborato per tanti anni con Heavy Worlds, speaker radiofonica per Radiogas.it con la mia trasmissione 'Sick Things', dove unisco l'amore per la musica a quello per la letteratura e il cinema horror.

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