Loud Reports

GRAVE DIGGER – Il report del concerto @ Circolo Colony, Brescia – 07.10.2017

E’ sempre un piacere vedere il pubblico rispondere in maniera positiva all’arrivo di una band. Tanto più se la band in questione ha una lunga storia alle spalle, tanto da meritare rispetto per la propria passione e coerenza. E’ quello che succede questa sera al Circolo Colony bresciano, che ci offre la prima serata di livello della nuova stagione, almeno per quanto riguarda l’heavy metal classico. Stiamo parlando dei Grave Digger, un gruppo che negli anni Ottanta ha fatto davvero la storia del metal teutonico, per poi togliersi soddisfazioni importanti anche nelle decadi successive.

Procediamo con ordine però. La prima band a salire sull’ampio palco del club sono i Ricercados, a me finora del tutto sconosciuti. Scopro in seguito che arrivano dalla Sicilia e che hanno organizzato un vero e proprio tour in giro per l’Italia. Si lasciano ascoltare, anche se l’influenza maggiore che traspare dalla loro musica è quella dei Litfiba di ‘El Diablo’, abbastanza lontana rispetto alle atmosfere della serata. Ben più legati al classico heavy metal sono i romani Noveria, peraltro forti di due album e di un deal con la Scarlet Records. L’esperienza della band è evidente anche on stage, come pure la qualità della loro proposta sonora, che mescola sonorità tradizionali e passaggi di ispirazione prog/power – non a caso della band fanno attualmente parte membri di DGM e Kaledon. Se la musica c’è. anche l’attitudine è quella giusta, e non ci mettono troppo a tirare dalla loro parte un pubblico che si fa man mano più numeroso. Da Roma arrivano anche i Lady Reaper, che mostrano un approccio più melodico e tendente all’hard rock. Qui l’entusiasmo non si discute, come pure l’attitudine che la band mostra sul palco, anche se resta da lavorare sulla presenza e sulla compattezza del suono on stage. Interessanti comunque, soprattutto pensando al futuro… Il primo pensiero che si accosta ai Grave Digger è probabilmente quello del passato, anche se l’ultimo ‘Healed By Metal’ ha mostrato come la band tedesca sia ancora in piena forma, come peraltro questa sera ci confermerà. Gli stagionati metaller teutonici salgono sul palco in lieve anticipo sul programma, proprio con la title-track del loro ultimo disco, subito doppiata dall’altrettanto recente ‘Lawbreaker’. Bastano due pezzi per capire che la serata sarà buona, con un Chris Boltendahl che non smetterà mai di sorridere. ‘Witch Hunter’ è il primo tuffo nel passato della band, verso anni in cui molti dei presenti non erano ancora neanche nati… Stefan Arnold alla batteria si conferma il vero motore della band, mentre Axel Ritt mette la sua arte chitarristica al servizio dei pezzi, non dimenticandosi mai di posare come una vera rockstar. La setlist è ben equilibrata tra passato e presente (tra i pezzi nuovi funziona bene ‘Hallelujah’), concedendosi anche un intermezzo acustico con la malinconica ‘The Ballad Of Mary’. Il pubblico si è fatto numeroso e incoraggia con calore una band che appare comunque in palla. Quando Chris inizia a raccontare di una spada, è chiaro che sta per arrivare ‘Excalibur’, primo di una serie di classici che ci porteranno verso la chiusura dello show. Che nella sua parte regolare arriva con ‘Rebellion’, con tanto di “morte nera” in giro per il palco, armata di cornamusa. Breve pausa, prima dell’accoppiata conclusiva composta da ‘Round Table Forever’ e soprattutto dall’inno ‘Heavy Metal Breakdown’, vera e immortale signature song della band, riproposta con tanto di classico stacco finale, a scatenare per l’ultima volta il pubblico. Pubblico che ancora una volta ha visto all’opera una formazione solida, capace di convincere in quella che è la sua dimensione più congeniale, ovvero il palco. Palco che esalta i classici del passato, ma che fa rendere al meglio anche i brani più recenti, ed in fondo è giusto che sia così. Anche oggi, il Becchino ha lasciato il suo segno…

Testo di Sandro Buti, foto di Luca Bernasconi

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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