Loud Reports

FRONTIERS ROCK FESTIVAL IV – Il report del festival @ Live Music Club, Trezzo sull’Adda (Mi) – 28 + 29 + 30.04.2017

Chi ha voglia di leggere un report che elenca didascalicamente tre giorni di musica? Scalette e line up che potete trovare quasi in tempo reale ovunque in rete? Pochi di voi, immagino.
Bene, allora proviamo a raccontarvi una storia: c’erano una volta un blackster, un powermetaller e una fangirl ad un festival hard rock ed AOR. Questo grande evento è alla sua quarta edizione e senza troppi proclami, sta diventando uno degli appuntamenti più attesi della stagione dei festival italiani, che diciamolo, contrariamente a quanto vorrebbero farci credere i detrattori esterofili, gode di ottima salute. Lo dimostra la mole di pubblico che abbiamo visto muoversi in questo soleggiato fine settimana milanese, tra sciarpette leopardate e glitters. Ma torniamo alla storia e troviamo dei nomi fittizi ai nostri protagonisti, diciamo Alberto, Roman e Fabiana. Tre persone con gusti molto diversi e due su tre senza cotte adolescenziali per Danny Vaughn, hanno trovato il modo di divertirsi e questo la dice lunga sull’eterogeneità e il valore dei gruppi che si sono alternati sul palco. Dividiamo il viaggio in tre giorni, così è più facile ritrovarvi in questa storia, se ne siete stati protagonisti, oppure spulciare le impressioni sui vostri gruppi preferiti se siete stati assenti ingiustificati.

28 aprile – Acoustic Show @ Devero Hotel, Cavenago (MI)

Location suggestiva ed elegante per aprire le danze del Frontiers Rock Festival IV: pubblico selezionato e dotato di VIP Ticket, atmosfera da party tra amici ed una scelta di set acustici che si rivelano essere un gustoso assaggio di quello che ci aspetta nei prossimi giorni. Il primo ad arrivare è Michael Palace, che vedremo ovunque e costantemente da questo momento in poi, con espressione beatamente alcolica ed un evidente conflitto con il suo parrucchiere. Sul palco si alternano appunto Palace, una versione da brividi dei Revolution Saints e Milijenko Matijevic, che ci regalerà un momento così grande ed intenso che non riuscirà a replicare il giorno dopo. Mi faccio coraggio e chiedo una foto con Danny Vaught, e qui la vostra fangirl dopo la brillante frase “Non vedo l’ora di sentirti cantare”, da leggere con voce tremante e virginale rossore, arguisce dalla risposta “Adesso!” che i Tyketto faranno un piccolo set fuori programma. E poi è il turno di Jim Peterik, che sfodera la sua Gibson, capelli e stivali viola, e si diverte così tanto su quel piccolo palco da coinvolgere tutti, facendoci pensare che a quell’età, con quell’entusiasmo si arriva solo se il rock and roll ti scorre davvero nelle vene. Piccola chicca, ‘Eye of The Tiger’ proposta in coppia con uno straordinario Alessandro Del Vecchio, chiude una serata intima ed emozionante e ci lascia pronti per il festival vero e proprio.

29 Aprile – Day 1

Arriviamo presto in un locale già notevolmente pieno di un pubblico variopinto che si gode il sole dell’ampia area esterna del locale. La giornata di concerti si apre con i Palace e il progetto del ricciuto cantante spreca un’ottima occasione per mettersi in luce. Prestazione deludente per un gruppo che sembra impacciato ed intimorito, ma non può esserci solo l’emozione dietro ai troppi errori tecnici dei musicisti, che dovranno lavorare davvero molto in sede live per riguadagnare la fiducia dei presenti. Si migliora con i finlandesi One Desire, forti di un debut album che tanti dimostrano di conoscere, cantando ed incitando una folla già scalpitante. Il pubblico durante l’esibizione fa davvero da dodicesimo uomo in campo, aiutando Jimmy Westerlund&co. che pur regalando una prestazione positiva, mostrano di aver tutto da imparare dai gruppi successivi, soprattutto per quanto riguarda grinta e mordente. Orari svizzeri e cambio palco lampo portano i Crazy Lixx a tavola in tempo per l’orda di glamsters affamate che si accalca sottopalco. Sfrontati, mezzi nudi e decisamente efficaci, gli svedesi snocciolano una setlist gustosa, saltando sul palco con la nuovissima ‘Wild Child’ e continuando a spargere ormoni impazziti per la sala con ‘Heroes Are Forever’ e ‘Hell Raising Women’. Promossi a pieni voti, scuotono il torpore pomeridiano e spianano la strada all’entusiasmo crescente per gli Eclipse. E veniamo alla band di Erik Mårtensson, che con una performance perfetta mette d’accordo anche il blackster e il powerone, perché la fangirl non fa testo, è troppo occupata a commuoversi sottopalco con una versione da brividi di “Downfall Of Eden”. Il gruppo crede fermamente nel loro ultimo album ‘Monumentum’ e presenta una scaletta incentrata sul nuovo materiale, con perle come ‘Vertigo’ e ‘Hurt’. La folla è letteralmente incendiata dalla prova degli svedesi, che tengono il palco dando davvero tutto e comportandosi come se fossero gli headliners della serata. Il singolo ‘Never Look Back’ getta benzina sul fuoco, la splendida ‘Black Rain’ lenisce tutte le ferite e un inaspettato duetto con Michele Luppi ci regala una versione incredibile di ‘Jaded’. Gli Eclipse non sbagliano un colpo e scendono dal palco del Live da vincitori assoluti. Tutto il pubblico ora è in attesa spasmodica del primo show in assoluto dei Revolution Saints ed è al nostro Alberto che freme in prima fila che lascio la parola, segno che mostri sacri come Deen Castronovo, Jack Blades e Doug Aldrich, travalicano ogni genere.

Quando finalmente i “santi” si manifestano come un’apparizione religiosa, la botta emozionale che colpisce i presenti è davvero notevole. Jack Blades, bassista storico di band quali Night Ranger e Damn Yankees è palesemente felice, carico ai limiti della sovraeccitazione. Canta bene, si muove sicuro e prende spesso il microfono sia per cantare che come “porta voce” della band. Dean Castronovo è un mostro. Punto. Suona la batteria come pochi al mondo e contemporaneamente riesce a graffiare con la sua voce roca ed altissima, perfettamente intonato e con un vibrato da brividi. Si alterna dietro il drumkit con il suo roadie, prendendo il centro del palco per esibirsi come cantante… ed è lì che vediamo anche la sua emozione, che ci viene riversata addosso a badilate e restituita centuplicata. Doug Aldrich… beh… lui è Doug Aldrich: suona con apparente facilità assoli tecnicamente ineccepibili, mostrandosi nel suo splendore iconico e senza tempo. Orgoglio italiano il nostro Alessandro Del Vecchio, discreto nell’accompagnare alle tastiere queste tre vere icone, che cantano molti brani che lui stesso ha scritto e prodotto per questo strepitoso progetto (Alberto Biffi).

Il tempo di incrociare altri sguardi estasiati e bere una birra ed ecco che la voce di Danny Vaughn riempie il Live con la sua carica sensuale e i Tyketto irrompono con la forza di ‘Don’t Come Easy’, un album del passato che oggi compie 26 anni e riesce ancora a sorprendere. Una prova brillante, travolgente, che entusiasma e tira fuori la voce di tutto il pubblico. C’è spazio anche per qualche extra come l’intensa ‘Reach’ in chiusura dello show, con Danny che ci mostra chiaramente che ha fatto un patto col diavolo (per la gioia del nostro blackster di fiducia): tutti vediamo il sorrisetto beffardo su ‘Forever Young’, ad imperitura conferma. È ora degli headliners, gli Steelheart e qui le strade dei nostri personaggi si dividono: la fangirl trova interessante lo stravolgimento di pezzi come ‘Blood Pollution’ e ‘Livin’ The Life’, mentre il blackster e il powerman, disturbati anche dai pettorali oliati di un Milijenko Matijevic decisamente sopra le righe, storcono il naso. E non solo loro, il pubblico è visibilmente diviso tra queste due impressioni, addirittura molti lasciano la sala prima della fine dell’esibizione. La verità forse sta nel mezzo, perché se è vero che la sfrontatezza e l’eccesso dello show ha convinto la frangia più spavalda dei fans, durante un festival una performance che coinvolga tutti ha sicuramente più valore e decreta un successo che agli Steelheart stasera è mancato. Solo la conclusiva ‘We All Die Young’ mette tutti d’accordo, in un coro che regala una grande emozione… e per qualcuno, un sottile rimpianto.

30 Aprile – Day 2

I vostri eroi decidono che visto che non si dorme da due giorni, birra e patatine si possono mangiare anche a colazione. Ed ecco che così rifocillati ci catapultiamo al Live per la seconda giornata del festival: la sola presenza in cartellone degli L.A. Guns comporta una fauna decisamente più pittoresca e portatrice sana di tamarraggine, situazione in cui sempre un personaggio su tre di questa storia si sente perfettamente a suo agio. Ma andiamo con ordine, oggi tocca agli svedesi Cruzh aprire lo show e lo fanno con un set di sette pezzi semplici semplici, che non lasciano segni indelebili ma si fanno ascoltare e mettono tutti di buonumore. La qualità fa un deciso balzo in avanti con i Lionville, band nostrana trascinata dalla splendida prova di un Lars Säfsund (già cantante dei Work Of Art) in forma smagliante, che si rivela una delle sorprese più gradite della giornata. I nostri sono precisi e diretti nel loro rock di gran classe ed eleganza, e conquistano senza difficoltà il pubblico del festival. L’intensa ‘Here By My Side’, la brillante ‘No Turnin’ Back’ e il sospiro finale di ‘With You’, fanno risplendere questi musicisti che lasciano parlare la loro musica ed arrivano davvero al cuore di tutti. E torniamo a dividerci sull’esibizione degli Adrenaline Rush, noi tre come più o meno tutto il pubblico presente: a destra, tutti quelli che di questo gruppo guardano solo i video col muto, a sinistra quelli che li ascoltano. Ah no, li ascoltiamo tutti dopo aver superato l’impatto iniziale della folgorante Tave Wanning, che disarma con la sua bellezza e presenza scenica. Ma poi viene il contenuto e qui la procace cantante zoppica: la definizione migliore dell’esibizione di questa band è ancora una volta quella del nostro Alberto, che cito “puro ed esplosivo hard rock che viene letteralmente disinnescato dalla voce adolescenziale della bella cantante”. Sensazione che non riusciamo a superare, la prova del gruppo per la sottoscritta è buona, ma non riesce ad essere incisiva e coinvolgente, vista anche la penalizzante posizione tra le performances scoppiettanti di Lionville e Kee Marcello. Forte di un buon lavoro come ‘Scaling Up’, il buon Kee si rende protagonista di uno spettacolo che gli rende giustizia, supportato da un ottima band e dalle sue dita, che hanno ormai macinato migliaia e migliaia di note in giro per il mondo. Un ottimo show che rappresenta un punto fermo in questa seconda giornata di Festival, con pezzi nuovi di zecca ed efficacissimi come ‘Get On Top’ e ‘Don’t Miss You Much’, alternati alle attesissime cover degli Europe, su tutte ‘More Than Meets the Eye’, ‘Superstitious’ e la sempreverde ‘The Final Countdown’. Altro giro, altro anniversario: il debut album degli Unruly Child compie 25 anni e bisogna festeggiare, filmando l’intera prova alla corte di Marcie Free. Un’esibizione di gran classe, guidata dalla voce potente della biondissima cantante e dalle cavalcate di Larry Antonino e Jay Schellen. Si comincia con ‘Wind Me Up’ e ‘Lay Down Your Arms’, per cantare tutti insieme sulle note di ‘Let’s Talk About Love’; c’è anche spazio per qualcosa di più recente come ‘This Is Who I Am’, per una prova che è senza dubbio una delle migliori della giornata. Nel frattempo, il colorato pubblico della giornata ci vortica intorno tra lotterie, brindisi e concorsi (anche il nostro, che ha fatto felici due fedelissimi lettori scaraventati tra le braccia degli Eclipse e degli Adrenaline Rush) e l’atmosfera di festa è davvero coinvolgente, innescando conversazioni in diverse lingue vista la grande affluenza di spagnoli, tedeschi ed inglesi. E un lituano, Michael Palace, con cui tutti continuano a farsi foto e ad incoraggiare, non dite poi che i metallari non si fanno prendere dalla tenerezza.

Ci pensano gli L.A. Guns a prenderci per i capelli e ributtarci sporchi e sudati sulla via del rock and roll più grezzo e sanguigno: e se hanno fatto innamorare anche il blackster della nostra storia… leggere per credere. Eccoci a parlare della band che probabilmente ha avuto il maggiore impatto e la massima aspettativa. Chi vi scrive si ricorda di una birra bevuta insieme ad uno sbarbato Tracii Guns, loquace, capelli corti, tatuaggi in evidenza. Oggi mi ritrovo sul palco un vero animale testosteronicamente carico. Capelli lunghi, barbone incolto, una splendida Les Paul con tanto di ponte Bigsby, in un dualismo stupendo tra strumenti vintage e suoni prepotentemente heavy. Una potenza sperata ma inaspettata, una scaletta perfetta (‘Sex Action’, ‘Killing Machine’, ‘Bitch Is Back’… volete altro?) ed un ritrovato figliol prodigo, quel Phil Lewis che sembra tanto la nostra vecchia zia in un completo di pitone e capelli tinti… ma canta da paura. Fa impressione vederli insieme sul palco, una bella impressione. In ambito “stradaiolo” è innegabile che Guns sia uno dei pochi veri virtuosi della sei corde (insieme al dimenticato e sottovalutato Joey Allen dei Warrant) e non smette un minuto di ricordarcelo. Accordi grassi e potenti, assoli al fulmicotone che incollano i moltissimi astanti accorsi per la band. Toppe degli L.A. Guns a perdita d’occhio sono sintomatiche su quanto la band fosse attesa ed ammettiamolo: hanno fatto uno show immenso, sicuramente il più potente, heavy e terremotante dell’intero festival. Grandiosi. (Alberto Biffi)

‘Everyone’s a Star’ dicono i TNT: vero, ma qui la loro stella brilla davvero luminosa. Visto che l’umore generale è da festa di compleanno, allora festeggiamo i 30 anni di ‘Tell No Tales’, con un Tony Harnell in gran forma che regala una prestazione notevole. La carica c’è, una scaletta incredibile pure: i TNT non deludono le aspettative, anche quando Ronni Le Tekro si perde in chilometrici assoli e ci ritroviamo a guardare più il suo look in total white piuttosto che concentrarci sulla sua chitarra. Ma sono i colpi ben assestati di ‘Intuition’ e ‘Downhill Racer’ che ci fanno sentire un unico grande cuore, una sola voce: per dirlo ancora con le loro parole, ci fanno sentire ‘10,000 Lovers (In One)’.

Come finisce questa storia? Finisce con i vostri tre affezionati personaggi che finalmente si siedono, si guardano in faccia e si reputano soddisfatti. Abbiamo discusso, ci siamo divisi su alcuni giudizi, ci siamo entusiasmati e ci è rimasta poca voce, elementi che dalle nostre parti si leggono come un successo. Al prossimo anno Frontiers Rock Festival, long live rock and roll.

Foto di Roman Owar

Fabiana Spinelli

Fabiana Spinelli

Classe 1983, iniziata dai Metallica, stregata dagli Helloween ed infettata dai Mercyful Fate. Una passione per tutta la musica rock e metal, dal thrash al death, dal progressive all'AOR, portatrice sana di power metal. Sono cresciuta collezionando le care vecchie riviste musicali, vivo per la musica live, incollata alle transenne dei concerti di mezzo mondo. Ho collaborato per tanti anni con Heavy Worlds, speaker radiofonica per Radiogas.it con la mia trasmissione 'Sick Things', dove unisco l'amore per la musica a quello per la letteratura e il cinema horror.

Post precedente

DREAM EVIL - L'anteprima di 'Six'

Post successivo

KILLIN' BAUDELAIRE - Tour UK a settembre