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FREIGHT TRAIN – ‘I’

Partiamo subito da quello che non ci piace in questo (comunque interessantissimo) CD. Prima di tutto… vi preghiamo… basta intro! Ma dove sono finiti i bei tempi in cui inserivi la cassetta nel “registratore”, premevi il durissimo tasto “play” ed attaccava subito un bellissimo riff che ti faceva dimenticare le 15.000 lire spese? Adesso ogni disco deve avere un intro (e magari alcuni anche una outro). Ve lo diciamo, siamo schietti: la ascolteremo solo la prima volta, poi quando avremo capito che il primo pezzo è in realtà la seconda traccia, lo bypasseremo sempre. Ma davvero. Altra cosa? Un artwork che non ci colpisce per nulla, anzi è oggettivamente anonimo. Ragazzi è il primo disco! E fate una copertina che ci colpisca! Non siete i Metallica e purtroppo per ora non basta il vostro nome sconosciuto. Ok. Mi sono sfogato. Adesso parliamo della bella musica che i bravi e giovani Freight Train (anche qui, mi vedo la gente a pronunciare il vostro nome: “freittrein”, “freightrain”, “feighttein”, “si insomma, quelli che hanno fatto il disco che si chiama “Uno”). I Nostri propongono un (per nulla patinato) AOR di chiara estrazione americana, ma con un occhio al gusto e all’intelligenza musicale italiana. Sembra un controsenso che in una terra di tradizione melodica, sia proprio l’AOR il genere che più latiti, affogato tra le mille (prestigiose) proposte che metallizzano il nostro storico progressive, e le milioni di aggressioni sonore, figlie del nostro pionieristico passato nel metallo più estremo. Eppure qui abbiamo anche la Frontiers, etichetta leader al mondo per quanto riguarda la melodia elettrificata. Se escludiamo le band più muscolarmente hard rock (pur melodico che sia), di AOR ci resta davvero poco in mano. A memoria di chi vi scrive, mi sovvengono solo nomi come: Edge Of Forever, Elektradrive, Lionville e pochissimi altri.

I Freight Train si fanno alfieri di un genere che in Italia è ascoltato molto , ma suonato poco. E sopratutto sono bravi. Inizialmente non siamo stati molto convinti della produzione che ci saremmo aspettati molto più “bombastica” e potente, ridondante. Ascoltando (con molto piacere) diverse volte questo ‘I’, alla fine conveniamo che si, poteva essere decisamente migliore, ma valorizza tutti gli strumenti, permettendoci di ascoltare degli ottimi musicisti che scrivono grande musica. Qui siamo in pieno territorio Journey (dei quali, la band, propone la cover di ‘ Any Way You Want It’), con chitarre virtuose ma di gusto eccelso, una voce che ricalca le orme di Steve Perry, anche se in una versione decisamente più “secca”, meno soul e con diverse sfumature in meno. Non che Ivan Mantovani non sia un ottimo singer, anzi: la sua voce rappresenta decisamente l’arma vincente di questo gruppo, con un estensione che a volte lascia davvero interdetti. E qui non si punta solo al ritornello stucchevole cari miei. Qui si suona. Sentitevi come questo sestetto chiude “all’italiana” un pezzo coinvolgente e sentito come ‘Another Chance’, che ha molto (come mood) degli Europe di ‘Prisoners In Paradise’. Un po di Whitesnake con il bridge che sfocia nell’assolo, nel brano ‘Here I Am’. Journey a profusione con la dolce ‘Somewhere, Someday’, con un crescendo davvero corale ed emozionante. ‘Prelude’ è un intermezzo acustico piacevole ma trascurabile. ‘Reach For The Stars’ è forse il pezzo più debole del melodico lotto, pur pensata come “inno” da cantare a squarciagola durante i loro live. Dopo la sopra-citata cover dei Journey abbiamo la riproposizione in chiave acustica della splendida ‘Into The Fire’. Concludendo, un disco che per essere apprezzato dev’essere ascoltato e ri-ascoltato, confermando qualora ce ne fosse ancora bisogno, che musica melodica non significa musica “semplice”. Li avevamo sottovalutati… e ci hanno fregati! Bel disco.

Tracklist:
01. The Beginning
02. You Won’t Fall
03. Into The Fire
04. Another Chance
05. Here I Am
06. Somewhere, Someday
07. The Prelude
08. Reach For The Stars
09. Any Way You Want It (Journey Cover)
10. Into The Fire (Acoustic version)

Line-up:
Ivan Mantovani – voce
Enrico Testi – chitarra, voce
Andrea Cappelletti – chitarra
Anton Bagdatyev – tastiera, voce
Lorenzo Pucci – basso, cori
Mattia Simoncini – batteria

Editor's Rating

Alberto Biffi

Alberto Biffi

Alla tenera età di 11 anni fui folgorato sulla via di Damasco da una voce divina e soprannaturale (Bruce Dickinson), che mi guidò sulla retta via del Signore (R.J. Dio). Da allora ho vagato nel mondo metal cercando la mia giusta collocazione; dapprima come groupie (ma dovetti rinunciare presto, troppo brutto e peloso), poi come musicista coinvolto in innumerevoli progetti nell'area rock lombarda ed infine come umile scribacchino digital-musicale. Già redattore per Truemetal.it, Italiadimetallo.it, Metalitalia.com, Suonidistortimagazine.it ed altre innumerevoli realtà minori ma sempre e comunque professionali ed appassionanti, mi accingo ad iniziare questa nuova entusiasmate avventura con loudandproud.it.

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