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FEN – ‘Winter’

Recensire questo quinto album dei Fen non è affatto semplice. Settantacinque minuti di musica stratificata, ponderata, studiata al minimo dettaglio pregna dell’umidità delle Fenland, terra di origine della band. Le sonorità di questo nuovo ‘Winter’ dondolano tra momenti black, sostenuti da un songwriting efficace e malvagio, e atmosfere post-rock non sempre in perfetto equilibrio ma che, proseguendo con gli ascolti acquistano un’efficacia ed un potere immensi. Quale potere? Quello di spingere l’ascoltatore attraverso i sei pezzi che compongono il disco attraversando tutti i dubbi e le sensazioni che si possono palesare di fronte alla vita e, quindi, alla morte in un continuo scendere e risalire attraverso picchi e vallate emozionali. Con la prima canzone – se così è giusto chiamarla –  ‘I (Pathway)’ i Fen ci introducono, durante 17 minuti pieni di atmosfera e di riff ipnotici, al mood di cui saranno inzuppati i restanti cinque momenti dell’album.  Purtroppo l’ombra lunga degli Agalloch rende difficile distaccarsi dall’idea che i Fen avrebbero potuto osare un po’ di più, creare un suono meno derivativo e più personale, fermo restando che l’atmosfera dell’album sia melmosa ed allo stesso tempo ghiacciata come richiesto dai canoni di questo nuovo atmospheric-post-black. Grandiose a nostro avviso le parti black che raggiungono l’apice nel terzo brano ‘III (Fear)’ in cui c’è quel sentore di fiordi e di Norvegia che quando si tratta di album simili non fa mai male. Anzi. Un album da ascoltare e riascoltare per scoprire sempre nuovi tasselli che potranno donare la visione di insieme di un album destinato a diventare un classico.

Tracklist:
01. I (Pathway)
02. II (Penance)
03. III (Fear)
04. IV (Interment)
05. V (Death)
06. VI (Sight)

Line-up:
Grungyn  – voce, basso
The Watcher  – chitarra, voce
Havenless – batteria

 

Editor's Rating

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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