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ENSLAVED – ‘E’

Fu nel 1997 che gli Enslaved tolsero le croci rovesciate al loro logo e persero tutta la “cattiveria” intraprendendo un cammino diverso da qualsiasi altro gruppo black metal. Gli Enslaved sono gli Enslaved però e, tutti noi, ogni volta, tremiamo di emozione all’uscita di un nuovo disco della band perché, sebbene il loro non sia più “quel” black metal lì, siamo sicuri che la loro sarà sempre musica di qualità. Ci sarà sempre chi ascoltando un nuovo album si aspetterà qualcosa di più ‘Enslaved’, intendendo quei giovani che nel 1991 posero le basi per ciò che poi venne chiamato Viking Black Metal. Grutle e i suoi sorapis sono dei bonaccioni, basta vederli dal vivo per rendersene conto: sempre con il sorriso sulle labbra e qualcosa da bere in mano. Il palco è anche l’unica sede in cui ci si accorge che non sono dei vecchi dinosauri rincoglioniti, che l’energia di vent’anni fa non è ancora svanita del tutto; per ascoltare gli ultimi lavori invece ci vuole pazienza e predisposizione, maturità e voglia di avventurarsi in territori lontani da quello che un ascoltatore medio si aspetta in ogni caso da loro. Il cammino verso sonorità sempre più progressive è stato intrapreso ormai dal 2004 con ‘Isa’, che aveva per titolo il nome di una runa esattamente come ‘E’, disco che anche stavolta, guarda caso, segna l’ingresso nella band di un nuovo membro: all’ fu il turno del tastierista Herbrand Larsen, sostituito proprio su questo nuovo album dal giovane Håkon Vinje.‘E’ è solo un altro tassello dell’evoluzione sonora che sta portando la band verso una maturità compositiva sempre più diretta verso il progressive e il folk (probabilmente ciò è dovuto all’influenza dei progetti paralleli di Bjørnson), con alcuni sporadici sguardi malinconici alla “scapestratezza” del passato. L’arrivo del non-giovane tastierista Håkon Vinje, classe 1992, fino ad ora membro di una prog rock band norvegese, i Seven Impale, e parte nel nuovo progetto di Ivar Bjørnson e Einar Selvik, Hugsjá, avrebbe potuto portare aria nuova e nuove idee come fu nel caso di Larsen e invece aggiunge solo polvere a un album che, purtroppo, anziché essere innovativo e avanguardista come l’appellativo progressive potrebbe suggerire, puzza di vecchio come vecchi vinili dimenticati in cantina. Purtroppo alcune soluzioni che messe in un contesto di musica estrema potrebbero apparire particolari e nuove, ricordano troppo e troppo spesso quello che alcuni nostri conterranei (vedi PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Area…, solo per fare un esempio “patriottistico”) già utilizzavano quarant’anni fa. La tendenza di alcuni gruppi black metal norvegesi della second wave ad utilizzare il progressive rock è ormai assodata e in alcuni casi va a creare realmente qualcosa di inedito e originale: nel caso degli Enslaved è invece ormai una logora tradizione. L’album si apre nel migliore dei modi: un richiamo, il suono di un corno e il nitrito di un cavallo che, da semplici “onomatopee”, diventano la dolce melodia di ‘Storm Son’, pezzo di oltre dieci minuti che riparte proprio da dove gli Enslaved ci avevano lasciato con ‘In Times’. Un brano arioso e luminoso dal senso di rinascita e di apertura che ritorna anche in ‘The River’s Mouth’ che però ha tutto un altro appeal. È con ‘Sacred Horse’ che l’attenzione dell’ascoltatore viene finalmente agganciata attraverso una dolce apertura acustica che si perde in un’irruzione di batteria e nell’unico riff memorabile di tutto l’album. Probabilmente è questo il “cavallo sacro” cui si fa riferimento nel titolo dell’album. ’E’ infatti è il corrispettivo fonetico della runa Ehwaz (resa graficamente con una sorta di M ma che in realtà sarebbero due teste di cavallo muso contro muso) che significa appunto cavallo, un animale importantissimo nell’antichità tanto che spesso veniva seppellito insieme al proprio cavaliere. Ehwaz evoca proprio questo rapporto simbiotico tra cavalcatura e cavaliere inteso come fiducia reciproca e cooperazione. Si procede a rito rallentato con le seguenti ‘Axis Of The Worlds’ e ‘Feathers Of Eolh’, pezzi interessanti, a volte energici e spiazzanti, a volte introspettivi e delicati. È con ‘Hiindsiight’ che gli Enslaved spolverano via quell’aura di modernariato e ricatturano l’attenzione utilizzando dinamiche più fresche, quasi vicine allo shoegaze: un pezzo cadenzato al limite del doom in cui, di punto in bianco, si inserisce una linea di sax (suonato dal sassofonista norvegese Kjetil Møster) alternata alla talharpa, usata dal compagno di merende di Ivar Bjornson: Einar Selvik dei Wardruna. Purtroppo le soluzioni settantiane, i suoni al limite della psichedelia, le dinamiche prog-rock a volte sembrano solo aggiungere brillantini al pulviscolo: la voglia di sperimentare e di spingersi oltre i limiti propri del black metal in questo caso si è aggrovigliata su se stessa. ‘E’ è un album ragionato, cesellato, curato al dettaglio che, purtroppo, difficilmente resisterà alla prova del live e del tempo.

Tracklist:
01. Storm Son
02. The River’s Mouth
03. Sacred Horse
04. Axis Of The Worlds
05. Feathers Of Eolh
06. Hiindsiight

Line-up:
Grutle Kjellson – voce, basso
Ivar Bjørnson – chitarra
Ice Dale -chitarra
Håkon Vinje- tastiere
Cato Bekkevold – batteria

Editor's Rating

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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