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END OF GREEN – ‘Void Estate’

Ci voleva questo disco. Questo disco è un invito a cena, una passeggiata notturna sul lungomare più romantico che potete immaginare, questo disco è velluto nero, labbra rosse, profumo di donna e malinconici ricordi. Michelle Darkness, il leader degli storici End Of Green non è bello come Ville Valo, non ha la fisicità di Pete Steele, il suo aspetto carnale e il suo sguardo ammaliante. Michelle Darkness ci prova a sembrare un vampiro sensuale, una creatura della notte come Jyrki 69… e non ci riesce. Ma è bravo gente, dannatamente bravo. La band suona uno splendido e notturno dark rock, che amoreggia con il POP, fa petting con il glam e il gothic. Michelle ha una voce poliedrica, e non appena attacca con il primo pezzo intitolato ‘Send In The Clowns’ ci rammenta Brett Anderson e i suoi Suede. Un pezzo soft che ci ricorda i The Cramberries e che indicherà la rotta da seguire per tutto il viaggio in questo splendido lavoro. Atmosfere soffuse, acustiche, lunari, in cui assoluto protagonista sarà il pluri-citato singer e i raffinati arrangiamenti. In ‘Dark Side Of The Sun’ la voce si fa baritonale, emulando il leader dei mai troppo pianti Type O Negative. Il singer si trova a suo agio (e meno “al guinzaglio”) quando si esprime su tonalità medio-alte, riuscendo comunque a mantenersi piena, rotonda, suadente. Secondo brano, secondo centro. Si rallenta ancora di più, si rende tutto ancora più soft, con una bellissima ‘The Door’ dove sono i Placebo a essere presi in causa prima del ritornello rock che non può non farci visualizzare Gavin Rossdale alla guida dei suoi Bush. Pezzo bellissimo, da ascoltare in auto con gli amici, in silenzio, mentre si guida con i finestrini abbassati per godersi la brezza notturna. Ancora rock “accessibile” con ‘Head Down’, dove il nostro Darkness gira la sua voce, utilizzandola – ancora – in un modo inaspettato, per un appiccicoso ritornello. ‘Crossroads’ ha un nome perfetto: un brano che puzza di country, di USA, di chitarre suonate masticando tabacco con in testa un cappello impolverato. Con ‘The Unseen’ sentiamo un basso che apre le danze in piena tradizione dark anni 80, come ci hanno insegnato i The Sisters Of Mercy. La voce si piazza prevedibilmente su quella tonalità basse e oscure, per un pezzo acustico che oltre la sopra-citata band di Andrew Eldritch rievoca gruppi come The Mission e i più moderni  To/Die/For. Con ‘Dressed In Black Again’ si torna a Bowie, agli Suede, per una traccia che non avrebbe comunque sfigurato nel disco ‘Deep Shadows And Brilliant Highlights’ (HIM, 2001, BMG Records). ‘Mollodrome’ sembra un pezzo dei Depeche Mode reinterpretato in chiave rock, fino al corale chorus, potente, aperto. Devin Townsend che flirta con Dave Gahan. Uno splendido e sentito assolo di chitarra chiuderà questa ennesima lacrima di musica. Esageriamo? E se gli ultimi Ulver jammassero con Brian Molko? Forse avremmo ‘Worn And Torn’. Il brano più bello del lotto lo possiamo identificare in ‘City Of Broken Thoughts’, con una linea vocale da accapponare la pelle e una prova di Michelle strappa-applausi. ‘Like A Stranger’ chiude in modo perfetto questo disco, con un brano oscuro e dark che cinge in un abbraccio tutti i brani appena sentiti, salutandoli con una malinconia palpabile, contagiosa. Questo lavoro, questo ‘Void Estate’, non inventa nulla, andando a ricalcare le orme dei Love Like Blood, contaminando il tutto, nel corso di 25 anni, con influenze ed emozioni. Un disco da sentire, e non solo con le orecchie. Fatelo vostro, assorbitelo, pensate a chi, quando l’ha composto, ha “sentito” dentro di lui la musica con la quale è cresciuto, la sua musica preferita, che in fondo, se ascoltate questo genere, è anche la vostra.

Tracklist:
01. Send In The Clowns
02. Dark Side Of The Sun
03. The Door
04. Head Down
05. Crossroads
06. The Unseen
07. Dressed In Black Again
08. Mollodrome
09. Worn And Torn
10. City Of Broken Thoughts
11. Like A Stranger

Line-up:
Michelle Darkness – voce, chitarra
Michael Setzer – chitarra
Oliver Merkle – chitarra
Rainer Hampel – basso
Mathias Siffermann – batteria

Editor's Rating

Alberto Biffi

Alberto Biffi

Alla tenera età di 11 anni fui folgorato sulla via di Damasco da una voce divina e soprannaturale (Bruce Dickinson), che mi guidò sulla retta via del Signore (R.J. Dio). Da allora ho vagato nel mondo metal cercando la mia giusta collocazione; dapprima come groupie (ma dovetti rinunciare presto, troppo brutto e peloso), poi come musicista coinvolto in innumerevoli progetti nell'area rock lombarda ed infine come umile scribacchino digital-musicale. Già redattore per Truemetal.it, Italiadimetallo.it, Metalitalia.com, Suonidistortimagazine.it ed altre innumerevoli realtà minori ma sempre e comunque professionali ed appassionanti, mi accingo ad iniziare questa nuova entusiasmate avventura con loudandproud.it.

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