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DGM – ‘The Passage’

Quando ho saputo dell’imminente pubblicazione del nuovo album dei DGM (a tre anni di distanza dal predecessore) non ho potuto fare a meno di scommettere con un mio carissimo amico che non sarebbe stato possibile raggiungere il livello dello spettacolare ‘Momentum’. Non si trattava di mancanza di fiducia nei confronti del gruppo italiano, ma di una posizione nata dalla certezza che il picco dell’ispirazione artistica e compositiva era già stato raggiunto e che quindi non sarebbe stato possibile superarlo.
Non nascondo che al momento di ascoltare il promo, l’enorme curiosità era accompagnata da un subdolo timore: e se mi fossi sbagliato nello scommettere? Le sonorità delle note musicali che ci introducono alla prima parte di ‘The Secret’ sembrano il rumore di gocce che cadono al suolo facendo il verso al ‘tic-toc’ dell’orologio, quasi a voler enfatizzare che il passare del tempo determina cambiamenti, variazioni, passaggi di stato ed è proprio questa la stravolgente metamorfosi che completa il lavoro ultra ventennale dei DGM. Una spettacolare entità artistica che passa da un power progressive metal sempre intelligente e personale all’immensità che solo i Symphony X erano stati in grado di raggiungere nel passato, supportata da tanti nuovi elementi. E mentre le note dell’opener provocano un terremoto emozionale nell’ascoltatore, con il passaggio alla seconda parte sorge la consapevolezza che stiamo partecipando a qualcosa di unico, condotti per mano dalla chitarra del camaleontico Simone Mularoni, mai così equilibrato nell’elargire lezioni di gusto musicale che manca a tanti gruppi ben più blasonati. Lo spazio verso l’infinito è ormai spalancato e non viene intaccato dalla ripetitività, perché il singolo ‘Animal’ è il brano più ruffiano ed efficace mai composto dai DGM, sempre in bilico tra un convincente hard rock che rappresenta uno dei nuovi pilastri su cui si basa questa loro trasmutazione, e la classica potenza melodica. Raramente mi è capitato di assistere a una capacità così estrema di sperimentare passaggi verso nuovi territori senza perdere di vista le radici, sottolineando anche nei momenti apparentemente più lontani dalla ‘retta via’ (chi ha detto ‘Daydreamer’?) che tutto è sotto controllo perché il ‘maestro’ Ema è pronto a sferragliare le sue abili manone sui tasti d’avorio per rientrare nei territori di competenza, accompagnato dalla suadente voce di Mark Basile. Ed è proprio il cantante ad esprimersi al massimo delle sue potenzialità, capace di reggere al disumano impatto della base ritmica di ‘Fallen’ che tanto deve alle fatiche più recenti dei già nominati Symphony X, ma in grado allo stesso tempo di trasformarsi in un Caronte paradisiaco, accompagnandoci con la sua voce calda tra le intime partiture di ‘In Sorrow’ e ‘Disguise’. E chi pensa che Fabio e Andrea siano nella band solo per accompagnare le fughe melodiche dei loro compagni può ‘smandibolarsi’ durante l’ascolto della terminale ‘Dogma’, brano che l’ospite Michael Romeo cerca di scrivere da qualche anno, mancando regolarmente nel raggiungere l’apice melodico che invece qui è presente e convincente!
The Passage’ è un intricato labirinto in cui si susseguono visioni di diversa natura, ma le differenze si ricompattano per proseguire nella direzione voluta, verso quel passaggio obbligato, verso il successo che questo album meraviglioso non potrà che ottenere.
Ovviamente la scommessa l’ho persa nello stesso momento in cui ho considerato i DGM un gruppo normale, ma questo penso che l’abbiate già capito!

Tracklist:

01. The Secret (Part 1)
02. The Secret (Part 2)
03. Animal
04. Ghost of Insanity
05. Fallen
06. The Passage
07. Disguise
08. Portrait
09. Daydreamer
10. Dogma
11. In Sorrow

Line-up:

Mark Basile – voce
Fabio Constantino – batteria
Andrea Arcangeli – basso
Simone Mularoni – chitarra
Emanuele Casali – tastiere

 

Editor's Rating

Roman Owar

Roman Owar

La folgorazione, non proprio spontanea, ebbe luogo sui campi di basket dei Ricreatori di Trieste negli anni ’80, quando chi non ascoltava Priest, Maiden e Saxon era automaticamente fuori dal gruppo. Negli anni tante cose sono cambiate, ma non l’amore per il metal tradizionale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla carta stampata nel nuovo millennio, prima sulle colonne di Flash e successivamente su Metal Maniac. Credo fortemente nell’ispirazione divina di Kai Hansen e Michael Kiske, non ho mai avuto demoni al di fuori di King Diamond e mi permetto un’unica divagazione dalla “via classica” ovvero il progressive metal. Non capisco perché chi mi conosce sostiene che io non sia obiettivo a proposito dei Kamelot.

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