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DANZIG – L’anteprima di ‘Black Laden Crown’

Glenn Danzig ritorna con un disco in studio dopo sette anni dall’uscita di Deth Red Sabaoth: Black Laden Crown è un album per alcuni versi old school, ma che lascia un po’ di amaro in bocca. Ma vediamo perché:

La copertina è disegnata da Simon Bisley, da un quarto di secolo nelle fila dei disegnatori di Glenn che collabora anche con la prosperosa casa di fumetti Verotik, una delle passioni di Danzig: “Abbiamo un nuovo fumetto che sta per uscire e diversi numeri da collezione hard cover… stiamo lavorando molto. Non vedo molti bei fumetti recentemente a parte la nuova Doom Patrol della DC e la linea che la Archie Comics ha creato per i bambini, una collana molto dark con zombies decisamente apprezzabili”.

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Glenn è anche un cinefilo accanito, ma quando gli chiediamo delle cose più belle che ha visto ultimamente fa una smorfia di disgusto: “Da un punto di vista cinematografico andiamo peggio, è un bel pezzo che non vedo niente che solletichi la mia immaginazione… troppa computer graphic, troppe esplosioni e molta poca storia… credo che l’ultima cosa bella sia stata quattro o cinque anni fa, un DVD in svendita con una storia su un vulcano… ah, e il ‘Priest’ del 2011, un cacciatore di vampiri. Quello mi era piaciuto molto, ma parliamo di sei anni fa… guarda caso è tratto da una graphic novel”.

Sin dalla title track ‘Black Laden Crown’, scelta perché – a detta di Danzig – è una canzone molto intensa, attorno alla quale è stato costruito tutto il disco, pare evidente una cosa: Glenn ha passato la sessantina e, purtroppo, non è vocalmente in forma come molti dei suoi coetanei. Dispiace dirlo, ma quelle sonorità quasi liriche che ce lo hanno fatto tanto amare in passato sono, appunto, passate. Non aiuta il fatto che, in alcuni punti, questo disco ricordi certo metal italiano degli anni ‘90 poco prodotto e non perfettamente suonato, anche se riconosciamo lo sforzo, compositivo ed esecutivo. Del resto, Glenn sa perfettamente come prodursi, se in tutta la sua carriera ha permesso a pochissimi (compreso il longevo Rick Rubin) di metter mano nei suoi dischi, che tuttora segue nei minimi particolari: “Questo è un disco molto orientato verso le chitarre, volevo che suonasse così, bello crudo e mi sono assicurato che andassimo tutti in quella direzione. Ho fatto rifare le registrazioni un sacco di volte per arrivare a questo risultato: per ogni canzone finita nel disco ce ne sono quattro o cinque finite nella spazzatura”.

‘Eyes Ripping Fire’ sembra un tributo a Lemmy, per la qualità vocale espressa.

Devil On Hwy 9‘ è forse il pezzo migliore del disco, di sicuro un buon lavoro di batteria e di chitarre. Proprio parlando di batteria, non si può non notare la differenza di drumming tra un pezzo e l’altro.  Infatti ha usato ben quattro batteristi differenti, come mai?
“Avendo registrato in momenti diversi ho dovuto usare i musicisti disponibili: Johnny Kelly, Joey Castillo – tornato dopo una pausa di quindici anni, ndr – Dirk Verbeuren (Megadeth) e Karl Rockfist, con cui avevo fatto alcune cose in passato. Alcune parti le ho eseguite io. Stessa cosa per il basso suonato da Tommy Victor: Steve Zing lo sentirete solo dal vivo.”

‘Last Ride’ è molto… Doors, più una spoken word che una canzone, ci fa sentire il graffiato sofferto del Danzig che amavamo quando sostenevamo la sua – allora all’apparenza – folle decisione di continuare la sua carriera come artista solista. Il muro di suono di questo brano ci fa – quasi – dimenticare tutto il resto.

Di ‘The Witching Hour’, Glenn dice: “Non è una ballata ma è decisamente introspettiva: l’ho scritta, l’ho fatta sentire ai ragazzi e poi l’abbiamo suonata. Non avevo un titolo allora, ma è cresciuta da lì. Il titolo, alla fine, la spiega abbastanza”.

Dopo aver ascoltato ‘But A Nightmare’ ci è venuto naturale chiedergli quale fosse il suo peggior incubo: “Non ne ho. Non mi piace il governo, ma non è un incubo. Sono un uomo senza paura, senza incubi, senza…”.

‘Skulls & Daisies’ torna a livelli Morrisiani, anche se con un po’ più di spessore tra le retrovie. “Dal mio punto di vista – racconta il buon Glenn punzecchiato sulla scrittura di questi pezzi – le canzoni di questo disco dovete ascoltartele tutte, poi ognuno deciderà secondo la propria percezione e si farà la sua bella idea personale: non voglio dire io cosa pensare”.

‘Blackness Falls’ ha una grinta particolare, che almeno a livello ritmico dà una marcia in più, anche se non eccelle in originalità.

Il disco si chiude con ‘Pull The Sun’, che Glenn presenta come: “Una canzone da ascoltare mentre guidate sull’autostrada. Come ‘Devil On Highway Nine’. In realtà tutto il disco andrebbe ascoltato mentre state viaggiando”.

E i Misfits? Ne sentiremo ancora parlare, dopo l’exploit dello scorso anno?
“Sicuramente sì, faremo ancora qualcosa, stiamo parlando di organizzare un concerto magari la stessa sera dei Danzig, per ottimizzare il tempo. Dopo la reunion le possibilità sono aperte, ma come tutti sanno non vado più in tour: si perde troppo tempo on the road, preferisco singoli show, magari festival”.
Come l’imminente Blackest of the Black Festival in California?
“Verremo anche in Europa, per suonare in Svezia e Finlandia, alla fine di giugno”.

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Ma in Italia no, eh?
“Se mi pagano, sì. Dipende solo dalle offerte dei promoter”.

 

Il disco sarà disponibile il 26 maggio 2017 via AFM/Audioglobe.

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Luca Fassina

Luca Fassina

Sono un giornalista musicale dal 1989, quando ho fatto parte della redazione che ha creato Hard! Nel 2006 ho iniziato a scrivere per Metal Maniac, dal 2012 scrivo per Classic Rock. Ho scritto la biografia dei Vanadium e curato quella della Strana Officina (Crac Edizioni). Per la Tsunami Edizioni ho scritto "On Stage, Back Stage", "100 Rock Ballad selezionate da Marco Garavelli", "Headbang '80" con P.G. Brunelli e tradotto la biografia di Marky Ramone, "Punk Rock Blitzkrieg".

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