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DAGOBA – ‘Black Nova’

Se bastasse la voce gutturale per definire una band come “death metal”, allora basterebbe una chitarra elettrica in un disco di Gigi D’Alessio per definirlo “heavy metal”? O forse, come va di moda ultimamente si conierebbe un termine ad hoc, magari “neomelodic metal”? Suvvia, non scherziamo, la musica è una cosa seria. S-e-r-i-a. Ecco che allora quando leggo che i Dagoba (ma succede, credetemi, per moltissime band attuali) fanno death metal melodico, vengo colto da conati di vomito, crisi epilettiche e visioni mistico-sataniche. Per fortuna la band conosce bene la propria identità e porta avanti fieramente il proprio stendardo di famiglia, con un immaginario stemma araldico che è la fusione dei loghi di Fear Factory, Machine Head, Pantera e Heaven Shall Burn. Sono proprio i tedeschi autori di dischi quali ‘Antigone’ (2004) e ‘Wanderer’ (2016) coloro che mi tornano continuamente in testa durante l’ascolto di questo discreto ‘Black Nova’. La band di Marsiglia si presenta con una splendida copertina ad opera del grandissimo Seth Siro Anton (conosciuto tra le altre cose, per i suoi lavori con gli immensi Septic Flesh), ed una scintillante produzione, lavoro di Jacob Hansen (Volbeat, Epica e… guarda caso, Heaven Shall Burn). Di cosa stiamo parlando? Di un modern metal ricco di groove, scevro da assoli e solistiche escursioni. Stiamo parlando di un metal moderno con voci “raw” e controparti pulite che vanno ad arricchire un pasto dove distorsioni ed elettronica sono le portate principali. Ritornelli che cercano in ogni modo di essere degli “hook” per accalappiare l’ascoltatore, fallendo miseramente la loro missione. Suoni elettronici, effetti che in cuffia esaltano non poco – viaggiando in modo circolare da un orecchio all’altro – chitarroni pesanti, voci “bipolari”. Basta? No. Non basta semplicemente perché alla fine, tra industrial metal, groove metal e death metal, si parla comunque di musica, di canzoni, e qui… signori… di belle canzoni non ce ne sono. Punto. Possiamo parlarne per giorni, settimane, possiamo disquisire sulle influenze, sulla tecnica, su quello che volete. Sia che si parli di true norvegian black metal, che di progressive anni 70, sul tavolo vanno messe delle canzoni… e qui mancano. Manca la qualità, manca la voglia di premere ancora il tasto “play”. Un disco che si lascia ascoltare, riporre nel suo jewel case, e sistemare sullo scaffale… in fondo… dietro a tutti gli altri. Poco importa se il tutto viene arricchito da orchestrazioni al limite del black sinfonico (‘Fire Dies) o si prova la “carta Pantera”. Non ci siamo.

Tracklist:
01. Tenebra
02. Inner Sun
03. The Legacy Of Ashes
04. Stone Ocean
05. The Infinite Chase
06. The Grand Emptiness
07. Lost Gravity
08. Fire Dies
09. Phonenix Et Corvus
10. Vantablack

Line-up:
Shawter – voce, programming
JL Ducroiset – chitarra
Werther Ytier – basso
Nicolas Bastos – batteria

Editor's Rating

Alberto Biffi

Alberto Biffi

Alla tenera età di 11 anni fui folgorato sulla via di Damasco da una voce divina e soprannaturale (Bruce Dickinson), che mi guidò sulla retta via del Signore (R.J. Dio). Da allora ho vagato nel mondo metal cercando la mia giusta collocazione; dapprima come groupie (ma dovetti rinunciare presto, troppo brutto e peloso), poi come musicista coinvolto in innumerevoli progetti nell'area rock lombarda ed infine come umile scribacchino digital-musicale. Già redattore per Truemetal.it, Italiadimetallo.it, Metalitalia.com, Suonidistortimagazine.it ed altre innumerevoli realtà minori ma sempre e comunque professionali ed appassionanti, mi accingo ad iniziare questa nuova entusiasmate avventura con loudandproud.it.

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